Sui patti di rinuncia all’azione di responsabilità verso gli amministratori
Nei contratti di acquisizione di partecipazioni societarie sono ampiamente diffuse le clausole con cui l’acquirente, che assumerà il controllo della società, si impegna a non votare per l’esercizio dell’azione di responsabilità ex art. 2393 cod. civ., nonché ad astenersi dal pr...
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Trattamento di dati per finalità di marketing: la tutela delle persone giuridiche
Il Garante per la Protezione dei Dati Personali, con provvedimento n. 4 del 12 gennaio 2017, ha precisato la disciplina relativa al trattamento di dati personali per finalità di marketing, dichiarando illegittimo sia  il trattamento di dati raccolti per il tramite di moduli presenti all’i...
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L’impresa multistakeholder secondo la disciplina della società benefit
 Il modello della società benefit La disciplina della società benefit, introdotta con la legge di stabilità 2016, e dedicata all’impresa so...
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28/06/2017
il Quotidiano Immobiliare
Diritto Tributario - Diritto Immobiliare

Il recupero del gettito non guarda in faccia nessuno.

La Commissione Tributaria di Milano rigetta il tentativo dell’ Agenzia delle Entrate di riqualificare il trasferimento di immobili ad un fondo immobiliare in una cessione di azienda, e ridimensiona una tendenza ricorrente dei veri catori a rileggere “a modo proprio” i comportamenti, anche del tutto lineari, dei contribuenti. Il fatidico scopo del recupero del gettito quale costo ha per il mercato?

di Federico Trutalli sul settimanale di Quotidiano Immobiliare del 26 giugno.

 

 

26/06/2017
Diritto Bancario & Finanziario - Fusioni & Acquisizioni, Private Equity

Nctm Studio Legale ha assistito Banca d’Italia, MEF, e i commissari liquidatori di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, nella cessione, a Intesa Sanpaolo, di alcune attività creditizie dei due istituti veneti.

Nctm ha seguito l’operazione con un team composto da Stefano Padovani, Alessandra Stabilini, Giovanni de’ Capitani, Luigi Ardizzone e Francesca Rogai.

7/06/2017
Top Legal Review

Articolo Tratto da Top Legal Review

IL TEMA LE FRONTIERE DELLA COMUNICAZIONE
Le insegne straniere sono già delle vere e proprie aziende editoriali. Come comunicano sul web gli studi italiani? Lo svela la nuova ricerca sulle sfide “social” per i professionisti

IL DEBUTTO È TIMIDO. EPPUR QUALCOSA si muove.
Gli studi italiani hanno iniziato a comunicare nell’ambiente digitale. Il che significa investire maggiormente sui propri siti web, aprire account sui social network e comunicare come un brand. I numeri sono ancora bassi e la fotografia è a macchia di leopardo: se a livello di siti web esiste già un discreto dinamismo, le strategie social sono ancora agli albori. I dati emergono da una ricerca condotta congiuntamente da TopLegal insieme a e Story Group – Nati per Raccontarti , gruppo specializzato nella comunicazione digitale. La ricerca, in corso di pubblicazione e di cui TopLegal Review anticipa qualche risultato, ha voluto indagare lo stato dell’arte delle principali insegne italiane, i primi 25 studi nazionali, allargando l’analisi ai principali concorrenti internazionali. Per rispondere alla domanda: perché uno studio legale dovrebbe comunicare nell’area digitale? In altri termini, perché dovrebbe chiedersi se e quale identità sta assumendo nel mondo di internet? Se la comunicazione web è un tema complesso dalle molteplici sfaccettature, affonda però le proprie radici nella reputation: la maggior parte delle informazioni si producono e si consumano sul web e i social network stanno diventando sempre più “aggregatori” di tutto ciò che è rilevante nell’orizzonte pubblico contemporaneo. Le imprese, dopo una fase di titubanza, hanno già affrontato lo sbarco sul web e ne hanno tratto strategie di comunicazione innovative. Certo, le logiche di comunicazione degli studi sono ben diverse, soprattutto per il mercato italiano. Come più volte sottolineato anche da TopLegal Review, il mercato legale in Italia rimane molto autoreferenziale e poco strutturato, una complessità che presenta logiche di comunicazione peculiari, in cui la comunicazione indiretta, quella tra professionisti, è spesso più importante di quella diretta. Le sfide digitali Quando si parla di comunicazione digitale emergono però due temi che paiono strettamente legati alle maggiori sfide attuali e future delle insegne italiane. Da un lato, c’è lo sforzo in atto verso l’istituzionalizzazione, che passa anche attraverso la costruzione di un brand distintivo e riconoscibile. Come ci si muove su internet, come si comunica nel mondo digitale può essere un indicatore importante della capacità dello studio di aver compiuto il salto. O almeno, questo è quello che percepisce il mondo esterno. La forza del brand pare sempre più essere un biglietto da visita imprescindibile per insegne che ormai competono in uno scenario allargato e che chiede per crescere di andare a cercare mandati non più solo sulla piazza locale, l’Italia, ma anche fuori confine. La strada qui è già tracciata dalle insegne straniere che di pari passo a una forte istituzionalizzazione hanno sviluppato una decisa identità digitale ( vedi l’approfondimento nel box ), sempre più protesa sui contenuti e su una evidente dimestichezza con le nuove tecnologie digitali, l’utilizzo quotidiano dei social network, lo sviluppo di app o piattaforme proprietarie di comunicazione con il pubblico. «In un mondo disintermediato – spiega Diego Lifonti, presidente di e Story Group – la reputazione è data dalla capacità di dialogare con i propri stakeholder e dalla capacità di condividere le competenze. Non è più tempo di rimanere silenti, anche per uno studio legale che, rispetto a molte aziende, ha il vantaggio di avere una padronanza quasi esclusiva di un tema, peraltro molto complesso come quello legislativo e legale. Farsi brand, soprattutto in ambito digitale, significa rafforzare la propria reputazione e mostrare il proprio know how: due attività che impongono di mettere in gioco una certa capacità editoriale, soprattutto per organizzazioni come gli studi legali il cui contesto settoriale è soggetto a un continuo mutamento (cambiamenti legislativi, nuove normative, indicazioni europee, trattati internazionali e così via)». Dall’altro lato, si affaccia una generazione di nuovi avvocati cresciuta al ritmo dei tweet. I social sono ormai una modalità di interazione sociale, che come il linguaggio è difficile pensare di “disinnescare” dalle abitudini delle nuove generazioni. E allora vanno gestiti. Qui si apre non solo il tema di come affrontare il rapporto tra comunicazione dei singoli professionisti e comunicazione dello studio ma anche, con un salto in avanti, l’opportunità di usare il mondo digitale in ottica di sviluppo interno, di crescita dei talenti e del lavoro di squadra. È plausibile pensare che nell’arco dei prossimi dieci anni tutto questo non sarà più un’opzione. Newsroom o biglietto da visita? È naturale che ogni studio si sia dotato, nel corso degli ultimi anni, di un sito internet. È un bene “posizionale”: serve a dichiarare la propria esistenza all’interno del mondo digitale. L’analisi condotta dalla ricerca di TopLegal e e Story Group è quindi partita da qui. Dall’osservazione dei siti internet dei 25 studi oggetto di indagine, emerge una certa tendenza consolidata a livello di design e struttura e una ricorrenza pressoché uniforme di alcune caratteristiche e di alcune sezioni, come il logo in alto a sinistra e le pagine dedicate ai professionisti. A partire da questi elementi di struttura, ciascuno studio mostra un’evoluzione a livello di contenuti che rappresenta un barometro delle scelte operate internamente a livello di comunicazione: prediligere la riservatezza o spingersi nel territorio della “loquacità”. In generale, gli studi presi in considerazione si posizionano lungo un continuum che va dall’estrema discrezione (siti piccoli, poco dinamici, con poche sezioni e quasi nessun contributo editoriale) all’estrema comunicatività (siti ampi e molto aggiornati, spesso dinamici e dotati di piattaforme editoriali come blog e magazine, oltre ad avere una presenza sui social network). Un continuum che però può essere tradotto in quattro precise tipologie: sito biglietto da visita; sito vetrina; sito bibliografico; sito newsroom (vedi infografica). La classificazione risponde alla presenza di alcune caratteristiche specifiche dei siti in esame: la presenza di strumenti di comunicazione come newsletter e sezioni news, la possibilità di visionare o scaricare documenti, la pubblicazione di un blog interno, l’approfondimento dei testi, l’utilizzo di foto o video. Dei 25 studi analizzati, un buon 20% si posiziona nella categoria newsroom, il modello che più si avvicina alla direzione già intrapresa dalle insegne internazionali. Si tratta di LabLaw , Legance , Nctm , R&p Legal e Tonucci . Per facilitare la navigazione e rafforzare l’engagement e l’accoglienza uno strumento usato dai siti internazionali sono poi le call to action. È il caso di Skadden Arps Slate Meagher & Flom che in un sito ricco di informazioni propone diverse “call to action”. In Italia, questa formula è adottata per esempio da BonelliErede che in apertura di sito, articolato in 13 sezioni, propone una call to action immediata: “Che cosa cerchi?” Oltre la riservatezza La scelta di utilizzare il proprio sito internet e in generale le proprie piattaforme come sede di un lavoro più ampio di ricerca e produzione di contenuti può avere un fine molto specifico: comunicare la padronanza dello studio sulle questioni dirimenti della professione, trasmettere la sua capacità di aggiornarsi e rimanere al passo coi tempi e rendere più semplice l’individuazione dell’insegna attraverso i motori di ricerca, presidiando più parole chiave possibile. Accanto al valore della riservatezza, si affianca quindi sempre più il valore di autorevolezza, intesa come la capacità di influenzare il panorama della professione legale in Italia attraverso innovazione, capacità espositiva e, in molti casi, puntualità rispetto alle trasformazioni legislative del nostro paese, dell’Unione Europea e degli stati in cui sono presenti. Con il risultato di diventare un interlocutore del dibattito contemporaneo. È in questa direzione che si stanno muovendo anche tutte le principali insegne americane e inglesi che stanno diventando veri e propri editori digitali che fanno anche ampio uso di tecniche quali lo storytelling. In questa prospettiva, gli studi internazionali pubblicano i riferimenti dei professionisti dedicati alle media relation, l’eventuale ufficio stampa di riferimento e modalità di contatto facilmente fruibili. Dall’analisi del campione italiano sorprende invece che la maggior parte dei siti non dia alcuna rilevanza alle strutture di comunicazione dello studio, come per esempio i partner dedicati alle media relations. Un atteggiamento che evidenzia una sorta di dicotomia nella comunicazione digitale degli studi oggetto di questa analisi: da una parte il riconoscimento della necessità di andare online; dall’altra, la volontà di mantenere comunque un profilo riservato. L’importanza del branding Se uno studio legale decide di entrare nell’arena digitale, una delle prime azioni dovrebbe essere quella di dotarsi di un volto pubblico quanto più possibile univoco, e di essere in grado di trasmetterlo all’esterno. In poche parole, deve mostrare una certa capacità di farsi brand. Ecco perché la comunicazione digitale diventa una cartina al tornasole del grado di istituzionalizzazione dello studio. In base all’osservazione dei contenuti del sito, l’analisi ha quindi valutato il livello di branding comunicato dai diversi studi legali. Il branding è l’insieme di attività di definizione e comunicazione che permette a un individuo, un’azienda o un’organizzazione di sviluppare in modo univoco la propria identità, adottando un volto pubblico unico e parlando con un tono di voce ben riconoscibile. Su questo fronte spiccano: LabLaw, Legance, Nctm, R&p Legal e Tonucci ( vedi infografica nella pagina precedente ). L’analisi ha considerato elementi quali il grado di accoglienza della home page e la capacità di indirizzare l’utente verso le sezioni di interesse, le strategie Seo (acronimo che significa Search engine optimization) e di content marketing, e fattori quali il tono usato nella comunicazione e i segni grafici distintivi. LinkedIn & Co. Anche i social media rientrano nelle attività che concorrono a creare un brand nel mondo digitale. Questo però è uno dei terreni meno battuti dalle insegne italiane: quasi tutte le insegne considerate stanno muovendo i primi passi su LinkedIn , un gruppetto è sbarcato su Twitter mentre solo tre hanno una vera e propria pagina su Facebook . Tuttavia, qualcuna – Nctm – si spinge addirittura su Flipboard e Instagram e c’è chi – R&p Legal – ha aperto un account su Google+ . Alcuni studi hanno mostrato una certa sensibilità verso l’uso del video e sette di essi utilizzano una piattaforma online, seppur spesso non troppo pubblicizzata ( Toffoletto De Luca Tamajo , Nctm, BonelliErede, LabLaw, Legance, Gattai Minoli Agostinelli , R&p Legal) Ventiquattro sui venticinque studi del paniere considerato hanno un proprio profilo LinkedIn. Che tipo di post condividono questi studi? LinkedIn viene scelto principalmente come estensione del sito, come luogo dove riportare le principali news sulle operazioni seguite, dove condividere la propria partecipazione ad eventi e conferenze, diffondere comunicazioni interne sugli avvocati e richieste di recruiting, parlare dei premi e dei riconoscimenti ottenuti. Rispetto al sito web, LinkedIn pare essere l’ambiente dove emerge maggiormente il tono di voce e l’identità unica degli studi, pur sottolineando che la maggior parte dell’attività riguarda condivisioni di notizie esterne e non lo sviluppo di un vero e proprio piano editoriale. Il profilo con più follower è lo studio Gianni Origoni Grippo Cappelli , seguito da BonelliErede e Chiomenti (dati aggiornati a inizio maggio). Tra i più attivi, come frequenza di post al mese, c’è BonelliErede, seguito da Tonucci e R&p Legal. Diversi studi presenti su LinkedIn hanno mostrato interesse anche per Twitter. Tuttavia, solo sei sui 25 più grandi studi italiani analizzati sono presenti con un profilo su questa piattaforma. Si tratta di: Nctm, LabLaw, Chiomenti, Pirola Pennuto Zei , Legance, R&p Legal. L’indagine ha anche censito il numero complessivo di tweet riferibili al paniere considerato scoprendo che ammontano a un totale di 4.498. Un numero certamente esiguo nel mondo dei “cinguettii”. Gli studi più attivi sono LabLaw, Pirola Pennuto Zei e R&p Legale Nctm. Quali contenuti viaggiano su Twitter nel mondo degli studi legali? Twitter viene utilizzato per la maggior parte delle volte come un luogo dove informare il proprio pubblico sulle news interne degli studi, ma soprattutto per informare su novità e aggiornamenti del settore. Spesso si parla dei premi vinti o si condividono le notizie sulle operazioni effettuate, ma raramente si tratta anche qui di un lavoro editoriale dell’insegna. L’utilizzo degli hashtag non è poi diffuso: non ci sono molti hashtag creati ad hoc e si usano, con parsimonia, quelli già esistenti. Gli hashtag più comuni nell’ultimo anno sono stati “compliance” e “privacy”. Infine, il livetwitting è ancora per pochi: dei sei studi analizzati, sono tre quelli che si dedicano alla cronaca live degli eventi dello studio. Facebook viene utilizzato dalla maggior parte degli studi analizzati come localizzazione puramente informativa su dove si trovano. Su un campione di 25 studi analizzati, infatti 14 beneficiano di questa modalità (che non dipende da una scelta dell’insegna ma dall’attività degli utenti che decidono di localizzarsi), mentre solo 5 studi legali hanno creato una pagina. La riluttanza degli studi ad abbracciare i social network si può spiegare attraverso una duplice lettura. In primo luogo, mentre il sito è uno spazio editoriale in cui è lo studio ad avere il controllo della situazione, i social sono il regno della disintermediazione dove si entra in un dialogo direttamente con il pubblico. Questo significa un aumento della complessità nella gestione della comunicazione. Eppure, internet parla già di loro, attraverso quotidiani online, blog di esperti, spigolature di altre notizie, talvolta nel chiacchiericcio indistinto dei social media. Con tutto ciò che ne consegue, come l’analisi di sentiment dei commenti del pubblico che possono essere non sempre benevoli. Nel nostro caso, peraltro, dall’analisi della conversazione online è emerso un sentiment abbastanza neutro nei confronti degli studi, in generale i commenti lasciati dal pubblico sono pochi, prevalentemente su Facebook e quasi mai critici. In secondo luogo, a fronte di questa complessità non pare immediata per un’insegna la logica alla base di una presenza social. Tuttavia, per la costruzione di un brand forte e coerente è necessario che tutte le voci che parlano dello studio, anche quelle non controllate, vadano nella stessa direzione. Senza dimenticarsi che chi compra i servizi legali sono quelle stesse persone che ormai sono sempre più abituate a scambiarsi opinioni e informazioni anche sul web. Anche per gli studi legali può essere così importante saper trovare una propria identità nella comunicazione social, sfruttando anche le occasioni di visibilità e prestigio garantite da eventi pubblici anche sulle piattaforme che possono sembrare meno “professionali” per l’attività di uno studio. Caso emblematico è stata la cessione del Milan a Li Yonghong, nuovo proprietario ufficiale. In questa occasione Gattai Minoli Agostinelli è stato taggato su Facebook e Twitter in moltissimi articoli riguardanti l’accaduto. Se avesse avuto una pagina Facebook e un account Twitter, un intervento dello studio avrebbe avuto un importante ritorno di engagement e di reputation. Come peraltro è successo a Ntcm, che coinvolto nella battaglia legale di Mogol contro gli eredi di Lucio Battisti ha scelto di condividere la notizia su Twitter ottenendo un buon engagement. Inoltre, i social possono rivelarsi uno strumento (ad oggi poco sfruttato) per rafforzare l’identità interna dello studio. Sempre Nctm, per esempio, organizza diverse iniziative “corporate” pubblicizzate anche tramite social, un esempio è la nuova Nctm corporate run. Ecco che un’iniziativa di employer branding, che sia anche un evento sportivo o una sfida calcistica tra studi, può venire supportata da una strategia social capace di coinvolgere i propri professionisti in iniziative sviluppate sotto la “bandiera” dello studio. Queste iniziative rimangono però spesso fuori dai radar della comunicazione social degli studi. Una circostanza che apre riflessioni su come declinare i social per potenziare il team building: pochi studi fanno leva sulle piattaforme digitali per creare uno “spirito di corpo” tra i professionisti e stimolare il confronto interno. «Le risorse digitali – afferma Lifonti – possono essere utili anche per la comunicazione interna e quindi lo sviluppo e la retention dei talenti. Anzi, risulta ancora più fondamentale per un business fatto di persone e di relazioni come quello legale. Se l’importanza della comunicazione interna e dell’employer branding verso i dipendenti è stata riconosciuta da settori come quello finanziario e industriale, molto più legati ai grandi numeri e alla tecnologia, dovrebbe essere ancora più centrale in un business fatto di persone dove il talento fa la differenza in un grado ancora maggiore. Sapersi raccontare come datore di lavoro di riferimento diventa infatti cruciale anche nell’ambito legale per garantirsi i candidati migliori, in grado di aiutare gli studi a crescere e a svilupparsi aumentando la propria reputazione e le proprie competenze».

Da sito web a editore
I siti web degli studi si articolano lungo un continuum tra poco comunicativi e molto comunicativi. L’analisi ha identificato quattro tipologie sulla base della presenza o meno di alcune caratteristiche specifiche: sito biglietto da visita (poche informazioni mirate, scarso approfondimento, nomi e contatti); sito vetrina (numero limitato di informazioni, qualche approfondimento e strumento, es. rassegna stampa, newsletter, ma nessuna sezione editoriale); sito bibliografico (un certo numero di sezioni e informazioni, approfondimenti sui temi di interesse, pubblicazioni interne allo studio o contributi in monografie e volumi, talvolta scaricabili in pdf ma non consultabili online); sito newsroom (buona produzione editoriale, molte sezioni, contributi originali leggibili online o scaricabili in pdf, presenza di un piano editoriale più o meno raffinato).
LabLaw Legance Nctm R&p Legal Tonucci
Giliberti Triscornia Pedersoli
Gatti Pavesi Bianchi Grande Stevens Grimaldi Lms Pavia e Ansaldo Rcc Tremonti Romagnoli Piccardi
BonelliErede Carnelutti Cba Chiomenti Gattai Minoli Agostinelli Gianni Origoni Grippo Cappelli Lombardi Segni Ludovici Piccone Maisto Pirola Pennuto Zei Toffoletto De Luca Tamajo

SITO BIGLIETTO DA VISITA
Poche informazioni Sito poco dinamico SITO VETRINA Qualche approfondimento Visibilità ai premi Qualche strumento (newsletter) SITO NEWSROOM Buona produzione editoriale Molte sezioni Presenza sui social Piano editoriale SITO BIBLIOGRAFICO Buon numero di informazioni Sezione news con rassegna stampa Articoli in monografie e riviste non scaricabili

La ricerca
La ricerca si è basata su un’analisi quantitativa e qualitativa della presenza online dei 25 studi legali italiani con il maggiore volume d’affari. È stata sviluppata da TopLegal e e Story Group – Nati per Raccontarti, gruppo di servizi di comunicazione che nasce dall’unione di tre agenzie complementari tra loro (Lifonti & Company, Cabiria BrandUniverse, Social Content Factory), specializzato nelle attività online e offline di reputation management, public relations, sviluppo del brand, videostrategy e storytelling, con una particolare attenzione alla produzione di contenuti di qualità su tutti i linguaggi (parola, visual, video). L’analisi è stata svolta attraverso l’osservazione del sito internet e delle proprietà digitali di ciascuno studio, facendo emergere valori, parole chiave e tono di voce. Sui social network gli estremi di analisi sono dati sia dai numeri (follower, numero di post, frequenza, anzianità del canale) sia dall’analisi delle keyword e degli hashtag utilizzati, nonché degli strumenti specifici del canale (repost, condivisioni, retweet, menzioni ecc…). Strumenti utilizzati: Google, tool di analisi social (Blogmeter, Locowise, Quintly, Digimind), funzioni di ricerche interne ai social network. La fase di raccolta dati si è svolta tra il primo aprile e il primo maggio.
«Le insegne straniere

hanno già sviluppato una decisa identità digitale»

La forza digitale del brand
Chiomenti Gatti Pavesi Bianchi Giliberti Triscornia Grande Stevens Lombardi Segni Maisto Pedersoli Rcc Tremonti Romagnoli Piccardi BonelliErede Carnelutti Cba Gattai Minoli Agostinelli Gianni Origoni Grippo Cappelli Grimaldi Lms Ludovici Piccone Pavia e Ansaldo Pirola Pennuto Zei Toffoletto De Luca Tamajo LabLaw Legance Nctm R&p Legal Tonucci
Per l’analisi di brand la ricerca ha valutato alcuni elementi e metriche quali: la presenza del sito web, una home page accogliente e comunicativa verso l’utente, capace di indirizzarlo verso le sezioni di interesse, una strategia di posizionamento Seo, una strategia di content marketing, una strategia di social media marketing, la tipologia del logo, il tono di voce delle comunicazioni, la coerenza, la coesione della comunicazione, i segnali grafici distintivi, la tipologia di materiali di comunicazione usati.
La presenza social degli studi
STUDI
BonelliErede Carnelutti Cba Chiomenti Gattai Minoli Agostinelli Gatti Pavesi Bianchi Gianni Origoni Grippo Cappelli Giliberti Triscornia Grande Stevens Grimaldi LabLaw Legance Lms Lombardi Segni Ludovici Piccone Maisto Nctm Pavia e Ansaldo Pedersoli Pirola Pennuto Zei R&p Legal Riolo Calderaro Crisostomo Toffoletto De Luca Tamajo Tonucci Tremonti Romagnoli Piccardi FOLLOWER LINKEDIN 7.274 4.046 1.987 6.874 8.51 49 9.041 132 0 772 910 2.735 672 671 430 1.063 5.473 1.007 2.920 2.868 1050 .197 2.753 1.717 no FOLLOWER TWITTER 0 527 0 958 77 0 1.390 0 415 72 0 no FACEBOOK pagina no solo localizzazione solo localizzazione solo localizzazione pagina solo localizzazione no no solo localizzazione pagina solo localizzazione no solo localizzazione no solo localizzazione solo localizzazione solo localizzazione solo localizzazione pagina pagina no no solo localizzazione no
La tabella presenta per il paniere di studi analizzato il numero di follower LinkedIn, il numero di follower Twitter e la tipologia di presenza su Facebook. In questo ultimo caso si può trattare di presenza o meno di una propria pagina di Facebook o della semplice modalità localizzazione, tenendo presente che quest’ultima è spesso user-generated, ossia creata automaticamente dagli utenti che si localizzano negli studi e dunque non dipende da una scelta dell’insegna.
«La comunicazione digitale è una leva di ulteriore rafforzamento del brand»

Le strategie degli studi internazionali
Comunicazione digitale come leva di ulteriore rafforzamento del brand. È questa la direzione verso cui si stanno muovendo le principali insegne internazionali. Se gli studi americani e inglesi rappresentano un benchmark in termini di istituzionalizzazione, forse non è un caso che anche la loro strategia digital sia già fortemente sviluppata lungo direttrici ben definite e omogenee tra gli studi. La prima differenza sostanziale che emerge dalla ricerca, che offre una panoramica dettagliata anche sulle principali insegne estere, è che i grandi studi newyorkesi ( Skadden Arps Slate Meagher & Flom , White & Case , Sullivan & Cromwell ) e londinesi (i magic circle ma anche Dla Piper) sono ormai diventati delle vere e proprie newsroom. Quasi tutti gli studi stranieri (sono stati presi in considerazione i siti web inglesi e americani) adottano infatti un’impostazione incentrata sul contenuto, strutturato su diversi format: le news; gli articoli; approfondimenti; report; le riflessioni sull’evoluzione della professione legale. Inoltre, i siti degli studi inglesi e americani mostrano una forte dimestichezza con le nuove tecnologie digitali, intesa come organiz- zazione del sito mobile-responsive, utilizzo quotidiano dei social network, sviluppo di app o piattaforme proprietarie di comunicazione con il pubblico. In particolare, la ricerca ha messo in luce tre caratteristiche particolarmente evidenti nel segnare la differenza tra gli studi stranieri e quelli italiani: 1. La già avvenuta transizione da siti bibliografici o siti vetrina a siti newsroom: quasi tutti si avvalgono di una significativa produzione di contenuti e di news interne allo studio, quotidianamente condivisa sui social network. 2. La pubblicazione delle strutture interne di comunicazione dello studio: professionisti dedicati alle media relation, eventuale ufficio stampa di riferimento, modalità di contatto chiare e riportate nel sito. 3. La “sparizione” delle pagine dedicate ai professionisti, molto meno in evidenza rispetto allo studio italiano. Pagine che esistono ancora ma sono a distanza di qualche “click” dalla home page. Una cartina al tornasole dell’impostazione istituzionalizzata e meno personalistica di questi studi che viene riflessa anche nella loro comunicazione digitale.

 

19/04/2017
IFN - Islamic Finance News
Diritto Bancario & Finanziario

Islamic finance has always elaborated innovative solutions to be inserted in a context created for conventional finance, proposing contracts and structures that have an alternative remuneration of capital with respect to the use of interest.

Encompassed among those solutions are the participating instruments, which are characterized by the fact that the invested capital assumes the form of joint participation to profits and losses (PLS instruments), which derive from the entrepreneurial or financial activity underlying the financing transaction.

In the light of the aforementioned aspect, Nctm, with the aim of spreading Shariah compliant debt instruments for the first time on a large scale in the Italian market, started cooperating in 2016 with Shariah Review Bureau in order to structure Italian Islamic minibonds based on so-called Italian law profit participating minibonds, which are characterized by remuneration related also to the profits generated by the issuer.

Contrary to what was initially believed, the profit-participating minibonds have not been considered per se compliant with Islamic finance principles due to the mandatory presence of an interest rate, even though low, and the fact that the  return, even though on a participating basis, derives from a financial instrument giving certainty of the reimbursement of the capital.

Therefore, one has to work on other instruments provided by the Italian legal framework that could replicate the structure of the profit-participating minibonds, or a debt instrument with a participating return compliant with Shariah principles.

Such a result, and the related certification, has been achieved by using a scheme that links an association in participation agreement with a zero coupon bond. In particular, assuming a total investment of a given size in the instrument, a large part of it would be used to subscribe at par a bond that has as such no return, and the remaining residual amount would be contributed into the issuer’s business on the basis of an association in participation agreement, with the determination of a percentage of participation to the profits that is related to the whole invested amount.

From the perspective of the bondholder, therefore, there is no repayment risk of the principal in the bond (except in the case of a default), while there is a risk that the amount invested in the association in participation agreement could be eroded by the losses of the issuer and not repaid. However, such a risk would be remunerated with a return related to the overall investment. From the perspective of the issuer, the advantage is represented by the fact that the instrument is at a variable cost which has to be paid only in case of, and in proportion to, profits.

To conclude, this is a product that

  • is the first Italian product certified Shariah compliant,
  • is shaped in line with the profit-participating minibonds, but represents an evolution of them in the sense of a full ‘participation’ to the profits, with a limited participation to the losses and
  • is targeted at professional investors (such as debt funds) or that could be used to finance a specific project.

Stefano Padovani 

Articolo tratto da IFN Islamic Finance News

11/04/2017
finanzaediritto.it

La pratica della corsa ha ricadute positive sull’attività professionale.

E’ con questa convinzione che nasce Nctm Corporate Run, progetto che prende vita per iniziativa di Nctm, uno dei più grandi studi legali italiani, con l’obiettivo di coinvolgere professionisti e manager al fine di valutare gli impatti positivi dell’attività sportiva, in questo caso la corsa, sul proprio lavoro.

L’iniziativa si sviluppa in collaborazione con Cassa Forense, Rotary e CSAIn (Centri sportivi aziendali e industriali, affiliati a Federturismo-Confindustria) nella convinzione che il tempo dedicato allo sport non è tempo perso, ma anzi produce risultati sulle performance lavorative e ha effetti benefici sull’ambiente di lavoro.

Nctm Corporate Run ha individuato una dozzina di professionisti, tra avvocati, manager, giornalisti e liberi professionisti, da sottoporre a un programma di allenamento messo a punto da Indaflow, Studio AttivAzione e Gamma Studio in funzione della partecipazione alla gara Salomon Running Milano in programma il 17 settembre sulle tre distanza di 9,9, 15 e 25 km. Tra i professionisti coinvolti nel programma di training: Roberta Guaineri, avvocato e Assessore al Turismo, Sport e Qualità della Vita del Comune di Milano, gli avvocati Nunzio Luciano Presidente Cassa Forense, Claudio Acampora delegato dell’Ordine degli Avvocati di Milano alla Cassa Forense, e Guido Bartalini, partner Nctm, Andrea Pernice, Governatore Distretto 2041 Rotary per l’anno 2017-2018, la giornalista Laura Morelli di Financecommunity e come rappresentante del mondo dello spettacolo, Gigi Sammarchi del famoso duo Gigi e Andrea.

Nel corso dell’allenamento verrà condotto anche lo studio finalizzato a valutare, tramite l’analisi dei parametri psicometrici e altri indicatori scientifici, i risvolti benefici dell’attività sportiva sulle prestazioni lavorative. Indaflow mette a disposizione per questo progetto il suo Flow Performance Center, con un team composto da metodologi dell’allenamento, esperti di biomeccanica, medici, psicologi e ingegneri che lavorano insieme per aiutare gli atleti a raggiungere i propri traguardi e le aziende a misurare il livello di benessere e a trasformarlo in prestazioni di eccellenza sul luogo di lavoro.

Il sistema di allenamento è fondato sulle evidenze scientifiche ed è supportato dalle tecnologie più avanzate per la valutazione funzionale e l’analisi biomeccanica a garanzia non solo delle performance ma anche dell’integrità fisica degli sportivi. Gamma Studio, società leader nell’ambito IT fitness, effettuerà l’analisi statistica tra i dati biometrici degli utenti e i dati provenienti da specifici test sullo stato di forma e benessere degli atleti durante il loro percorso di allenamento. Inoltre, Nctm Corporate Run, con modalità innovative per l’Italia, avrà la finalità di fare risultare i settori professionali o di impresa dei partecipanti alla Salomon Running attraverso delle modalità di iscrizione che renderanno obbligatoria la compilazione di un campo relativo al rispettivo ambito lavorativo, nonché la conseguente predisposizione delle classifiche anche per settori, con relative premiazioni.

Sulla base della filosofia che correre fa bene anche al lavoro, Nctm Corporate Run auspica di coinvolgere nel progetto quante più aziende e organizzazioni professionali possibile.

Altra importante finalità della Salomon Running e Nctm Corporate Run sarà anche quella di supportare il progetto benefico internazionale End Polio Now (endpolionow.org) della Fondazione Rotary. Questo sarà realizzato anche attraverso la cooperazione con varie realtà che si occupano del welfare aziendale, che devolveranno alla Fondazione Rotary una parte del ricavato dei loro programmi acquistati dalle aziende con la finalità della partecipazione alla Salomon Running e Nctm Corporate Run, caratterizzati dal codice RTEPN (Run To End Polio Now).

“Nctm Corporate Run – spiega Guido Bartalini, avvocato di Nctm – prende spunto da una delle più importanti gare che si svolge nella città di Londra, la Standard Chartered Great City Race, che nel 2016 ha raggiunto il record di 26.626 atleti, radunando 860 aziende partecipanti. Salomon Running Milano, che da anni promuove la filosofia del correre/camminare quale stile di vita sano per tutti ad ogni età, appoggia e incoraggia la partecipazione di tutti gli atleti con professioni diverse tra loro, uniti dalla passione per la corsa, credendo fermamente nei benefici che l’esercizio fisico comporta indipendentemente dai risultati sportivi. In fondo – continua Bartalini – le qualità per ottenere buoni risultati professionali sono le stesse che servono per le prestazioni sportive: preparazione, dedizione, costanza, rispetto e lealtà e soprattutto passione”.

31/03/2017
Il Sole24ore
Diritto della Proprietà Intellettuale

Lo scorso 16 febbraio il Parlamento europeo ha inoltrato alla Commissione alcune raccomandazioni (A8-0005/2017) concernenti norme di diritto civile sulla robotica. Il Parlamento ha inteso sensibilizzare la Commissione sulla necessità di verificare l’idoneità delle attuali norme di diritto civile a disciplinare le situazioni che necessariamente sempre di più prenderanno vita per effetto dell’attività svolta dalle macchine aventi un’intelligenza artificiale, in generale, e dai robot, in particolare.

Siamo, infatti, certamente alle porte di una nuova rivoluzione industriale e, pertanto, gli ordinamenti giuridici, a maggior ragione quello europeo, devono aggiornarsi per tempo al fine di non farsi trovare inadeguati. La Commissione è libera di seguire i suggerimenti del Parlamento, ma, qualora non li seguisse – evento che, peraltro, accade poco frequentemente – deve motivarne il motivo. È ben possibile, quindi, già in questa fase iniziale dell’iter legislativo comunitario, commentare il contenuto del documento parlamentare, avendo una ragionevole aspettativa di un provvedimento finale in linea con quanto suggerito.

Una simulazione dell’intelletto umano L’intelligenza artificiale (IA) può essere, in buona sostanza, definita come una simulazione dell’intelletto umano da parte di un computer o altre macchine, come, tra le altre, i robot. L’evoluzione tecnologica sta portando alla creazione di macchine autonome ed intelligenti sicuramente pronte a prendere decisioni in modo indipendente dagli umani creatori o utilizzatori tanto da potere un giorno – si pensa – persino superare le nostre capacità intellettive. Alcuni Stati (Giappone, Corea del Sud, Cina) hanno già iniziato ad elaborare una disciplina normativa diretta a regolare questo sviluppo economico. Nel Regno Unito, la questione di un’opera creata da un computer veniva già disciplinata nel Copyright Act del 1988. Deve conseguentemente considerarsi corretta la preoccupazione del Parlamento europeo di sollecitare i lavori per far nascere una medesima disciplina anche in Europa. Il documento del Parlamento si occupa, in realtà, di diversi aspetti del diritto e in particolare dell’impatto sull’attività lavorativa delle macchine dotate di IA, del fondamentale tema dell’attribuzione della responsabilità derivante dagli atti compiuti da tali macchine e, infine, di un argomento apparentemente di minor importanza, ma di fatto estremamente attuale e cioè l’applicabilità delle norme di diritto d’autore al mondo della IA.

Il nodo del diritto d’autore In altre parole, il Parlamento pone il problema se un robot possa essere considerato autore di un’opera dell’ingegno, divenendone titolare dei relativi diritti di utilizzazione economica e, inoltre, se possa essere ritenuto direttamente responsabile nel caso in cui tali opere risultino, poi, plagio di opere create da terzi.

La questione, lungi dall’essere solo teorica, si pone concretamente poiché è attesa per la fine dell’anno la pubblicazione del primo album di musica pop interamente creato da un robot.

Nel prossimo futuro, vedremo, quindi, libri, film ed opere dell’arte figurativa create da macchine con IA. In relazione al primo degli anzidetti argomenti, il Parlamento invita la Commissione ad elaborare criteri per definire una «creazione intellettuale propria» da parte della macchina, suggerendo – sembra – sostanzialmente la creazione di un nuovo genus di soggetto giuridico titolare di proprietà intellettuale: il soggetto elettronico. Tale impostazione appare peraltro, quantomeno apparentemente, in contrasto con la nostra normativa (articoli 6 e seguenti della legge 633/1941), secondo cui l’autore può solo essere un umano, poiché l’opera è un’espressione del lavoro intellettuale, lavoro che, però, forse, in una nuova interpretazione innovativa potrebbe anche esser stato eseguito da un robot.

La soluzione prospettata, se in linea astratta condivisibile sul piano del diritto morale d’autore (articoli 20 e seguenti della legge.633/1941), lascia diversi dubbi sul piano di quello patrimoniale (articoli 12 e seguenti della legge633/1941) non essendo possibile che il “soggetto elettronico” riceva i ricavi derivanti dallo sfruttamento dell’opera. La responsabilità a chi sfrutta la creazione Con riferimento, invece, alla questione della responsabilità per plagio, non potendo davvero immaginare un giudizio in cui viene chiamata a rispondere una macchina, nel silenzio del Parlamento sul punto dedicato alla proprietà intellettuale, si può immaginare che la stessa venga attribuita a chi sfrutta commercialmente la creazione, il quale dovrà premurarsi di verificare che quest’ultima non leda diritti di terzi. Un’altra soluzione – meno convincente – può essere quella di attribuire diritti e responsabilità al soggetto che ha predisposto le funzioni della macchina.

da Il Sole 24 ore di venerdì 31 marzo

22/03/2017
IFN - Islamic Finance News
Diritto Bancario & Finanziario

The first question which comes to mind when speaking about a possible Italian sovereign Sukuk issuance is: why? Why should Italy consider such a venture? The obvious first answer is: because it needs alternative financing instruments and cross-border investments to finance its growth, and in particular infrastructure and investment projects. This is quite clear if, on the one hand, one considers that to adhere to the strict rules of the EU fiscal policy, Italy cannot increase its level of indebtedness which is in the range of 130% of GDP (on the contrary it should heavily reduce it), and, on the other hand, one compares the average GDP growth in EU countries during the period 2005-15. From this comparison, it is clear that while there has been an average growth of 0.9% across the EU, Italy recorded minus 0.5%, which is the worst performance among the 28 member states after Greece.

In fact, Italy has remained trapped between the abundant liquidity which has flooded the financial markets through the quantitative easing monetary policy of the ECB, which, in keeping with the interest rate law, has indeed supported the borrowings of the country and the value of its bonds, on the one hand, and the rigidity of the EU fiscal policy on the other hand which has limited the ability of the Italian state to support the recovery of the economy by sustaining internal demand with public spending.

Looking for funds abroad, Italy should consider in particular the Islamic economies to attract capital where there is almost a perfect match between market sectors where Italy can claim absolute excellence and those where the expenditure of the Muslim population is concentrated and is growing: food and beverage, fashion, tourism, real estate, media, recreational and cultural activities, pharmaceuticals and cosmetics, etc.

It goes without saying that in order to achieve that goal, Italy would be better off developing an Islamic finance- friendly environment. In doing this, however, it does not need to start from scratch as the Italian legal framework already includes a few instruments which could be used to develop an Islamic finance industry in this country. These are particular instruments which are between debt and equity, like profit-participating bonds, based on a profit and loss-sharing mechanism; and financial participative instruments (‘strumenti finanziari partecipativi’) in particular those having an equity nature.

Another contract which comes to mind is the association in a participation agreement (‘associazione in partecipazione’) which is very similar in nature to the old Arabic Qirad contract (or Mudarabah), where the ‘associate’ is financing the business of the ‘associating party’ in exchange for a participation in the profits (and the losses).

Furthermore, there are pure equity instruments, which can be issued according to the principle of Article 2348, second paragraph, of the Italian Civil Code (“the company, within the limits set forth by the law, can freely determine the content of the various categories of shares”) such as tracking shares (azioni correlate), shares without or with limited voting rights (according to Article 2351, second paragraph of the Italian Civil Code) or a different profit- loss participation mechanism, such as preferred ranking in respect of ordinary shares should the company bear losses, which could be used to accommodate Islamic investors in the capital of companies without interfering with the management of the same and the desire of business owners to retain their full control.

Moving to real estate investments, which is the preferred choice of Islamic investors, consideration could be given to real estate funds which, depending on the nature of the activities carried out in the underlying assets and on other factors, could be certified as Shariah compliant and similarly to SIIQs (Italian REITs) and other asset management vehicles like SICAF, an alternative investment fund set up in the form of a joint stock company and raises funds through the issuance of shares or financial participative instruments.

Having said that, the question remains: why is Islamic finance not taking off in Italy? The first answer might be that there is still no level-playing field. In particular, no intervention has been made to adapt the Italian tax framework to avoid double taxation and other tax leakages for Islamic finance transactions as opposed to conventional ones.

But taxation is only one of the factors to be considered when developing an ecosystem required to build confidence in the relevant players. Indeed, Italy is not perceived as the first stop when it comes to Shariah compliant investment in Europe.

In order to change this perception a few things could be done. A first intervention would involve tax legislation, aimed at implementing the aforementioned level-playing field, removing, by way of example, double taxation otherwise applicable to contractual structures typical of Islamic finance that are based on the purchase and subsequent resale by the lender of specific assets, such as a real property, as well as uncertainty regarding the taxation of income from securities in respect to that applied to periodical income deriving from conventional bonds.

A second action could be to promote the establishment of an Islamic bank, which could fund itself among Islamic investors from Muslim countries, providing Shariah compliant financing products to Italian corporates and, probably at a later stage, to the general public. But the real intervention that would represent for Italy a sign of opening toward the capital markets of Islamic countries – in particular Gulf countries – and would significantly favor the development of Islamic finance in Italy, would be a benchmark issuance of Sukuk by the country.

Indeed, after the UK Sukuk and the Luxembourg issues which came to market in 2014, it has recently been announced that another European country, Germany, could tap the Sukuk market with a sovereign issuance of US$1 billion and a five-year maturity, although this has not yet been confirmed.

Italy could easily follow this path with a sovereign issuance with the objective of raising alternative sources of funding for its infrastructure projects and to set a precedent that demonstrates to the corporate sector that a proven platform, as well as infrastructure, is in place so that Sukuk can be issued comparably to conventional bonds, thereby paving the way for Sukuk to become an instrument of choice for Italian SMEs raising corporate finance.

The next question is whether the Italian legal and tax system is sufficiently equipped for the issuance of Sukuk without the need for further intervention. According to the well-known n.17 AAOIFI definition, Sukuk are “certificates of equal value, representing undivided shares in the ownership of tangible assets, usufructs and services or (in the ownership of) the assets of particular projects or special investment activity”. As we have seen previously, Italy has a set of instruments which in principle could be used to accommodate Shariah compliant contracts and techniques. However, none of these appears to match, at first sight, with this definition. In any case, it would appear prudent, Italy being a civil law country, to provide for an ad hoc legislative framework, as Luxembourg did with its sovereign issue in 2014.

We have therefore tried to formulate in the following, at the level of principles and not in detail, a law proposal based on what has been done in the past with regards to the securitization of public real estate:

  1. The Ministry of Economy and Finance is empowered to set up, even by a unilateral act, a joint stock company with corporate capital of EUR1 million (US$1.07 million), having as its exclusive object the securitization of the profits derived from the divestiture of real estate belonging to the state and other non- local public bodies currently used by the public administration, which will be identified by the State Property Office by its own directorial decrees, and having a value equal to EUR1 billion (US$1.07 billion).
  2. The Ministry of Economy and Finance, upon incorporation, shall adopt the by-laws, appoint the first members of the managing and controlling bodies and determine their remuneration.
  3. The company, incorporated pursuant to paragraph 2, shall implement the securitization through the issue of securities of equal value in the form of Sukuk, representing undivided shares in the ownership of the purchased real estate, entering them in the liabilities side of its balance sheet, for a value equal to EUR1billion.
  4. Securities so issued may benefit, in whole or in part, from the guarantee of the state.
  5. Real estate identified pursuant to paragraph 1 will be transferred to the company for valuable consideration by means of public deed or private deed certified by a notary, and leased to the transferees at market conditions.
  6. Real estate transferred to the company represents, for all purposes, assets segregated from the company’s assets and cannot be subject to actions other than by the holders of the securities issued to finance the purchase of such real estate.
  7. Liability for obligations to security holders will be borne exclusively by the segregated assets.
  8. After five years from the issue of the securities, the company shall transfer the ownership of the real estate purchased to the transferor’s public administration at the price of EUR1 billion and use the selling price to repay the securities issued.
  9. The Ministry of Economy and Finance, by one or more non- regulatory decrees and to be published in the Official Gazette, will establish the terms and conditionsof the securities issued by the securitization company, the market conditions on which the real estate being transferred will be leased by the securitization company to the public administration transferring the same, as well as the terms and conditions of the guarantee of the state under paragraph 4.The Ministry of Economy and Finance will report to the parliament on the implementation of the securitization transaction within three months from the date of incorporation of the company under paragraph 1.
  10. Income from securities will be subject to the same tax treatment applied to periodical income normally derived from conventional bonds.
  11. Costs periodically incurred to pay income from securities will be tax- deductible for the issuing company.
  12. Taxes on the transfers of real estate to and from the securitization company will be halved in order to take into account the synallagmatic nature of the purchase and resale of the same.
28/06/2017
Fusioni & Acquisizioni, Private Equity

Nctm Studio Legale ha assistito Cosmint Group S.r.l., società leader nella realizzazione di prodotti per la cura della pelle e del corpo, nella sottoscrizione dell’accordo di partnership con Intercos S.p.A., leader mondiale nella produzione di colour make-up e skin care products.

L’accordo, subordinato ad alcune condizioni sospensive, porterà alla creazione di uno dei più grandi operatori B2B nel mondo dei prodotti di bellezza e prevede il possibile ingresso della famiglia Masu (attuale proprietaria di Cosmint che sarà controllata da Intercos) nel capitale sociale di Intercos con una partecipazione di minoranza. La famiglia Masu manterrà le attuali cariche manageriali e consiliari all’interno del Gruppo Cosmint e il dott. Decio Masu entrerà nel Consiglio di Amministrazione di Intercos S.p.A..

Cosmint Group Sr.r.l. è stata assistita da Nctm Studio Legale con un team composto da Simone De Carli, Lucia Corradi e Martina Villa.

Intercos S.p.A. è stata assistita da Cornelli, Gabelli e Associati con Ciro Cornelli, e da Lombardi Segni e Associati con un team composto da Daniele Colicchio, Renato Bocca e Sara Belotti. Intercos inoltre è stata assista, per gli aspetti relativi al finanziamento dell’operazione dallo Studio Giliberti, Triscornia e Associati, con Edoardo Mistretta e Davide Valli e, per gli aspetti di diritto del lavoro dallo Studio Trifirò & Partners, con Giorgio Molteni e Veronica Rigoni.

Advisor finanziario di Intercos per l’operazione è Fineurop Soditic S.p.A., con Eugenio Morpurgo.

Advisor finanziario della famiglia Masu (Cosmint) è UBS Italia, con Franco Cappiello e Alberto Funaioli.

 

23/06/2017

Le borse di studio assegnate a Ludovica Carbotta, Ettore Favini, Rachele Maistrello

Il bando nctm e l’arte: Artists-in-residence, giunto alla nona edizione, è un progetto di supporto all’arte contemporanea, rivolto ad artisti visivi che intendono partecipare a qualificati programmi di residenza fuori dall’Italia.

Oggi per gli artisti lavorare significa far parte di un contesto allargato e muoversi avendo come riferimento un orizzonte internazionale. Mobilità e occasioni di confronto sono requisiti fondamentali per lo sviluppo dell’espressione artistica e per la sua diffusione. Anche per questo è stata concepita la borsa di studio nctm e l’arte: Artists-in-residence.

L’iniziativa si colloca nell’ambito del progetto di supporto alla creazione artistica nctm e l’arte, avviato da Nctm Studio Legale nella convinzione che l’arte possa essere un punto di vista privilegiato sulla contemporaneità.

Nato 2011, nctm e l’arte comprende inoltre il sostegno a progetti artistici, la collaborazione con istituzioni culturali italiane di riferimento e la creazione di una collezione.

Il 31 maggio 2017, dopo aver vagliato attentamente le candidature pervenute, il comitato di valutazione, composto dalla responsabile del progetto nctm e l’arte Gabi Scardi, dalla critica d’arte contemporanea Rossella Moratto e dall’artista assegnataria della precedente edizione, Paola Anziché, ha individuato i destinatari delle borse di studio in Ludovica Carbotta, Ettore Favini, Rachele Maistrello.

La decisione è stata approvata dal Comitato Arte di Nctm Studio Legale.

Il prossimo bando nctm e l’arte: Artists-in-residence sarà comunicato a settembre 2017.

I borsisti della nona edizione di nctm e l’arte: Artists-in-residence sono:

Ludovica Carbotta (Torino, 1982) elabora la relazione tra lo spazio urbano e l’individuo che lo abita in considerazione degli aspetti antropologici e storici del territorio.
Il comitato di valutazione la segnala per la qualità del progetto proposto, che si inserisce nella sua ricerca e nel suo percorso strutturato e coerente, e per il prestigio internazionale dell’istituzione che la accoglie, la Jan Van Eyck Academy di Maastricht.

Ettore Favini (Cremona, 1974) riflette sulla cultura materiale e sulla tradizione artigianale rielaborandole in base a una pratica di matrice concettuale, in molti casi collaborativa.
Il progetto che l’artista intende completare grazie alla residenza presso “Atla(s)now” (Marrakech) è stato presentato con un progetto solido, articolato e chiaramente descritto, ed è coerente e in linea con il suo percorso artistico.

Rachele Maistrello (Vittorio Veneto, 1986) è stata scelta per l’autonomia di visione e per la freschezza d’immaginazione con cui interpreta il contesto quotidiano. Con l’assegnazione della borsa per la residenza presso “I: project space” (Beijing), nctm e l’arte desidera favorire lo sviluppo del suo percorso.

 

21/06/2017
Diritto Tributario

Nctm Studio Legale rafforza il dipartimento di Diritto Tributario con Manfredi Luongo e il suo team composto da Vincenzo Cantelli e Stephanie Capella.

Manfredi Luongo fa il suo ingresso nella sede di Milano come Equity partner. Paolo Montironi, Senior partner di Nctm, ha commentato “L’arrivo di Manfredi è un ulteriore passo nel nostro percorso di crescita e investimento su aree strategiche come il Diritto Tributario”.

Manfredi Luongo svolge attività di consulenza tributaria, societaria, contabile e valutativa ad imprese commerciali, industriali, immobiliari e finanziarie.

 

14/06/2017
Unieuro S.p.A.
Fusioni & Acquisizioni, Private Equity

Nctm Studio Legale, con un team guidato da Simone De Carli coadiuvato da Mario Bonferroni, ha assistito Unieuro S.p.A. (“Unieuro”), il maggiore distributore omnicanale di elettronica di consumo ed elettrodomestici per numero di punti vendita in Italia, nell’acquisizione, e relativo perfezionamento, di Monclick S.r.l., uno dei principali operatori on line in Italia attivo nel mercato dell’elettronica di consumo e nel mercato online B2B2C.

Il closing dell’operazione, annunciata lo scorso febbraio e del valore di 10 milioni di Euro, si è perfezionato il 9 giugno. L’acquisizione consentirà a Unieuro di incrementare il fatturato nel segmento online, rafforzando il proprio posizionamento nel mercato italiano e permettendo l’ingresso nel promettente settore del B2B2C.

12/06/2017
Digital360 S.p.A.
Diritto del Mercato dei Capitali

Nctm Studio Legale ha assistito Digital360 S.p.A.  nel processo di quotazione su AIM Italia, Mercato Alternativo del Capitale di Borsa Italiana.

L’inizio delle negoziazioni è previsto per il 13 giugno 2017.

Nctm Studio Legale ha agito in qualità di advisor legale con un team guidato da Lukas Plattner coadiuvato da Andrea Iovieno.

7/06/2017
Diritto del Mercato dei Capitali

Nctm Studio Legale ha assistito Agatos S.p.A. nell’emissione del prestito obbligazionario convertibile in azioni “Agatos Convertibile 2017- 2026 4,75%” per un importo complessivo massimo pari a Euro 11.450.000, che sarà quotato su AIM Italia.

Agatos S.p.A. è stata assistita da Nctm Studio Legale con un team guidato da Lukas Plattner coadiuvato da Federica Ciabattini.

6/06/2017
Fusioni & Acquisizioni, Private Equity

Culligan Acquisition Italy s.r.l., membro dell’omonimo gruppo leader mondiale nel trattamento dell’acqua controllato dal fondo di private equity Advent, ha acquisito Blupura s.r.l., società di Loreto (AN) fondata da Luca Costantini e Gianni Grottini e attiva nel settore della progettazione, produzione e vendita di distributori per l’erogazione di acqua da bere filtrata, refrigerata, frizzante, calda e purificata.

Nctm Studio Legale, con l’avvocato Pietro Zanoni, e lo studio associato Picchio & Marcolini, con il dottor Luca Marcolini, hanno assistito – rispettivamente negli aspetti legali e fiscali – i fondatori di Blupura nella vendita dell’intero capitale sociale della società e nel successivo reinvestimento nel Gruppo Culligan, oltre che nella definizione dei connessi accordi di management. DVR Capital, con il partner Nicola Gualmini, ha agito come financial advisor dei venditori.

Sul buy side, il Gruppo Culligan è stato assistito dagli studi Weil, Gotshal & Manges LLP per gli aspetti di diritto statunitense, Bonn Steichen & Partners per gli aspetti di diritto lussemburghese e Giliberti Triscornia e Associati, con l’avvocato Giulio Santagada (in foto), per gli aspetti di diritto italiano.

 

30/05/2017
Diritto della Proprietà Intellettuale - Contenzioso & Arbitrati

Nctm Studio Legale ha assistito con successo Asia Nuccetelli, figlia della nota show-girl Antonella Mosetti, nella controversia nei confronti di un provider che nel 2013 aveva pubblicato, a mezzo internet, un servizio giornalistico da ritenersi lesivo del diritto all’immagine, alla riservatezza ed alla reputazione della ragazza.

In particolare, il provider aveva pubblicato e diffuso – attraverso il proprio sito – una serie di fotografie non autorizzate che ritraevano Asia Nuccetelli (all’epoca quindicenne) senza alcuna tecnica di oscuramento e che erano accompagnate da una didascalia a lei riferita e dai contenuti inopportuni.

Lo scorso 25 maggio, il Tribunale di Cagliari ha condannato il provider al risarcimento del danno. La sentenza emessa assume notevole importanza nel quadro della giurisprudenza relativa alla responsabilità degli internet providers, stabilendo che, sia in tema di privacy sia in tema di diffamazione, l’operatore che fornisce spazio virtuale a contenuti realizzati da terzi, ma piuttosto assume la gestione diretta del sito selezionando tali contenuti ed immettendoli in rete – proprio come il provider – non è esente da responsabilità nel caso in cui tali contenuti violino i diritti della personalità altrui, anche avuto riguardo alla necessaria tutela rafforzata della riservatezza, dell’immagine e della reputazione dei minori, tale pubblicazione e diffusione non risponda ad alcun interesse pubblico o a giustificate finalità informative.

In particolare, quanto alla lesione della riservatezza, il Tribunale di Cagliari ha ribadito il principio secondo cui l’onere di provare l’acquisizione del consenso espresso da parte del soggetto rappresentato (nel caso di specie l’esercente della potestà genitoriale sul minore ritratto) grava sul fotografo o su chi dia corso alla pubblicazione, e che tale onere non può darsi per superato con l’allegazione di presunti consensi impliciti e non univoci né tantomeno dal fatto che il soggetto raffigurato sia semplicemente in compagnia di un soggetto notorio ovvero si trovi in un luogo aperto al pubblico.

Nctm Studio Legale ha assistito Asia Nuccetelli con un team guidato da Gianluca Massimei, coadiuvato da Lelio Galdieri e Luca Guidobaldi.

30/05/2017
Corporate & Commercial - Privacy & IT Compliance

Nctm Studio Legale ha assistito il Gruppo Deutsche Bank nella definizione dei rapporti contrattuali disciplinanti la fornitura da parte di Cedacri del sistema informativo bancario in favore del Gruppo Deutsche Bank.

Le attività che porteranno al processo di migrazione dei sistemi informatici della Banca sulla piattaforma Cedacri hanno avuto inizio nel mese di maggio 2017.

Il contratto firmato il 23 maggio 2017 prevede, in particolare, che Cedacri metta a disposizione di Deutsche Bank i sistemi per la gestione di alcuni servizi bancari retail, come ad esempio: i pagamenti, la gestione conti correnti e i prodotti di investimento.

Nctm Studio Legale ha assistito Deutsche Bank con un team guidato da Carlo Grignani, coadiuvato da Jacopo Arnaboldi.

26/05/2017
Nctm

Nctm Studio Legale ha nominato Mario Giambò equity partner. Classe 1976, è nella squadra di Nctm dal 2002 dove ha lavorato ad importanti operazioni nell’area corporate e M&A.

La nomina di Mario Giambò, già salary partner, è frutto di un percorso professionale interamente all’interno di Nctm e della volontà dello Studio di allevare i propri futuri Soci.

Il Senior Partner Paolo Montironi ha commentato “E’ per noi motivo di grande soddisfazione veder crescere i nostri professionisti e lo Studio insieme a loro. Mario ha dimostrato fedeltà, tenacia e dedizione allo Studio. Siamo certi che saprà contribuire ai nostri futuri successi”.

6/06/2017
Corporate & Commercial - Diritto dei Trasporti Marittimi, Aerei, Terrestri - Diritto Amministrativo, Pubblico Comunitario

La Commissione europea ha esteso il campo d’applicazione del Regolamento generale di esenzione per categoria, introducendo una nuova esenzione dall’obbligo di notificare alla Commissione misure di aiuto di Stato per i porti marittimi, per i porti interni e per gli aeroporti. Le condizioni principali di tale esenzione sono le seguenti:

– L’aiuto non può superare una certa soglia assoluta (tra 40 e 150 milioni di euro), a seconda che il progetto riguardi un porto marittimo o un porto interno e se tale porto sia incluso in un corridoio di rete principale nell’ambito del Regolamento TEN-T.

– L’aiuto non deve andare al di là di quanto è necessario per stimolare l’investimento, tenendo conto delle entrate future dell’investimento (vale a dire che gli aiuti possono coprire solo il “gap del finanziamento”).

– Solo una certa percentuale dei costi di investimento può essere oggetto di aiuto (a seconda della dimensione e della natura dell’investimento e se il porto si trova in una regione remota).

– Solo i costi di investimento sono idonei ad essere oggetto di aiuto (ad eccezione dei lavori di dragaggio, per i quali sia i costi di investimento, che di manutenzione possono essere oggetto dell’aiuto).

– Le concessioni a terzi per la costruzione, l’ammodernamento, il funzionamento o il noleggio di infrastrutture portuali sono assegnate su base competitiva, trasparente, non discriminatoria e incondizionata.

Per i piccoli progetti nei porti, il regolamento stabilisce norme più flessibili per gli aiuti agli investimenti.

Si rinvia per un’analisi più dettagliata al prossimo numero della nostra newsletter.

UBER è una piattaforma digitale o un servizio di trasporto?

In data 11 maggio 2017, l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione Europea ha reso il proprio parere sul tema. Nonostante il parere non sia vincolante per i giudici, la Corte segue i pareri dell’avvocato generale in più dell’80% dei casi.

L’avvocato generale ritiene che UBER, pur presentando alcuni profili tipici di una piattaforma digitale, sia un’impresa di servizi di trasporto e, in quanto tale, sia soggetta alle regole e ai vincoli sul trasporto. Ne consegue il necessario preventivo ottenimento di autorizzazioni e licenze dai diversi Stati membri. In realtà, dall’inizio del caso, UBER ha modificato le proprie policies e attualmente utilizza solo conducenti dotati di licenza, quindi una sentenza in tal senso potrebbe ritenersi avere un impatto limitato. Tuttavia, la medesima potrebbe – al contrario – avere un impatto a lungo termine, con riferimento alle norme giuslavoristiche o fiscali applicabili a UBER stesso, nonché ai suoi dipendenti/conducenti.

Il caso richiamato ha avuto origine a Barcellona, dove l’associazione dei tassisti locali ha citato UBER, lamentandosi della sua asserita concorrenza sleale in ragione dell’utilizzo di conducenti non autorizzati.

Sono previsti tempi difficili per le esportazioni automobilistiche del Regno Unito?

Una Brexit effettiva significherebbe che le esportazioni automobilistiche dal Regno Unito verso l’UE dovrebbero affrontare una tassazione del 10%. La circostanza, se si considerano i margini molto ristretti del mercato automobilistico attuale, è già di per sé un grosso problema, ma la questione rischia di diventare ancora più complicata. Difatti, se esistesse un accordo di libero scambio tra il Regno Unito e l’UE che rimuovesse detta tassazione, uno dei requisiti sarebbe l’effettiva provenienza dell’auto dal Regno Unito. In altre parole, le automobili dovrebbero avere origine nel Regno Unito. Tuttavia, pare che solo il 41% dei componenti delle singole auto provengano dal Regno Unito, mentre gran parte del resto proviene dal continente. Il Regno Unito, quindi, per aggirare la maggiorazione nella tassazione, dovrà godere, nell’ambito dell’accordo, di regole speciali riguardo all’origine delle vetture.

Si consideri che quanto detto riguarda un solo prodotto e la predisposizione di norme sull’origine delle autovetture sarà già di per sé complessa. Nell’ambito dell’UE, sono circa 40.000 i beni che sono commercializzati tra il Regno Unito e l’UE stessa. Se si dovesse fare un accordo per ciascuno dei 40.000 prodotti anzidetti, i negoziati non saranno brevi.

Brexit e le regioni marittime periferiche

Sapete cosa sia la Brexit. Sapete cosa siano le regioni marittime periferiche e che esse hanno un raggruppamento? Le regioni marittime periferiche consistono in circa 150 regioni localizzate nell’UE, con una popolazione di ben 200 milioni di persone. La loro organizzazione è preoccupata per la Brexit. Prendiamo ad esempio la Normandia: questa regione ha il maggior numero di case secondarie di proprietà britannica e il Regno Unito rappresenta il terzo più grande mercato di esportazione per la Francia settentrionale. Lo stesso può dirsi con riferimento alla maggior parte delle regioni del mare del nord e del canale inglese, così come della regione basca e simili. Le regioni marittime cercano di farsi sentire, ma ad oggi, per come stanno le cose, non c’è molto che possano fare.

Nessun portatile sugli aerei?

È una buona o una cattiva notizia? Gli Stati Uniti hanno vietato i computer portatili su aerei che arrivino nel territorio statunitense e che provengano da 10 aeroporti localizzati negli Emirati Arabi, in Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Il divieto riguarda una serie di compagnie aeree medio-orientali, ma non si applica ancora nei confronti delle compagnie aeree statunitensi. Si vocifera, invece, che esso sarà esteso ad una serie di località di provenienza facenti parte dell’UE.

In merito al divieto sono state poste molte domande: il divieto è emesso avendo riguardo alle compagnie aeree o agli aeroporti di provenienza? E se il problema è l’aeroporto di provenienza, perché viene emesso solo nei confronti di alcune compagnie aeree e non di altre?

Una seconda domanda importante è se il divieto sia efficace: se una bomba può essere nascosta in un computer portatile, non fa molta differenza se questo si trovi nell’area passeggeri o nella stiva.

Detto questo, coloro che volano di frequente potrebbero gradire il divieto: esso renderebbe il tempo speso in aereo un momento in cui non si ha l’obbligo di lavorare e non ci si sente a disagio nel non lavorare; un momento di riflessione, quindi, che vada oltre la scatola del computer portatile.

L’accordo di Singapore ha un impatto importante in ambito marittimo

Chi può decidere e cosa su MARPOL o su Brexit? Normalmente quando gli stati sovrani negoziano e raggiungono un accordo, i medesimi ratificano l’accordo secondo le diverse procedure nazionali. Per il Regno Unito è piuttosto semplice (si pensi che la Scozia, l’Irlanda del Nord e il Galles non hanno alcun diritto di parola, almeno politicamente): il Parlamento di Londra decide. Ma che dire dell’UE? È solo la Commissione che negozia e il Consiglio e il Parlamento che decidono?

Questa è stata la questione che la Corte Suprema dell’Unione Europea si è trovata ad affrontare in merito all’accordo concluso tra l’UE e Singapore.

Come dovrebbe ratificare l’accordo l’UE? A tal proposito, la Corte ha dichiarato che, poiché l’accordo ha avuto un impatto su determinate politiche e diritti di uno degli Stati membri dell’UE, esso dovrebbe essere ratificato non solo dal Consiglio e dal Parlamento (a nome dell’UE), ma anche dai 28 Stati membri. È evidente che ciò rende difficile la ratifica ed espone il Regno Unito a difficili negoziazioni riguardo alla Brexit.

La Spagna può porre un veto su tale accordo nonostante esista un accordo che riguarda Gibilterra?

C’è un aspetto positivo in tutto questo, soprattutto nel settore dei trasporti: la Corte ha fatto i salti mortali per limitare le aree in cui gli Stati membri debbono/possono dare un contributo.

In particolare, la Corte ha dichiarato, diversamente da quanto precedentemente affermato dall’avvocato generale, che i servizi di trasporto rientrano nella competenza esclusiva dell’UE. Questo potrebbe avere un forte impatto sulle modalità con cui l’UE si rapporta con la MARPOL e le diverse agenzie marittime. Talmente forte da imporre una riflessione.

Programma cinese “One Belt One Road

La Cina ha promesso di investire fino a 1 trilione di Renminbi (n.d.r. la corrente moneta Cinese) nei progetti infrastrutturali per la costruzione della nuova via della seta e l’apertura del percorso ai mercati asiatici, africani ed europei. Si tratta davvero di molti soldi.

Ad ogni modo, la questione non riguarda tanto i progetti che saranno finanziati, ma coloro che intraprenderanno i progetti. In altre parole, il programma è aperto alle imprese non cinesi? A prima vista non parrebbe così. Infatti, la Cina non ha aperto il suo mercato nazionale delle infrastrutture alla concorrenza aderendo all’accordo sugli appalti pubblici dell’OMC, né consente alle imprese estere di concorrere in Cina. Si prevede che queste stesse esclusioni nazionali si applicheranno anche agli investimenti per i progetti One Belt One Road.

Una volta che le rotte saranno tracciate, la questione sarà quale direzione seguirà il mercato. A tal proposito, si prevede che la grande maggioranza del flusso proverrà dalla Cina e sarà diretto verso l’esterno, mentre solo per una minima parte avverrà il contrario. Questo perché la Cina discrimina e chiude il mercato nei confronti dei beni stranieri.

L’iniziativa One Belt One Road può portare immediati vantaggi a livello locale. Occorre però prestare attenzione affinché la valutazione degli interessi locali non faccia perdere di vista interessi più grandi.

6/06/2017
Corporate & Commercial - Diritto dei Trasporti Marittimi, Aerei, Terrestri

Le tematiche ambientali connesse alla presenza di un aeroporto in un determinato territorio sono spesso sotto i riflettori data la loro rilevanza e le molteplici ripercussioni per l’ecosistema e la popolazione.

L’entità del rumore generato dagli aeromobili dipende da diversi fattori, tra i quali l’architettura dello spazio aereo (le rotte di ingresso e uscita che servono uno specifico aeroporto), le procedure operative adottate nel percorrere la rotta assegnata, le emissioni degli aerei, la prova dei motori, nonché il disturbo prodotto dai mezzi di collegamento e dal traffico stradale indotto.

In Italia, la materia è regolamentata da numerosi decreti che definiscono le seguenti linee di azione principali:

  • caratterizzazione delle aree circostanti l’aeroporto mediante la definizione di 3 zone, definite come A, B e C, a cui corrispondono specifiche limitazioni nella destinazione d’uso delle stesse;
  • definizione dei limiti di rumore da rispettare dall’infrastruttura in ciascuna zona;
  • applicazione di una specifica metodologia di misura del rumore prodotto dal trasporto aereo;
  • definizione, per ciascun aeroporto, di procedure antirumore che devono essere rispettate dai velivoli in fase di atterraggio e decollo e nelle operazioni a terra;
  • obbligo di realizzare e gestire un sistema di monitoraggio del rumore aeroportuale al fine di garantire il rispetto dei limiti;
  • limitazione del traffico aereo nel periodo notturno;
  • obbligo di adozione di misure di risanamento.

In tale contesto, deve essere inquadrata l’imposta regionale sulle emissioni sonore aeree, la cosiddetta IRESA.

Si tratta sostanzialmente di un tributo di scopo, istituito a decorrere dal 2001, che ha come obiettivo la riduzione dell’inquinamento acustico nelle aree limitrofe agli aeroporti.

L’imposta viene applicata a carico delle aviolinee che effettuano decolli e atterraggi negli aeroporti civili ubicati in ambito regionale.

La base imponibile è determinata in ragione del numero di atterraggi e decolli, del peso del velivolo, della rumorosità dell’aeromobile, nel rispetto delle norme internazionali sulla certificazione acustica. Il presupposto dell’imposta viene identificato nell’emissione sonora dell’aeromobile la cui maggiore o minore intensità incide sulla determinazione dell’imposta stessa.

L’importo dovuto è calcolato per tonnellate in base ai decolli e agli atterraggi effettuati nel trimestre. Il gettito di questa imposta è – o dovrebbe essere – espressamente destinato al completamento dei sistemi di monitoraggio capillare del rumore e disinquinamento acustico, al miglioramento generale della vivibilità dei territori coinvolti dalle attività aeroportuali e all’eventuale indennizzo dei soggetti danneggiati dalle emissioni sonore prodotte dall’atterraggio e dal decollo degli aeromobili.

Di recente l’IRESA è tornata a far parlare di sé per effetto di una decisione della Commissione Tributaria Provinciale di Roma del 16 dicembre 2016 (Sez. I, Sent. n. 28862) pronunciata a seguito dell’impugnazione presentata da un operatore aereo privato.

In particolare, la Commissione ha rilevato come la legge della Regione Lazio n. 2/2013 – che ha introdotto l’IRESA nel relativo territorio – sia in manifesta violazione della legge nazionale n. 342/2000 e del D. lgs. n. 13/2005 attuativo della direttiva europea n. 30/2002 (CE).

Precisamente, nell’ambito delle disposizioni nazionali e comunitarie richiamate, si prevede che gli introiti dell’imposta siano assegnati alla gestione e alla riduzione dei costi sociali derivanti dalle emissioni acustiche dell’aria (ad esempio, sistemi di monitoraggio dell’aeroporto). Nonostante ciò, i giudici tributari hanno rilevato come la Regione Lazio, ritenendo l’imposta priva di vincoli di destinazione, abbia prevalentemente utilizzato gli introiti della suddetta imposta per i propri bisogni finanziari generali e non per gli scopi in relazione ai quali è stata introdotta. Infatti, soltanto il 10% del gettito derivante dalla riscossione dell’IRESA è stato destinato agli scopi ambientali e sociali stabiliti a livello nazionale ed europeo.

Ciò in quanto l’imposta, seppur regionale, costituisce una forma di imposizione introdotta dalla legislazione nazionale e comunitaria, di cui si devono continuare ad osservare e perseguire finalità e scopi.

La Commissione Tributaria, preso atto che la Regione Lazio ha disatteso detti principi e finalità, ha pertanto concluso per la disapplicazione dell’imposta e l’annullamento degli avvisi di liquidazione impugnati.

In ragione di ciò, appare evidente come detta pronuncia dia la possibilità a tutte le compagnie aeree operanti nel territorio laziale di attivarsi per ottenere un provvedimento di disapplicazione dell’imposta nei propri confronti.

La Regione Lazio, pertanto, se l’orientamento della Commissione Tributaria di Roma dovesse essere confermato, dovrà seriamente riprogrammare le proprie politiche di bilancio, solo considerando che, dal 2013 ad oggi, il 90% dei proventi di detta tassa è stato destinato ad altri scopi, tra i quali il Servizio Sanitario Regionale. E se si pensa che il gettito atteso di detta imposta per il Lazio era stato quantificato in euro 55 milioni a partire dal 2014, il conto è presto fatto.

Lo stesso dicasi per le altre regioni che, avendo istituito detta tassa, hanno però agito ritenendosi svincolate da qualsiasi obbligo di destinazione del gettito derivante dall’imposta.

 

 

6/06/2017
Corporate & Commercial - Diritto dei Trasporti Marittimi, Aerei, Terrestri

Analizziamo due recentissime sentenze della Corte di Cassazione italiana aventi ad oggetto, rispettivamente, la titolarità ad agire nei confronti di un vettore marittimo per danni arrecati alla merce trasportata e la colpa grave di un vettore terrestre per uno “scambio di contenitori”.

  1. Titolarità ad agire nei confronti di un vettore marittimo per danni alla merce

Come noto, la polizza di carico è un titolo rappresentativo di merce che può essere trasferito mediante girate, titolo che conferisce al suo possessore il diritto alla riconsegna della merce nel porto di arrivo della nave.

La Corte di Cassazione Italiana[1] ha recentemente ribadito che il possessore di una polizza di carico che agisce nei confronti del vettore, in qualità di mero rappresentante del ricevitore, per ottenere il risarcimento del danno sofferto dal carico durante il trasporto è privo di legittimazione attiva qualora la polizza non presenti le girate dei ricevitori in suo favore.

Il caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte italiana aveva proprio ad oggetto una richiesta di risarcimento danni avanzata dal possessore della polizza, il quale tuttavia agiva, al momento della riconsegna delle merci, in qualità di mero rappresentante del ricevitore ed in assenza di specifiche girate apposte in suo favore da quest’ultimo.

Sebbene il Tribunale di primo grado avesse accolto la domanda risarcitoria promossa dal possessore della polizza, la Corte d’Appello di Genova[2] riformava la sentenza di primo grado, respingendo la richiesta di risarcimento in parola alla luce del difetto di titolarità – in capo al reclamante – del rapporto sostanziale (risultante invero dalla polizza) da questi stesso dedotto in giudizio.

La Corte di Cassazione italiana ha sostanzialmente confermato la decisione della Corte d’Appello di Genova, stabilendo che “Il portatore di polizza di carico che, in qualità di mero rappresentante del ricevitore, fa valere al momento della riconsegna delle merci il diritto al risarcimento del danno, a seguito del danneggiamento della merce trasportata, nei confronti nel vettore, incorre nel difetto di titolarità del rapporto sostanziale qualora la polizza sia priva di girate apposte dal ricevitore in suo favore”.

La Suprema Corte ha poi affermato che “del tutto correttamente la corte territoriale ha negato la titolarità, in capo al portatore della polizza di carico, delle prerogative risarcitorie dalla stessa rivendicate, trattandosi di un’invocazione di tutela spettante in via esclusiva alla società ricevitrice, titolare del carico”.

  1. Un’ipotesi di colpa grave del vettore stradale

La Suprema Corte di Cassazione[3] ha considerato la responsabilità di un vettore stradale nel caso di uno “scambio di contenitori”.

In estrema sintesi, il mittente di una spedizione conveniva in giudizio lo spedizioniere ed il vettore stradale (incaricato di trasportare un carico di strumenti musicali da Rimini al porto di Ravenna) per ottenere il risarcimento dei danni subiti a seguito della perdita del predetto carico.

La merce, infatti, veniva erroneamente caricata all’interno di un contenitore diverso da quello indicato nella lettera di vettura. Il contenitore con la merce oggetto del trasporto in questione, di conseguenza, veniva spedito in Algeria, invece che in Giappone dove avrebbe dovuto essere consegnata la merce.

In primo grado il Tribunale di Milano accoglieva la domanda di risarcimento del danno e tale decisione veniva sostanzialmente confermata anche dal giudice di secondo grado[4]. Quest’ultimo, in particolare, rilevava la colpa grave del vettore per non aver controllato la corrispondenza fra il container indicato nella lettera di vettura e quello in cui la merce era stata effettivamente caricata.

La Corte di Cassazione ha confermato che, nel caso di specie, sussiste “la responsabilità esclusiva del vettore per non aver questi controllato che la merce fosse stata caricata proprio sul container dentro il quale avrebbe dovuto essere effettivamente stivata, essendo lo stesso vettore l’unico soggetto ad avere contezza, in base alla lettera di vettura, dei relativi dati identificativi, all’uopo necessari per la presenza di altro container destinato a diverso trasporto”.

Secondo la Suprema Corte italiana, “la predetta attività di controllo – da attuarsi comunque a valle della fase materiale di caricamento e, quindi, allorquando la merce era ormai nella disponibilità del vettore – non era affatto estranea all’esecuzione del trasporto da parte del vettore stesso, bensì integrava una di quelle obbligazioni accessorie allo svolgimento di tale rapporto contrattuale, necessarie al raggiungimento del fine pratico prefissosi dalle parti, anche tenuto conto dei principi di buona fede e correttezza”.

Alla luce di quanto precede, la Corte di Cassazione italiana ha ritenuto il vettore responsabile della perdita del carico, condannandolo al risarcimento dei danni che ne sono derivati.

[1] Cassazione Civile, Sez. III, 9 marzo 2017, n. 6044.

[2] Corte d’Appello di Genova, 16 luglio 2014, n. 1187.

[3] Cassazione Civile, Sez. III, 14 marzo 2017, n. 6483.

[4] Tribunale di Milano, 7 gennaio 2009; Corte d’Appello di Milano, 20 maggio 2013, n. 2056.

6/06/2017
Corporate & Commercial - Diritto dei Trasporti Marittimi, Aerei, Terrestri

Oggi prendiamo in esame due sentenze che, seppur provenienti da giurisdizioni straniere (Regno Unito e Spagna) ci sembrano molto interessanti a livello pratico dal momento che hanno ad oggetto due convenzioni internazionali – le Hague-Visby Rules e la CMR[1]che trovano applicazione nella maggior parte dei trasporti internazionali, rispettivamente, via mare e via terra[2].

Le Hague-Visby Rules possono applicarsi anche ad un trasporto in relazione al quale non è stata emessa una polizza di carico?

Come noto, uno dei presupposti di applicabilità delle Hague-Visby Rules è rappresentato dal fatto che il trasporto sia coperto da una polizza di carico.

La giurisprudenza inglese si è appena pronunciata in merito ad un caso[3] in cui le parti – dopo aver contrattualmente previsto l’emissione di una polizza di carico – si sono poi accordate per emettere invece una seawaybill in relazione al trasporto marittimo. La scelta di passare da una polizza di carico ad una seawaybill era stata determinata da ragioni contingenti, vale a dire – in estrema sintesi – dalla volontà di scongiurare il rischio di problematiche alla riconsegna della merce dovute ad un possibile ritardo nella trasmissione della polizza di carico[4].

Nel caso in questione, i giudici inglesi hanno ritenuto applicabili al trasporto le Hague-Visby Rules in quanto il contratto concluso tra le parti prevedeva l’emissione di una polizza di carico, a nulla rilevando – dunque – la circostanza che tale polizza non fosse poi stata in concreto emessa, avendo le parti successivamente convenuto di ricorrere ad una seawaybill.

Nelle suesposte circostanze, pertanto, i giudici hanno ritenuto il trasporto comunque coperto da una polizza di carico ai fini dell’applicazione delle Hague-Visby Rules (con ciò che ne consegue – in particolare – in tema di limitazione della responsabilità vettoriale).

In conclusione: la decisione in commento conferma un orientamento giurisprudenziale che in Italia appare ormai consolidato. La mancata materiale emissione di una polizza di carico non rileva al fine di escludere l’applicabilità della normativa uniforme ogniqualvolta il contratto di trasporto sia stato concluso in presenza di circostanze e di usi marittimi alla luce dei quali il vettore avrebbe avuto comunque l’obbligo di emettere una polizza di carico.

La “colpa grave” del vettore secondo la Corte Suprema Spagnola

Come noto, la Convention on the Contract for the International carriage of Goods by Road (CMR) regola il trasporto internazionale di merce su strada.

Questa convenzione, all’art. 23, prevede un limite di responsabilità vettoriale (8,33 DSP[5] per ogni chilogrammo di peso lordo mancante). Tale limite, tuttavia, non si applica – ai sensi dell’art. 29 della CMR – “se il danno dipende da dolo o da colpa a lui (il vettore, n.d.r.) imputabile e che, secondo la legge del giudice adito, è parificata a dolo”. Per chiarezza, segnaliamo come la convenzione in commento, nella versione inglese, utilizzi i termini “wilful misconduct” e “default equivalent to wilful misconduct”.

E’ quindi – come sempre – molto importante capire che cosa debba intendersi per colpa “parificata a dolo”.

Nel nostro ordinamento, tale colpa viene individuata nella c.d. “colpa grave”. Tanto è vero che – con riferimento ai trasporti terrestri nazionali – il codice civile italiano esclude l’applicabilità del limite di responsabilità vettoriale previsto dall’art. 1696 (1 euro per ogni chilogrammo di peso lordo della merce perduta o avariata) in caso di dolo o, appunto, “colpa grave”.

In Spagna, la legge non contempla la nozione di “gross negligence” ed i giudici si sono quindi trovati in difficoltà nell’interpretazione ed applicazione dell’art. 29 della CMR. La legge spagnola, infatti, parrebbe limitarsi ad una distinzione tra “wilful misconduct” (“dolo”) e “negligence” (“culpa”). Distinzione fondata sulla volontà o meno del soggetto agente di recare un danno.

A fare chiarezza è intervenuta, in particolare, una sentenza della Corte Suprema Spagnola[6], secondo la quale “the circumstance that occurred the cargo theft (parking in a dangerous location, accessible and with no surveillance, weak protection of merchandise on a trailer covered by canvas and absence of surveillance on the part of the driver) can be interpreted as a wilful miscondcut on the behaviur of the carrier, due to lack of fulfilment of his safekeeping basic duties: that will justify not to apply quantitative limits ruled in the article 23, linked with the article 29 of the CMR[7].

I giudici spagnoli, pertanto, hanno ritenuto di poter escludere l’applicabilità del limite di responsabilità vettoriale previsto dalla CMR in un caso in cui il vettore era consapevole che – in conseguenza della propria condotta – il carico avrebbe potuto essere trafugato.

La Corte Suprema Spagnola ha così individuato quella “colpa parificata a dolo” che esclude l’applicabilità del limite di responsabilità vettoriale previsto dall’art. 23 della CMR. In Spagna, dunque, un vettore non potrà invocare tale limite ogniqualvolta sia venuto consapevolmente meno alle proprie obbligazioni essenziali di custodia, a prescindere dalla volontà di recare un danno (volontà che configurerebe il dolo).

 

 

[1] Convention on the Contract for the International carriage of Goods by Road.

[2] Tali convenzioni, come sappiamo, ben possono trovare applicazione anche rispetto a contratti di trasporto conclusi da imprese italiane.

[3] Kyokuyo Co Ltd – v – AP Moeller Maersk A/S (2017) EWHC 654 (Comm.)

[4] Come noto, uno dei vantaggi della seawaybill è proprio quello di non richiedere l’invio del documento al destinatario, posto che non rappresenta – diversamente dalla polizza di carico – un documento da esibire obbligatoriamente al vettore per ottenere la riconsegna delle merci.

[5] Per DSP si intendono i c.d. “Diritti Speciali di Prelievo”, vale a dire un’unità di misura ricavata sulla base di un “paniere” di valute individuate dal Fondo Monetario Internazionale.

[6] Suprema Corte Spagnola 399 del 10 luglio 2015 (ma sulla stessa linea si pone anche la sentenza della stessa Corte n. 382 del 9 luglio 2015).

[7] Traduzione libera: “La circostanza in cui è avvenuto il furto del carico (parcheggio in una zona pericolosa, accessibile e priva di sorveglianza, scarsa protezione della merce caricata su un furgone telonato in assenza di sorveglianza da parte del conducente) può essere considerata come una condotta dolosa del vettore, dato l’inadempimento alle sue obbligazioni essenziali di custodia: ciò giustifica l’inapplicabilità del limite (di responsabilità, n.d.r.) quantitativo previsto dall’art. 23 della CMR alla luce dell’art. 29 della stessa convenzione”.

6/06/2017
Corporate & Commercial - Diritto dei Trasporti Marittimi, Aerei, Terrestri

In tema di aiuti di Stato, la Commissione Europea ha recentemente esteso il campo di applicazione del Regolamento generale di esenzione per categoria, introducendo una nuova esenzione dall’obbligo di notificare alla Commissione misure di aiuto di Stato per i porti marittimi e quelli interni e per gli aeroporti[1]. Posto che tale esenzione riguarda solamente uno dei tanti settori dello shipping, restando i principi dettati in materia di aiuti di Stato dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (nel prosieguo anche “CGUE”) applicabili agli altri settori, riteniamo utile analizzare due importanti sentenze della CGUE sugli aiuti di Stato alle compagnie di navigazione.

La CGUE ha recentemente emesso due sentenze[2] molto rilevanti in materia di aiuti di Stato concessi sotto forma di compensazione degli obblighi di servizio pubblico a determinate imprese incaricate della gestione di servizi d’interesse economico generale (nel prosieguo “SIEG”).

I casi riguardano le compensazioni ricevute, rispettivamente, da SNCM e Saremar per la prestazione di servizi di interesse economico generale relativi ai collegamenti marittimi verso le isole.

Normativa europea relativa ai SIEG

La Decisione della Commissione Europea del 20 dicembre 2011 (nel prosieguo la “Decisione) disciplina l’applicazione delle disposizioni dell’articolo 106, paragrafo 2[3], del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea agli aiuti di Stato sotto forma di compensazione degli obblighi di servizio pubblico concessi a determinate imprese incaricate della gestione di servizi di interesse economico generale.

Tale Decisione prevede, all’articolo 4, che la gestione del SIEG debba essere affidata ad un’impresa mediante un atto che contenga necessariamente le seguenti indicazioni:

  1. oggetto e durata degli obblighi di servizio pubblico;
  2. l’impresa e, se del caso, il territorio interessati;
  3. la natura dei diritti esclusivi o speciali eventualmente conferiti all’impresa dall’autorità che assegna l’incarico;
  4. la descrizione del sistema di compensazione e i parametri per il calcolo, il controllo e la revisione della compensazione;
  5. le disposizioni intese a prevenire ed eventualmente recuperare le sovra-compensazioni;
  6. un riferimento alla Decisione stessa.

La compensazione per la prestazione dei SIEG deve essere limitata a “quanto necessario per coprire il costo netto determinato dall’adempimento degli obblighi di servizio pubblico, nonché un margine di utile ragionevole” (vds. art 5 della Decisione). Ai fini del calcolo della compensazione i costi da prendere in considerazione sono quindi i seguenti:

  • quando le attività dell’impresa considerata si limitano al SIEG, tutti i costi supportati dall’impresa;
  • quando l’impresa svolge anche attività al di fuori dell’ambito del servizio di interesse economico generale, solo i costi relativi al servizio di interesse economico generale.

Criteri di Altmark

Per criteri Altmark si intendono le condizioni cumulative indicate dalla sentenza della Corte di giustizia nel caso C-280/00, in presenza delle quali la compensazione per un SIEG non dovrebbe essere considerata aiuto di Stato. In breve:

  1. l’attività deve essere un servizio d’interesse economico generale e i suoi compiti ed obblighi devono essere preventivamente chiaramente definiti;
  2. i parametri sulla base dei quali viene calcolata la compensazione dei costi del servizio pubblico devono essere previamente definiti in modo obiettivo e trasparente;
  3. la compensazione non può eccedere quanto necessario per coprire i costi del servizio nonché un margine di utile ragionevole per l’adempimento di tali obblighi (ossia nessuna sovra-compensazione); e
  4. la compensazione è determinata in base a una procedura di appalto pubblico oppure, se tale procedura non ha luogo, la compensazione dell’impresa incaricata dell’esecuzione degli obblighi di servizio pubblico deve essere determinata sulla base di un’analisi dei costi di un’impresa media gestita in modo efficiente.

 

Passiamo ora all’esame dei due casi recentemente decisi dalla Corte di Giustizia.

Caso T-454/13 – SNCM c. Commissione Europea

Nel primo caso, la CGUE ha analizzato le compensazioni ricevute da SNCM (Societe Nationale Maritime Corse Mediterranee) per i servizi di trasporto effettuati tra Marsiglia e la Corsica.

SNCM ha impugnato la decisione della Commissione Europea che aveva considerato compatibile solo una parte della compensazione percepita dalla società per i servizi di trasporto svolti sulla predetta tratta. La Commissione aveva infatti ritenuto che la compensazione per i servizi aggiuntivi forniti nel periodo estivo di punta fosse incompatibile con la normativa europea in materia di aiuti di Stato. Lo Stato francese, infatti, sarebbe incorso – a parere della Commissione – in un “errore manifesto” qualificando tali servizi aggiuntivi come servizi SIEG.

La Corte ha sottolineato che, pur avendo gli Stati ampia discrezionalità nella definizione dei SIEG, la Commissione mantiene un potere di controllo sui c.d. errori manifesti. Nel caso in esame, la Commissione aveva rilevato come non vi fossero elementi probatori per dimostrare la necessarietà dei servizi aggiuntivi svolti da SNCM, rendendo la qualificazione degli stessi come SIEG erronea e, conseguentemente, la compensazione incompatibile con la normativa sugli aiuti di Stato.

I SIEG servono infatti a compensare l’impossibilità o la mancata volontà del mercato di fornire un determinato servizio ritenuto essenziale per l’interesse generale. In questo caso, i servizi aggiuntivi estivi svolti da SNCM non avrebbero dovuto essere ricompresi nei SIEG, in quanto il mercato era in grado di fornirli senza alcun intervento da parte dello Stato.

SNCM ha tentato di difendersi sostenendo (i) che essa era stata scelta tramite gara pubblica per svolgere i servizi in questione; (ii) che, in precedenza, la Commissione non aveva mai opposto nulla circa tale schema di compensazioni; (iii) che i servizi avevano come scopo la continuità territoriale.

La Corte ha risposto che: (i) la gara era una procedura negoziata e comunque, per come formulata, limitava il numero di partecipanti; (ii) le decisioni precedenti della Commissione non potevano ingenerare affidamento nel soggetto privato in quanto il mercato è in continua evoluzione e pertanto le valutazioni possono variare col variare della situazione del mercato; (iii) la continuità territoriale poteva essere garantita dal mercato senza la necessità di imporre un obbligo sulla SNCM da parte dello Stato.

Caso T-219/14 – Regione autonoma della Sardegna c. Commissione Europea

Il secondo caso riguarda i servizi di trasporto marittimo svolti da Saremar tra la Sardegna, le isole minori della stessa e la Corsica.

La Corte ha riscontrato un mancato rispetto dei criteri enunciati nella Decisione, oltre al mancato rispetto della seconda condizione di Altmark, in quanto i parametri sulla base dei quali doveva essere calcolata la compensazione dei costi del servizio pubblico non erano stati previamente definiti in modo obiettivo e trasparente. Infatti, gli atti con cui veniva imposto a Saremar di effettuare il servizio di trasporto inizialmente non prevedevano alcuna compensazione. La compensazione è stata prevista solo in una fase successiva, quando Saremar ha cominciato a subire delle perdite.

La Corte ha ricordato che pur avendo gli Stati membri ampia discrezionalità, sia nella qualificazione dei SIEG sia nella determinazione della compensazione per gli stessi, tali qualificazioni e determinazioni devono essere fatte preventivamente, in modo chiaro e trasparente, in modo da consentire una verifica da parte della Commissione al fine di prevenire abusi della disciplina dei SIEG da parte degli Stati membri.

Nel caso di specie, non solo non era stata determinata preventivamente la compensazione dovuta a Saremar per i servizi prestati, ma la Regione autonoma della Sardegna (nel prosieguo “RAS”) aveva previsto – a seguito delle perdite subite da Saremar – la possibilità per Sarermar di variare le tariffe che dovevano rimanere accessibili per il pubblico, senza però determinarne i limiti massimi di tali tariffe. Saremar poteva quindi modificare le proprie tariffe in modo tale da garantirsi una stabilità economico-finanziaria.

Alla luce di quanto sopra, la Corte ha concluso, confermando quanto già rilevato dalla Commissione, che gli obblighi di pubblici servizi imposti alla Saremar non fossero necessari in quanto inefficaci per garantire l’accessibilità del servizio al pubblico data la libertà di Saremar di rivedere le proprie tariffe senza particolari vincoli.

Conclusioni

Queste due sentenze sono importanti in quanto evidenziano i confini della discrezionalità degli Stati membri nel definire ed affidare i servizi d’interesse economico generale nel settore del trasporto marittimo.

La semplice qualificazione di un determinato servizio come SIEG da parte dello Stato Membro non è sufficiente a garantire il rispetto della normativa sugli aiuti di Stato. È necessario, infatti, che si seguano i criteri della Decisione e si verifichi il rispetto di tutti e quattro i criteri di Altmark (cumulativamente) onde evitare che – da una verifica della Commissione magari a posteriori -risulti una compensazione di tali servizi incompatibile con la normativa sugli aiuti di Stato circostanza che ne impone il recupero.

[1] Si rinvia alla sezione “Contributi dagli uffici Nctm nel mondo” per una breve anticipazione sulle novità introdotte, che saranno meglio specificate nel nostro prossimo numero.

[2] Sentenze della Corte di Giustizia nel caso T-454/13, SNCM c. Commissione Europea e nel caso T-219/14 Regione autonoma della Sardegna c. Commissione Europea

[3] Art. 106, par. 2, TFUE: “Le imprese incaricate della gestione di servizi di interesse economico generale o aventi carattere di monopolio fiscale sono sottoposte alle norme dei trattati, e in particolare alle regole di concorrenza, nei limiti in cui l’applicazione di tali norme non osti all’adempimento, in linea di diritto e di fatto, della specifica missione loro affidata. Lo sviluppo degli scambi non deve essere compromesso in misura contraria agli interessi dell’Unione.

6/06/2017
Corporate & Commercial - Diritto dei Trasporti Marittimi, Aerei, Terrestri

Com’è noto, nell’esercizio delle proprie funzioni e, a maggior ragione, nell’adozione di atti autoritativi, la Pubblica Amministrazione è soggetta al rispetto di puntuali oneri motivazionali, la cui violazione legittima il privato interessato ad adire il giudice amministrativo, chiedendo l’annullamento dell’atto viziato.

Questo principio cardine del nostro ordinamento è stato recentemente confermato dal T.A.R. Toscana, con la sentenza 23 febbraio 2017, n. 289.

Nel caso di specie, infatti, il giudice amministrativo, dando puntuale applicazione al principio innanzi richiamato, ha annullato gli atti con cui il Comune di Livorno aveva destinato all’esproprio una serie di aree private del porto livornese, adibite dal privato concessionario, in linea con le previsioni pianificatorie, alla movimentazione e allo stoccaggio di rinfuse solide e forestali.

In particolare, nel ragionamento del T.A.R., un duplice ordine di ragioni giustifica l’annullamento degli atti dell’amministrazione comunale: da un lato, l’assenza di una puntuale rappresentazione delle opere pubbliche a cui veniva finalizzata la procedura espropriativa, e, dall’altro, la compatibilità attuale dell’attività imprenditoriale svolta dal privato con la destinazione funzionale del sedime portuale, così come prevista dall’amministrazione comunale di concerto con l’Autorità portuale.

Ciò posto, il vero elemento di pregio della sentenza in analisi non sta tanto (e solo) nell’aver gravato la Pubblica Amministrazione procedente di puntuali obblighi motivazionali, quanto nel fatto di aver valutato e parametrato tali obblighi (anche) alla luce dell’attività svolta dal privato sull’area esproprianda.

Ad avviso del giudice toscano, infatti, l’oggettiva compatibilità della proprietà privata e della attuale attività imprenditoriale con la destinazione d’uso impressa al compendio portuale dal piano regolatore portuale e dal regolamento urbanistico impone un onere motivazionale più pregnante a carico dell’autorità procedente ai fini dell’esproprio.

Detto altrimenti, “la compatibilità dell’attività imprenditoriale privata con la destinazione funzionale di zona” impressa sull’area esproprianda obbliga l’Autorità Portuale a giustificare puntualmente le ragioni (anche pratiche, ovvero prevedendo la localizzazione di opere pubbliche o di pubblica utilità, ai sensi degli artt. 1, 10 e 11 del D.P.R. n. 327/2001), per cui l’interesse pubblico sotteso alla procedura espropriativa può realizzarsi esclusivamente e necessariamente attraverso la demanializzazione dell’area privata.

Pertanto, in mancanza di una esauriente motivazione sulla concreta esistenza di tale interesse pubblico, la limitazione del diritto del privato è illegittimità. Infatti, nel rispetto dei principi di ragionevolezza e di economicità, devono ricorrere quegli elementi, seppur minimi (come ad esempio l’assetto delle urbanizzazioni individuate quali presupposto dell’esproprio), che consentano una sufficiente comprensione dei presupposti del corretto esercizio della discrezionalità tecnico-amministrativa nella scelta, da parte della pubblica amministrazione, di istituire il vincolo espropriativo.

6/06/2017
Corporate & Commercial - Diritto dei Trasporti Marittimi, Aerei, Terrestri

Fin dalla sua promulgazione, la Legge italiana n. 84/94 di “Riordino della legislazione in materia portuale” (la c.d. legge portuale) ha inteso affermare il principio di libera concorrenza tra gli operatori portuali prevedendo il divieto – per le imprese concessionarie di aree demaniali – di richiedere ed ottenere in concessione altre aree dello stesso compendio portuale al fine di esercitarvi la medesima attività svolta nell’area già assentita in concessione[1].

La ratio di tale previsione è facilmente rinvenibile nella relazione accompagnatoria alla prima versione della legge portuale e si sostanzia(va) nella necessità che i porti fossero sempre aperti a più imprese, le quali dovevano operare in un regime di piena concorrenza e di progressivo aumento di qualità ed innovazione dei servizi portuali. Infatti, ad avviso del legislatore, “solo attraverso il confronto continuo e la competizione si può realizzare una politica portuale mirata a contenere i costi ed a fornire, nel contempo, servizi sempre più articolati e completi”[2]

L’articolo 18 della legge portuale italiana è stato oggetto di molteplici pronunce – in particolare dei TAR[3] e dell’AGCOM[4] – le quali, in diversi casi e con specifico riferimento alla normativa anti – trust dettata dall’Unione Europea, hanno fornito un’interpretazione del divieto ancora più restrittiva di quella mutuabile dal tenore letterale della norma italiana.

Così, ancora nel 2002, il TAR della Regione Puglia[5] ha ritenuto non conforme ai principi comunitari l’assetto delle concessioni demaniali in essere, al tempo, nel porto di Brindisi. Infatti, ad avviso del giudice amministrativo, l’ente competente per il rilascio delle dette concessioni non doveva limitarsi a garantire la presenza di più imprese autorizzate all’esercizio di operazioni portuali specializzate nella movimentazione di specifiche e differenti categorie merceologiche ma – tenuta in debito conto la grandezza e la capacità di traffico del porto stesso – doveva garantire la compresenza di più imprese che trattassero la medesima categoria merceologica in modo tale che le stesse operassero in concorrenza tra loro.

Questa, quindi, l’interpretazione e l’applicazione “storica” del divieto di doppia concessione ai fini dell’esercizio di medesima attività nello stesso porto.

La ratio di una previsione così stringente, nonché di una interpretazione giurisprudenziale parimenti restrittiva e fortemente connessa al dettato normativo europeo in materia di concorrenza, trovava il suo fondamento laddove il parametro di riferimento per l’applicazione del divieto era il singolo porto con la sua operatività e capacità di traffico.

Quello su cui ci si interroga qui è quale possa essere l’ambito applicativo della norma in questione (l’art. 18, VII comma, della legge portuale) qualora lo scenario venga a mutare. La riforma della Legge n. 84/94 intervenuta nel 2016[6], infatti, ha mutato il sistema previgente.

Cinquantasette porti di rilevanza nazionale sono stati riorganizzati e, per così dire, accorpati, nelle nuove, quindici, Autorità di Sistema Portuale, centri decisionali strategici con sedi nelle realtà maggiori, ovvero nei porti definiti “core” dalla Unione Europea[7].

La razionalizzazione voluta dalla riforma comporta, quindi, che il divieto di doppia concessione per esercizio di medesima attività nello stesso porto debba ora essere riesaminato alla luce del nuovo assetto, dove un “sistema” è composto da due porti.

Ed è allora lecito domandarsi se – ai fini dell’applicazione del divieto in parola – i porti appartenenti ad un sistema saranno ancora considerati come due entità separate o se l’operatore portuale potrà vedersi rifiutato l’assentimento di una concessione nel porto che oggi è entrato a far parte dello stesso sistema di quello in cui l’operatore ha ottenuto la prima concessione.

In altre parole – e nel silenzio della riforma della legge portuale– si può immaginare una estensione spaziale del divieto posto dalla norma in commento?

Se questa fosse una delle possibili interpretazioni della norma, infatti, il terminalista si potrebbe trovare a non poter svolgere la propria attività anche in un secondo porto che – fino a poco tempo prima – veniva considerato un mercato commerciale e concorrenziale separato e distinto.

Un indizio circa l’orientamento interpretativo che andrà a formarsi sull’ambito di applicazione dell’articolo 18, co. VII, potrebbe derivarsi dalle più recenti pronunce giurisprudenziali e dai più recenti provvedimenti amministrativi in merito, i quali sembrano rispecchiare una visione più concreta e funzionale del sistema delle concessioni portuali e, quindi, del divieto di doppia concessione per esercizio di medesima attività nello stesso porto.

Partendo dal presupposto che la concessione debba essere considerata un contratto e come tale risponda “ad un modello funzionale, tale da consentire di perseguire, con l’assenso dell’operatore economico, interessi altrimenti non raggiungibili con l’esercizio del solo potere autoritativo”, il TAR Liguria[8] ha cominciato ad attenuare la rigida interpretazione dell’articolo 18, VII comma, della legge portuale anche in relazione alla tutela del diritto alla concorrenza.

Il giudice amministrativo ligure ha, innanzitutto, affermato il potere delle Autorità Portuali di verificare caso per caso la sussistenza o meno di situazioni potenzialmente lesive del divieto di doppia concessione per esercizio di medesima attività nello stesso porto – e, quindi, di possibile compromissione della libera concorrenza – ed ha poi precisato che “la limitatezza degli spazi, unitamente alle esigenze di specializzazione dei singoli terminal, possono rendere assai complessa, – e probabilmente neppure opportuna (…) la presenza nello stesso porto di più concessionari svolgenti la medesima attività in effettiva concorrenza tra loro”.

Sul punto è intervenuta anche l’Autorità Portuale di Livorno[9], che ha affermato che “non è illegittima una limitatamente elastica applicazione delle norme (consentendo, ad esempio, che un terminalista possa operare al di fuori della propria concessione) purché siano assicurati i princìpi fondamentali di trasparenza, parità di trattamento e tutela della concorrenza evitando abusi di posizione dominante”.

Ad oggi sembra, quindi, vi sia una maggior apertura delle autorità competenti circa l’interpretazione della norma in esame, la cui applicazione – pur senza prescindere dal rispetto dei principi fondamentali posti a tutela della concorrenza ed a prevenzione di abusi – dovrebbe tenere in debito conto la natura contrattuale e collaborativa del rapporto concessorio, volta alla miglior attrazione dei traffici.

Di conseguenza, un’interpretazione del divieto di cui all’art. 18, VII comma, della legge portuale che trovi applicazione anche rispetto a due porti distinti – benché parte di un unico sistema – potrebbe apparire come un passo indietro rispetto ad una interpretazione che – senza timore – può dirsi più moderna di quella voluta dal legislatore del 1994.

In questo nuovo scenario si può quindi auspicare che l’interpretazione del divieto di cui al comma VII dell’art. 18 della legge portuale – cui le autorità giurisdizionali ed amministrative competenti saranno verosimilmente chiamate nell’immediato futuro – si evolva verso il consolidamento del nuovo orientamento più concreto e funzionale che, d’altra parte, risponde agli obiettivi di sviluppo e potenziamento dei porti italiani cui si ispira espressamente la riforma del 2016 della legge portuale.

[1] Ai sensi dell’art. 16 della medesima legge, si intendono operatori portuali quei soggetti che esercitano attività di il carico, scarico, trasbordo, deposito, movimento in genere delle merci ej di ogni altro materiale, svolti nell’ambito portuale.

[2] Vds. testo integrale sulla pagina web http://www.governo.it/sites/governo.it/files/relazione_illustrativa_11.pdf

[3] Segnalazione AS 230 del 8.11.2001 (in Boll. 6/2002).

[4] A titolo esemplificativo: TAR Puglia Lecce, sez. I, 24 gennaio 2002, n. 184 e Tar Catania, III, n. 2111, 11.08.2004.

[5] Sentenza del Tar Puglia 24.01.2002, n. 184.

[6] Decreto Legislativo 169 del 4 agosto 2016 intitolato “Riorganizzazione, razionalizzazione e semplificazione della disciplina concernente le Autorità Portuali di cui alla Legge 28 gennaio 1994”.

[7] Le Autorità di sistema portuale sono relative agli ambiti: Mar Ligure Occidentale, Mar Ligure Orientale, Mar Tirreno Settentrionale, Mar Tirreno Centro-Settentrionale, Mar Tirreno Centrale, Mar Tirreno Meridionale Jonio e dello Stretto, Mare di Sardegna, Mare di Sicilia Occidentale, Mare di Sicilia Orientale, Mare Adriatico Meridionale, Mar Jonio, Mare Adriatico Centrale, Mar Adriatico Centro Settentrionale, Mare Adriatico Settentrionale, Mare Adriatico Orientale.

[8] TAR Liguria, sentenza 747/2012.

[9] Circolare 1/2012 del 17.7.2012.

 

 

 

1/06/2017
Diritto Amministrativo, Pubblico Comunitario

The Italian government has submitted to Brussels the draft decrees for the introduction of an obligation to indicate the origin of certain the raw materials.[1] For rice, the place of cultivation, processing and packaging must be indicated, while for wheat, the place of wheat cultivation and the sowing of the seeds must be indicated. The article reviews the draft decrees submitted by the Ministry of Agricultural Food and Forestry Policies, to the Commission for approval prior to implementation.

Italy is the biggest producer of rice in Europe. The land dedicated to cultivation is 234.300 hectares, there are more than 140 varieties of rice and about 1.500.000 tonnes is produced every year. There are more than 4,265 rice companies in the supply chain.

The rice sector has been in crisis since the introduction of the EU’s Everything But Arms trade initiative. Everything but Arms allows imports into the EU from least developed countries tariff free and without quantitative restrictions. This has given rise to a massive increase in imports of Rice from Vietnam and Cambodia resulting in a significant drop in market prices of some varieties of rice and, consequently, a reduction – in 2014 – of the cultivation of certain types of varieties using over 12,000 hectares.

To try and counter the imports producers have been calling for better labelling of foodstuffs containing rice so as to indicate to consumers the true origin of the raw materials. The producers hope that consumers will tend to purchase products with Italian rice rather than imported rice.

Therefore, the Italian Ministry of Agricultural, Food and Forestry Policies has declared –in the event the European Commission does not approve the above mentioned decree – that it is ready to renew the request of the general safeguard clause[2] pursuant to article 22 of the Regulation EU no. 978/2012[3].

In addition to rice Italy wishes to address the use of wheat in processed foods and in particular pasta. In particular, the decree provides that processed wheat products like pasta produced in Italy must bear on the label the following information:

  1. country of wheat cultivation: the name of the country in which the wheat is grown;
  2. country of milling: name of the country where the grain was ground.

If the above mentioned operations occur in the territory of several countries, it may be used – depending on the country of origin – the following wording: EU countries, non EU countries, EU countries and non-EU countries.

If durum wheat is cultivated for at least 50% in one country, such as Italy, the term “Italy and other EU and / or non-EU countries” may be used.

Italy has already introduced origin labelling for milk used in milk products. Introducing the origin labelling measure in April 2017, the Italian Minister for Agricultural Policies, Maurizio Martina, said that, “Italy is working to introduce mandatory information on the origin of milk including as a raw material in dairy products. The Commission is addressing finally our request on labelling. We have had a dossier open for months now with the Commission on a 100% Italian label and we are hoping for faster action”. [4]

The decrees requiring the labelling of origin of the raw materials are to be applied on an experimental basis. This allows Italy to overcome certain legal difficulties in the EU’s food labelling law set out in Regulation EU no. 1169/2011.

The contents of the draft decree on rice has not been shared with the referring industrial association, namely AIRI –Association Industries Italian Rice Producers. In fact, pursuant to Italian law no. 180/2011 “any law which introduces additional burdens for business may be elaborated without an adequate analysis of impact made by the responsible Ministry and without adequately involving the category associations.”

An adequate analysis according to Italian law no. 180/2011 would suggest that the origin label for wheat and rice in Italy does not provide particularly useful suggestions for the consumers since the duty will affect only the products sell in Italy, not even the products sell abroad.

On the other hand, the duty of labelling will be an additional cost for the rice and wheat companies. The companies which will not want use the origin label for the foreign market will have to differentiate the labels and the storages.

In conclusion, it remains to be seen if the European Commission approves the new measures. It is only if the decrees get clearance from Brussels will Italy be able to implement them.

 

 

 

[1] Namely “Schema di Decreto interministeriale concernente l’indicazione dell’origine in etichetta del grano duro per le paste di semola di grano duro, in attuazione del regolamento (UE) n. 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori.” And “Schema di Decreto interministeriale concernente l’indicazione dell’origine in etichetta del riso, in attuazione del regolamento (UE) n. 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori”.

[2] See the official website of the Italian Minister of Agricultural, Food and Forestry Policies (Mipaaf) for more.

[3] According to article 22 “1. Where a product originating in a beneficiary country of any of the preferential arrangements referred to in Article 1(2), is imported in volumes and/or at prices which cause, or threaten to cause, serious difficulties to Union producers of like or directly competing products, normal Common Customs Tariff duties on that product may be reintroduced.”

[4] From the speech held by the Italian Minister Maurizio Martina on the occasion of the ufficial inauguration ceremony of “TuttoFood” in Milan on 8-11 March.

1/06/2017
Diritto Amministrativo, Pubblico Comunitario - Diritto delle Assicurazioni

The so-called “Gelli” Law (Law no. 24 of 8 March 2017), named after its main drafter, finally come into force on 1 April 2017. The new law sets the framework for medical malpractice.

According to the Italian Parliament, the objective of this new regulation is be to harmonize the relationship between doctors and patients, in particular: monitoring the medical malpractice cases and disputes, drafting preventive measures, as well as reducing the level of litigation.

Civil liability of healthcare facilities and doctors
With regard to the civil liability, Article 7 of the Gelli Law clarifies, once and for all, the distinction between the liability of the healthcare facilities and that of doctors employed by the facility on the basis of the following criteria:

Liability of healthcare facilities, public or private, is always contact based, pursuant to Article 1218 and Article 1228 of Italian Civil Code.

In other words, hospitals are liable vis-à-vis third parties on the basis of contract law for any breaches and for the wrongdoings of their employees and/or non-employed professionals. According to Gelli Law, there is no difference between private and public hospitals.

With reference to the burden of proof, this means that, on one hand, the claimant (patient) must provide evidence of the damages suffered due to the medical treatment, alleging the relevant breach of the contractual duty, and, on the other hand, the defendant (hospital) must proove that the performance was duly carried out and the outcomes were caused by an unforeseeable event, unavoidable in the context of ordinary professional care. In this case, statute of limitation is 10 years.

Liability of doctors is based on tort, with the exception of self employed doctors, pursuant to Article 2043 of the Italian Civil Code.

Therefore, doctors employed by Public or Private Hospitals, doctors pursuing their activity in the “intramoenia” scheme or accreditation with the National Health System, researchers and doctors performing telemedicine are liable in tort unless they breached specific contractual obligations directly entered into with the patient.

The initial burden of proof is with the patient. The claimant must provide evidence of the fault of the doctor, as well as the causal relation between the damages and the wrongdoing of the doctor. In the case of tort the statute of limitation period is 5 years.

Assessment on negligence and malpractice
The Gelli Law clarified also the crucial point of the determination of the doctor’s negligence. Indeed, pursuant to Article 7(3) of the Law, in order to ascertain and determine compensation in damages, the Court must take into account the new Article 590 sexies of the Italian Criminal Code, introduced by the Law under Article 6.

In particular, the above-mentioned Article established that the healthcare professionals who cause death or personal injury to a patient during the exercise of their functions will be subject to the penalties provided for manslaughter or negligent personal injury.

Furthermore, in case of medical malpractice, it is up to the healthcare professionals to provide evidence that they acted in accordance with recommended guidelines published under the law, in order to avoid their own liability. In the absence of specific guidelines the professional must adhere to principles of good practice.

Compulsory Insurance
The Gelli Law provides also for a mandatory Insurance coverage of health facilities and professionals and for the direct right of action of patients against the Insurers.
Article 10 of the Law defines the public or private health facilities as “the hospitals of the National Health Service, facilities and private hospitals operating autonomously or under the regime of accreditation with the National Health Service that provide health services to third parties”.
Therefore, professionals working in such institutions must hold professional insurance in order to allow for possible recovery actions by the entity.
However, all the other professionals not included in the above-mentioned definitions must in any case hold an adequate professional insurance coverage according to Article 3(5)(e) of Law Decree 13 august 2011, n. 138 (as amended).
For the time being, it is still to early to provide any comment on those compulsory insurances, mainly because a number of minimal provisions still need to be clarified by means of a ministrial decree to be published. We will return to this issue in a subsequent edition of Across.

Brief remarks on the European framework
Some of the principles behind the the Gelli Law are already in place in other European countries. For example:

(i) France has required, since 2002 (Law No. 4 March 2002 No. 203), an obligation to subscribe to professional liability insurance by the health facilities and professionals;

(ii) Sweden provides that medical professionals are obliged to subscribe to policies for professional liability insurance.

With regard to the medical malpractice insurance schemes, the example of England and Wales lays down that the liability for negligence of employees is undertaken by the National Health Service Trusts. This means that medical professionals not employed by the National Health Service obtain indemnity through a medical defense organization or private insurance.
With reference to liability, in the majority of European territories, medical malpractice claims are typically tort claims brought against an individual professional for negligence, or claims brought against a medical institution under the principle of vicarious liability.

In the UK, as a general rule, if a doctor is employed by the National Health Service, the latter is vicariously liable for the doctor’s negligent acts and omissions.
However, if a doctor is exempted from the indemnity programme coverage, he or she can be sued directly for negligence.
In Germany, medical malpractice law is based on the relevant Civil Code provisions on liability and on causes of action only developed by case law.
In light of all the above, only the future enactment of all the relevant implementing decrees and the future case law will show whether Gelli Law will be consistent with the principles expressed by the other European countries and the goal of a general harmonization of such principles will be achieved.

Conclusions
It seems clear that the new regulation on medical malpractice is an important piece of legislation which introduces greater certaintly to an area that was previously uncertain. It goes without saying that the previous uncertainty has been one of the reasons for the increase in litigation in the medical sector and one of the aims of the reform is to try to decrease such litigation.
Obviously the principles on medical malpractice liability appears to be strongly affected by the structure of the National Health Systems in the different EU countries and due to the differences in the national legislations, they do not seem to be easily armonized.
However, having a set of rules reducing the areas of uncertainties appears to simplify the market and also grants a clearer system in the EU arena.

 

 

 

1/06/2017
Contenzioso & Arbitrati - Diritto Amministrativo, Pubblico Comunitario

In 2008 the European Union adopted the EU Directive on Certain Aspects of Mediation in Civil and Commercial Matters (2008/52/EC) on mediation in civil and commercial disputes. The objective is to “create a workable, light-touch Directive, which reflects existing guidelines and best practice and can serve to encourage the wider use of mediation across the EU. The Directive was not the first attempt to promote mediation. The EU  has published a Green paper, two Directives on Alternative Dispute Resolution (ADR) in consumer disputes and Online Dispute Resolution, and has sponsored the drafting of a European Code of Mediators. In addition, at the supranational level, UNCITRAL had approved a set of conciliation rules in 1980, and a model law in 2002 on international commercial conciliation.

The EU Directive requires Member States to establish mediation systems in cross-border disputes, but also invites Member States to consider if such systems can be made applicable to domestic matters, even if some Member States had already introduced non-adjudicative methods in their legal systems. The Directive covers the essential issues concerning mediation, within a lightly-regulated framework: with regard to confidentiality (Art. 7) what is disclosed in a mediation session must not be disclosed later by the parties in a judicial or arbitral proceedings (exceptions may be established only for the protection of fundamental public interest, such as personal or psychological integrity); limitation periods will be suspended during mediation (Art. 8); judicial enforceability of the settlement agreement must be guaranteed (Art. 6).

Three approaches to the promotion of mediation exist today in continental Europe[1]: the “pragmatic approach” exemplified by Denmark and the Netherlands, and consisting of first experimenting with pilot-projects, followed by regulation; the “cultural approach” exemplified by Switzerland, where the education of lawyers to non-adjudicative methods is paramount, and where a number of traditional conciliation practices within the judiciary itself render litigation a “last resort method”; the “legalistic approach” exemplified by some major European states, among them France, Spain and Italy, where first a comprehensive regulation on mediation is established, and then the results are evaluated.

Once the choice to regulate has been made, there can be different ways to approach regulation itself: 1) market regulation (generally recommended only for high-end commercial disputes); 2) self-regulation by a community or industry; 3) formal regulating framework, defined by legal parameters; 4) formal comprehensive legislation.

The EU approach has been to create a “formal framework”. Incentives, sanctions and detailed regulation have been left to the Member States to decide. The formal framework is therefore a flexible one, allowing to adopt a variety of mechanisms. Out of the 28 EU members, 22 have established an accreditation system for mediators, and 15 provide legal aid for destitute litigants in mediation. Only 10 Member States allow the judge to order the parties to attempt mediation before commencing litigation, and just 6 States have some form of mandatory mediation on the basis of the disputed matter[2].

EU Member States in fact are not prevented from requiring that parties participate in a mediation proceeding, or to an informative session on mediation, as long as the right to having one’s day in court is preserved, and the proceeding is not exceedingly long or expensive[3]. Compelling mediation is a less than optimal solution, but in the short- to medium-term, it might be considered the only option to jumpstart mediation in the legal system.

Training and selection of the mediators is not regulated by the Directive. Member states have to ensure the quality of mediators by encouraging training and the adoption of codes of conduct, and by providing quality control on mediation procedures. However, only 5 Member States include mediation in the legal education curriculum, and in most countries, a 40 to 50 hours-course in generally sufficient for accreditation. The aspect of training and job incentives is going to be crucial if mediation has to become mainstream, as the European institutions hope. Virtually all European countries leave the fees to be paid to mediators to the market, since they provide no court-sponsored or financed mediaton programmes. This may be a problem where these fees are instead controlled or capped, such as in Italy. By not committing the financial resources that are needed to reneder this service commercially viable, States may derail the ADR market. In the first years after the Directive, a large number of mediators were accredited, and therefore most mediators still mediate only a handful of cases per year. As a result, where mandatory mediation is established together with price control, civil and commercial mediators work virtually pro bono.
Mediation legislation has now been implemented in all Member States, but for some years the inflow of mediation proceedings has been limited to say the least, as it was in the past, with the notable exception of the few countries where mandatory mediation was introduced[4]. Some Member States have started a discussion to modify legislation, and have set up opt-out systems, where the parties must see a mediator in person, before deciding explicitly that they do not intend to take advantage of the process: if the party and/or their lawyer do not comply with this obligation, the judge may later award some of the legal costs to the counterparty, no matter what the decision on the dispute is.

Resorting to mediation implies a change in the legal culture, which can only be achieved gradually. The path towards a more balanced use of adjudication to resolve indiscriminately all types of conficts, will probably take longer than anyone expected.

 

 

 

 

 

 

[1] Alexander, N. (2008), Mediation and the Art of Regulation. Queensland University of Technology Law and Justice Journal, 8(1), 1–23.

[2] For a comprehensive comparison table on mediation legislation in the EU member countries, see: Schonewille, M., & Schonewille, F. (2014), The Variegated Landscape of Mediation. A Comparative Study of Mediation Regulation and Practices in Europe and the World. The Hague: Eleven International Publishing.

[3] Judgment of the Court (Fourth Chamber) of 18 March 2010. Rosalba Alassini v Telecom Italia SpA (C-317/08).

[4] De Palo, G., D’Urso, L., Trevor, M., Branon, B., Canessa, R., Cawyer, B., & Florence, L. R. (2014), “Rebooting” the mediation directive: assessing the limited impact of its implementation and proposing measures to increase the number of mediations in the EU. Retrieved from http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/etudes/join/2014/493042/IPOL-JURI_ET%282014%29493042_EN.pdf.

La legge portuale italiana vieta ad un operatore la gestione di più aree demaniali aventi ad oggetto la stessa attività di impresa in un medesimo porto. Analizziamo come questo divieto potrebbe essere stato modificato a seguito della recente riforma del 2016.

Proseguiamo ad esaminare una recente sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale della Toscana, la quale ha chiarito gli obblighi gravanti sull’Amministrazione Pubblica in caso di espropriazione di aree private nei porti italiani.

La recente estensione del campo di applicazione del Regolamento generale di esenzione per categoria (2014) alla concessione di aiuti di stato a porti ed aeroporti dell’UE ci induce a ricordare due recenti sentenze della Corte di Giustizia in merito agli aiuti di Stato nel settore marittimo e – in particolare – alla compensazione degli obblighi di servizio pubblico alle imprese incaricate della gestione di servizi d’interesse economico generale.

Poi, analizziamo due sentenze, provenienti da Regno Unito e Spagna, riguardanti l’applicazione di due importanti convenzioni internazionali nell’ambito de trasporti internazionali, le Hague-Visby Rules e la CMR. La sentenza inglese conferma che la mancata materiale emissione di una polizza di carico non rileva al fine di escludere l’applicabilità della normativa uniforme, mentre la sentenza spagnola ci fornisce una definizione di “colpa parificata a dolo” ai fini dell’esclusione del limite di responsabilità vettoriale.

Anche la Corte di Cassazione italiana ha emesso due interessanti sentenze in materia di trasporti. La Suprema Corte italiana ha negato al portatore della polizza di carico la titolarità ad agire nei confronti di un vettore marittimo per danni alla merce, in caso di mancata girata della polizza di carico dal ricevitore al portatore, e ha considerato uno “scambio di contenitori” quale ipotesi di colpa grave del vettore stradale.

Infine, analizziamo una sentenza della Commissione Tributaria di Roma, relativa alla IRESA, la tassa sul rumore negli aeroporti italiani. Tale sentenza, in considerazione del fatto che la Regione Lazio ha disatteso i principi e le finalità previsti dalla normativa nazionale ed europea relativi alla destinazione del gettito derivante dall’imposta, ha concluso per la disapplicazione dell’IRESA per come prevista dalla normativa regionale.

Alberto Rossi

There’s a fair European wind blowing

Probably the most important outcome of the French election is not so much the actual electoral defeat of the National Front but the decision of that party to remove from its policy programme the idea of withdrawing from the Euro and promoting a referendum on Frexit. In other words, those parties which have based their political offer to the electorate on the negative impact of globalization and the hard impact of immigration, no longer see the solution as the break-up of the EU.

The same in happening in the Netherlands and even in the UK where the May government is promoting the need to address the negative aspects of globalization and migration in a substantive manner and not long saying that Brexit itself is the answer.

This is a window of opportunity that the EU must embrace. The underlying issues of migration and globalization must be addressed. But if they are addressed in a satisfactory manner the EU itself is not being challenged. There is a recognition in France and in the Netherlands, and even in Germany given the results in the recent Lander elections among the vast majority of the electorate that the EU remains a valid project and that the solutions are best found within its remit.

If Macron and Merkel can get together with the Italy and Spain, much can be done. From an insider’s point of view the only possible hiccup in catching this favourable wind is the capacity of the Commission to recognize it.

 

Alitalia: amministrazione straordinaria secondo round
Con decreto del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) del 2 maggio 2017 è stata disposta la procedura di amministrazione straordinaria di Alitalia Società Aerea Italiana S.p.A. ai sensi del d.l. n. 347/2003 (c.d. legge Marzano) e con sentenza del Tribunale di Civitavecchia dell’11 maggio 2017 è stato dichiarato lo stato di insolvenza.

Il Tribunale può inserire in sede di omologazione clausole modificative della proposta di concordato?
La Cassazione 3 aprile 2017, n. 8632 ha stabilito che il decreto di omologazione può essere reclamato, anche in assenza di opposizioni, in relazione ad addizioni estranee alla proposta introdotte d’imperio dal Tribunale, che non rappresentino semplici formule organizzative della fase di esecuzione del concordato.

La banca risponde del danno causato alla società dagli amministratori per ricorso abusivo al credito?
La Cassazione 20 aprile 2017, n. 9983 conferma un proprio precedente secondo cui la banca può essere ritenuta responsabile per concorso nell’illecito, distinguendo la fattispecie da quella della concessione abusiva di credito.

Cause di ineleggibilità e decadenza del sindaco professionista in uno studio associato
Ai sensi dell’art. 2399, lett. c), c.c. è ineleggibile, e se eletto decade dall’ufficio, il sindaco che intrattiene con la società o sue controllate rapporti di natura patrimoniale che ne compromettano l’indipendenza. Ci si interroga se il caso in cui il sindaco sia parte di uno studio associato che presta attività di consulenza alla medesima società integri l’ipotesi prevista dalla legge. Sebbene il quesito sia risolto tendenzialmente in senso affermativo, permangono tuttavia dubbi circa i criteri adottati dalla Corte di Cassazione al fine di determinare i casi in cui, concretamente, l’indipendenza del sindaco possa dirsi compromessa.

La portata della delega gestoria nelle s.r.l.: contenuto e limiti
La Suprema Corte, con sentenza n. 25085 del 7 dicembre 2016, ha riconosciuto la legittimità di una delega di gestione di carattere generale, da parte del consiglio di amministrazione a favore di singoli consiglieri delegati con esercizio disgiunto dei poteri, nella misura in cui la stessa non sia diretta ad escludere l’esercizio di un concorrente potere di gestione da parte dell’organo collegiale amministrativo.

Trattamento di dati per finalità di marketing: la tutela delle persone giuridiche
Il Garante per la Protezione dei Dati Personali, con provvedimento n. 4 del 12 gennaio 2017, ha precisato la disciplina relativa al trattamento di dati personali per finalità di marketing, dichiarando illegittimo sia  il trattamento di dati raccolti per il tramite di moduli presenti all’interno dei siti internet delle società sia il trattamento di dati (i.e. le utenze telefoniche) autonomamente reperiti sul web.

La responsabilità amministrativa degli enti ex d.lgs. n. 231/2001 all’interno dei gruppi di imprese
È ammissibile una responsabilità, ai sensi del d.lgs. n. 231 del 2001, della società capogruppo per reati commessi nell’ambito delle attività svolte dalle società da essa controllate a condizione che a) il soggetto che agisce per conto della holding concorra con il soggetto che commette il reato per  conto  della persona giuridica controllata; e che b) possa ritenersi che la holding abbia ricevuto un concreto vantaggio o perseguito un effettivo interesse a mezzo del reato commesso nell’ambito dell’attività svolta dalla società controllata.

Considerazioni in merito alla rinunciabilità dell’effetto risolutorio della diffida ad adempiere
La sentenza della Corte di Cassazione, sez. II, n. 4205 del 3 marzo 2016 offre l’opportunità per dare brevemente conto delle diverse posizioni di giurisprudenza e dottrina in materia di rinunciabilità dell’effetto risolutorio della diffida ad adempiere.

La responsabilità degli amministratori non operativi e il dovere di agire in modo informato
La responsabilità degli amministratori privi di deleghe operative, alla luce della sentenza della Corte di Cassazione Civile, Sez. I, 31 agosto 2016, n. 17441 in commento, non può discendere da una generica condotta di omessa vigilanza – tale da essere identificata nei fatti come una responsabilità oggettiva – ma deve essere ricondotta alla violazione del dovere di agire informati, sia sulla base delle informazioni che devono essere rilasciate da parte degli amministratori operativi, sia sulla base delle informazioni che gli amministratori non operativi possono acquisire di propria iniziativa. L’individuazione dei presupposti della responsabilità degli amministratori deleganti si inquadra, pertanto, in un discorso che valorizza la differenziazione dei doveri imposti agli amministratori delegati e quelli tipici degli amministratori non esecutivi.

 

Patti parasociali di rinuncia preventiva all’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori
Con sentenza 28 settembre 2015, n. 19193, la sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Roma, nell’affrontare il tema della rinuncia pattizia all’azione di responsabilità verso gli amministratori di una società, ha affermato la validità delle clausole dei patti parasociali, con le quali i soci “entranti” si impegnano a non esercitare l’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori “uscenti” o comunque a non votare favorevolmente in assemblea.

La Suprema Corte cambia orientamento: invalido il contratto bancario e finanziario firmato dal solo cliente
La Suprema Corte torna sulla questione della validità dei contratti c.d. monofirma, ossia della copia del contratti bancari e finanziari conservati negli archivi della banca recanti la sola sottoscrizione del cliente e privi invece della firma dell’istituto di credito, affermando che detti contratti sono nulli e, come tali, inopponibili al correntista.

Acquisto di quote di s.n.c.: l’errore sul valore della partecipazione può essere fondatamente dedotto come errore essenziale?
Il Tribunale di Milano ha affermato che di regola – anche con riferimento alle compravendite di quote di s.n.c. – l’accoglimento della domanda di annullamento del contratto per errore essenziale non può prescindere dall’esistenza nel contratto di una esplicita garanzia circa il valore del patrimonio e la qualità dei beni della società (garanzia che nella concreta fattispecie, a giudizio del Tribunale, mancava). 

Le nuova disciplina del giudizio davanti alla Corte di cassazione (D.L. 168/2016, convertito dalla L. 197/2016)
Con un nuovo intervento di fine estate, il legislatore è intervenuto ancora una volta in via d’urgenza sulla disciplina del codice di procedura civile, in particolare sulla disciplina del giudizio davanti alla Corte di cassazione: il 31 agosto 2016 è stato infatti pubblicato il decreto legge 168/2016, recante “Misure urgenti per la definizione del contenzioso presso la Corte di cassazione e per l’efficienza degli uffici giudiziari” (“D.L. 168/2016”).

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sulla qualificazione e l’impugnazione del lodo non definitivo e del lodo parziale
Lodo che decide parzialmente il merito della controversia, immediatamente impugnabile a norma dell’art. 827 c.p.c., comma 3, è sia quello di condanna generica ex art. 278 c.p.c. sia quello che decide una o alcune delle domande proposte senza definire l’intero giudizio, non essendo immediatamente impugnabili i lodi che decidono questioni pregiudiziali o preliminari.

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