I vantaggi del nuovo “rent to buy” rispetto alla tradizionale locazione con opzione

Questo memorandum esamina sommariamente le figure negoziali del “rent to buy” e della locazione con opzione di vendita, al fine di mettere in evidenza i vantaggi che presenta la nuova tipologia contrattuale rispetto a quella tradizionale[1].

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Ruolo dei modelli di atto costitutivo e di statuto sociale elaborati dal Ministero dello Sviluppo Economico nel procedimento di costituzione ordinario di una start-up innovativa di tipo s.r.l.

Dal 20 luglio scorso, attraverso il sito internet

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Riforma dei permessi di soggiorno in Cina

Il 27 settembre 2016 l’Amministrazione statale per gli esperti stranieri della RPC ha emanato il Comunicato sul Piano sperimentale per il sistema dei permessi di lavoro per stranieri in Cina (il “Comunicato”). 

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30/03/2017

La recente decisione del Tribunale di Padova (31 dicembre 2016) viene messa a raffronto con i pochi precedenti editi in tema di estensione degli effetti degli accordi di ristrutturazione dei debiti a creditori finanziari non aderenti

Il caso

Due società con un indebitamento prevalentemente nei confronti di banche e società di leasing hanno presentato congiuntamente domanda di omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti, il quale prevede una moratoria biennale per il pagamento del capitale ed una rimodulazione degli interessi.

Le società debitrici hanno chiesto l’estensione dell’accordo nei confronti di una banca dissenziente, mentre accordi ad hoc per il rientro dall’esposizione sono stati raggiunti con altre banche non aderenti.

 

Le questioni

L’art. 182-septies l.fall. prevede che gli effetti di un accordo di ristrutturazione dei debiti raggiunto con altri creditori appartenenti ad una categoria omogenea e rappresentanti il 75% del valore dei crediti della categoria possano essere estesi a creditori finanziari non aderenti se, tra altri altre condizioni, possano risultare soddisfatti, in base all’accordo, in misura non inferiore rispetto alle alternative concretamente praticabili.

Diverse questioni restano di incerta soluzione, tra cui quelle del necessario inserimento di tutti i creditori finanziari in categorie omogenee, i criteri da seguire per la valutazione di convenienza dell’accordo per i creditori non aderenti, l’eventualità che siano stipulati accordi separati con alcuni creditori finanziari rispetto all’accordo soggetto ad omologazione e estensione.

 

La decisione

Il Tribunale di Padova ha omologato l’accordo ed ha esteso gli effetti alla banca non aderente, valutando che essa sarebbe stata soddisfatta in misura non inferiore rispetto all’alternativa rappresentata dalla liquidazione fallimentare del patrimonio immobiliare delle società debitrici.

Non si ponevano nella fattispecie particolari questioni in termini di omogeneità della categoria, posto che si trattava di creditori chirografari e di proposta uniforme, salvo che per il fatto che dalla motivazione emerge che con alcune banche non aderenti sono stati raggiunti accordi separati per il rientro dall’esposizione.

 

Commento

La giurisprudenza ha sinora fatto emergere solo sporadici casi di applicazione dell’art. 182-septies l.fall., a quasi due anni dall’introduzione della disposizione nel giugno 2015:

  1. a) una decisione del Tribunale di Milano del 16 febbraio 2016, dalla quale risulta che i creditori bancari erano stati suddivisi in tre categorie, anche se la banca non aderente vantava crediti appartenenti a due soltanto di esse;
  2. b) una decisione del Tribunale di Forlì del 5 maggio 2016, che si è soffermata sulla congruità della formazione della categoria di creditori garantiti, ritenuta non corretta a motivo del fatto di avere considerato a tal fine le sole garanzie reali su beni del debitore e non anche garanzie personali prestate da terzi. Il Tribunale ha comunque omologato l’accordo con estensione degli effetti alla banca non aderente ed opponente, dopo avere riformulato le categorie ed averne considerata una terza (non prevista dal debitore), giungendo alla conclusione del rispetto dei presupposti di legge.

Per quanto riguarda il criterio della convenienza dell’accordo per i creditori non aderenti, entrambe le decisioni sono allineate con quella del Tribunale di Padova, individuando l’alternativa nella liquidazione fallimentare.

In merito alla classificazione di tutti i creditori finanziari in categorie omogenee, emerge dalla motivazione di entrambe le decisioni che ciò era stato in effetti previsto dal debitore, anche se la banca non aderente rientrava solo in alcune di esse. Su questo aspetto si deve confermare che non vi è alcuna necessità di integrale classificazione, come nel concordato, posto che (i) la legge lo richiede solo per quanto riguarda il requisito dell’adesione del 75% degli altri creditori appartenenti alla stessa categoria e (ii) per ogni altro aspetto l’accordo di ristrutturazione dei debiti può prevedere trattamenti differenziati per ciascun creditore che abbia aderito all’accordo. In un caso seguito dallo Studio, in cui l’omologazione è stata concessa dal Tribunale di Vicenza, le categorie sono state limitate alle banche aventi posizione ed interessi omogenei rispetto a quelle interessate dall’estensione ex art. 182-septies l.fall. (una peculiarità dell’accordo era anche di prevedere espressamente la facoltà di adesione successiva dei creditori che non lo avevano inizialmente sottoscritto).

Un aspetto messo in luce dalla decisione del Tribunale di Padova riguarda la stipulazione di accordi ad hoc con alcuni creditori finanziari, che il debitore scelga di non inserire nell’accordo di cui chiede l’omologazione. Potrebbe in effetti porsi in dubbio che tali creditori siano qualificabili come «non aderenti», posto che l’accordo di ristrutturazione dei debiti ex art. 182-bis l.fall. può essere costituito anche da un fascio di accordi separati che il debitore consideri poi unitariamente dal punto di vista degli effetti ai fini dell’omologazione. L’unico limite ad una selezione da parte del debitore degli accordi in questo senso sembra peraltro potersi riconoscere solo nel caso in cui ciò abbia l’effetto di alterare i requisiti di legge per l’omologazione ovvero l’estensione ai non aderenti.

 

 

Il contenuto di questo articolo ha valore solo informativo e non costituisce un parere professionale.

Per ulteriori informazioni contattare Fabio Marelli, fabio.marelli@nctm.it

 

30/03/2017

Il Tribunale di Firenze (2 novembre 2016) ha confermato che il debitore può conservare parte dell’attivo, in un’ottica di favore verso il risanamento dell’impresa ed in deroga ai principi della responsabilità patrimoniale

 

Il caso

Una società ha presentato una domanda di concordato c.d «misto», fondato su una componente liquidatoria relativa al patrimonio non funzionale all’esercizio dell’impresa ed un’altra in continuità «diretta», con la conservazione dei beni sociali funzionali alla prosecuzione dell’attività imprenditoriale.

Un creditore si è opposto all’omologazione del concordato, contestando l’insufficiente attribuzione ai creditori delle utilità generate dalla gestione dell’impresa.

 

La questione

Nella forma più comune di proposta di concordato, conformata secondo lo schema della cessione dei beni, tutto il patrimonio dell’imprenditore è destinato ai creditori nel rispetto delle cause legittime di prelazione. Il concordato con continuità aziendale, invece, non prevede la liquidazione dei beni, che vengono conservati dal debitore per generare con l’esercizio dell’attività di impresa i flussi futuri da attribuire ai creditori.

 

La decisione del Tribunale

Il Tribunale di Firenze ricorda innanzitutto che la giurisprudenza che ha escluso una destinazione solo parziale del patrimonio del debitore al soddisfacimento dei creditori – con riferimento al concordato di tipo liquidatorio ed in relazione al principio della responsabilità patrimoniale del debitore sancito dall’art. 2740 c.c. – ha richiamato proprio la possibilità che il debitore possa conformare la proposta alllo schema di cui all’art. 186-bis l.fall., il quale prevede la prosecuzione dell’attività d’impresa con possibile liquidazione dei beni a ciò non funzionali: nel concordato con continuità «diretta» il debitore non è quindi tenuto a liquidare tutto il proprio patrimonio, ma può conservare i beni necessari all’esercizio dell’attività di impresa.

Quanto al tema dell’attribuzione ai creditori di tutte le risorse generate dalla continuazione dell’attività, il Tribunale ricorda che il concordato con continuità aziendale è figura strutturalmente e funzionalmente ben distinta rispetto al concordato liquidatorio e costuisce una modalità di soddisfazione dei creditori che si attua in modo alternativo rispetto all’alienazione del patrimonio del debitore: la finalità perseguita dal legislatore di consentire il risanamento e la conservazione dell’impresa giustifica la deroga al principio di responsabilità patrimoniale di cui all’art. 2740 c.c. ed il debitore può dunque conservare parte delle risorse generate dall’esercizio dell’attività d’impresa, onde assicurare una patrimonializzazione sufficiente e comunque porre condizioni adeguate a prevenire future situazioni di crisi.

Al debitore è richiesto di garantire ai creditori un trattamento economico più vantaggioso rispetto alla liquidazione del patrimonio (concordataria o fallimentare), che costituisce l’alternativa alla prosecuzione dell’attività. Il termine di paragone deve poi riferirsi alle ipotesi concretamente praticabili e non a tutte quelle in astratto percorribili, in quanto ciò richiederebbe uno sforzo incompatibile con la stretta tempistica dello stato di crisi.

Il Tribunale di Firenze ha rigettato l’opposizione e, rilevato che la proposta concordataria soddisfa il requisito del miglior soddisfacimento dei creditori rispetto all’alternativa liquidatoria, ha omologato il concordato.

 

Commento

La pronuncia in commento si segnala per il rilievo attribuito in motivazione al principio di cui all’art. 2740 c.c., ferma la migliore soddisfazione dei creditori rispetto allo scenario liquidatorio: il concordato preventivo è mezzo di attuazione della garanzia patrimoniale, ma questa va considerata in riferimento ai soli valori di liquidazione.

Ampliando la prospettiva, come ha osservato la dottrina più avvertita (Fabiani, “La residualità del dogma della responsabilità patrimoniale e la de-concorsualizzazione del concordato preventivo”), nell’angolo visuale della continuità aziendale il dogma della garanzia patrimoniale nel concorso dei creditori sul patrimonio deve essere ripensato. Secondo questa analisi, pienamente condivisibile, il punto di caduta è rappresentato dal valore del patrimonio effettivamente realizzabile nell’alternativa liquidatoria, ma le risorse generate dalla prosecuzione dell’attività possono essere distribuite secondo criteri che non realizzano rigidamente la par condicio ed anche a beneficio del debitore, a condizione che ciò garantisca il miglior soddisfacimento dei creditori: ciò considerato che il nuovo sistema delle proposte concorrenti di concordato consente ai creditori di contrastare la proposta del debitore e rende quindi contendibile e disponibile il surplus derivante dalla continuità.

Si prestano quindi ad essere rimeditati criticamente gli orientamenti che ancora si registrano con posizioni di netta chiusura, come in una recente pronuncia del Tribunale di Milano del 15 dicembre 2016, secondo cui «la prosecuzione dell’attività di impresa in sede concordataria non può comportare il venir meno della garanzia patrimoniale del debitore» e non è «consentito azzerare in sede concordataria il rispetto delle cause legittime di prelazione (art. 2741 c.c.), che è un corollario della responsabilità patrimoniale, principio che viene meno solo a seguito delle attività liquidatorie poste in essere in sede di vendite coattive».

 

 

Il contenuto di questo articolo ha valore solo informativo e non costituisce un parere professionale.

Per ulteriori informazioni contattare Fabio Marelli, fabio.marelli@nctm.it

30/03/2017

La Corte di Cassazione (n. 4915 del 27 febbraio 2017) ha ribadito che il Tribunale può sindacare la «causa concreta» del concordato preventivo, interpretando in senso estensivo il criterio della assoluta, manifesta inettitudine del piano del debitore a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Il caso

Il Tribunale di Vibo Valentia ha dichiarato l’inammissibilità di un concordato preventivo a ragione del fatto che il piano e la relazione di attestazione avevano manifestato eccessivi profili di genericità, tali da far escludere la fattibilità della proposta, con particolare riferimento al momento esecutivo della prevista riorganizzazione con altre costituende società operanti anche in joint venture con un gruppo industriale internazionale.

Il Tribunale ha quindi dichiarato il fallimento, che è stato poi revocato dalla Corte d’Appello di Catanzaro a seguito di reclamo. È seguito il ricorso per cassazione.

 

La questione

La pronuncia della Suprema Corte tratta la questione dell’ambito di possibile valutazione nel merito della proposta e del piano concordatari da parte dell’autorità giudiziaria, alla luce delle elaborazioni giurisprudenziali seguite alla nota decisione di Cass. SS.UU. n. 1521/2013.

 

La decisione della Corte

La Suprema Corte ha cassato la decisione della corte calabrese richiamando il noto insegnamento di Cass. SS.UU. n. 1521/2013 secondo cui:

(i) il controllo di fattibilità da parte del Tribunale non è escluso dall’attestazione del professionista, mentre spetta ai creditori la valutazione del merito e, quindi, della probabilità di successo del piano e dei rischi inerenti;

(ii) la valutazione della «effettiva realizzabilità della causa concreta» comporta che – per ammettere il debitore alla procedura – il Tribunale (non solo possa, ma) debba verificare la non manifesta inettitudine del piano presentato dal debitore a raggiungere gli obiettivi prefissati, nell’ambito di una proposta che risulti plausibile.

Nel caso di specie, la proposta e il piano corredati dalla relativa attestazione, che prevedevano una riorganizzazione societaria con nuove compagini non ancora esistenti e delle quali non erano neppure stati tratteggiati non solo i business plan, ma neppure le bozze degli atti costitutivi, sono stati giudicati talmente generici e incerti e, quindi, da ricadere nell’ambito della manifesta assoluta irrealizzabilità del piano.

 

Commento

L’individuazione nel caso di specie della «causa concreta» del concordato, dettato dalla Cass. SS.UU. n. 1521/2013, era stato meglio precisato da successive pronunce, in termini di «inidoneità della proposta, se emergente ‘prima facie’, a soddisfare in qualche misura» tutti i creditori (cfr. Cass. 4 maggio 2016, n. 8799) e di «assoluta, manifesta inettitudine del piano presentato dal debitore a raggiungere gli obiettivi prefissati» (Cass. 9 agosto 2016, n. 16830).

Questi principi sono stati applicati dai giudici di merito in modo non uniforme.

Da un lato, secondo App. Torino 17 aprile 2014, il Tribunale deve limitarsi a constatare ciò che si può sicuramente escludere possa verificarsi, mentre non può addentrarsi in valutazioni in merito a ciò che può o meno verificarsi, per quanto le probabilità possano considerarsi ridotte o aleatorie nel merito.

Al contrario Trib. Pavia 14 ottobre 2016 ha ritenuto che la valutazione di «causa concreta» (in un caso di concordato con continuità aziendale «diretta») possa essere effettuata anche nel caso in cui il piano appaia non attuabile in termini di elevata probabilità. In senso analogo, in punto di inammissibilità della proposta condizionata ad eventi futuri, generici e incerti cfr. anche Trib. Treviso 1° giugno 2016.

Il tema destinato forse a rimanere irrisolto è quello dell’impossibilità di definire aprioristicamente i termini della manifesta irrealizzabilità del piano, in relazione all’apprezzamento del singolo caso concreto. Solo l’interpretazione più rigorosa sopra richiamata sembra effettivamente poter fornire un indirizzo netto rispetto ai termini della valutazione del Tribunale.

Con la decisione qui commentata la Cassazione sembra offrire un nuovo spunto, riconducendo la valutazione di fattibilità direttamente ad un profilo formale attinente alla formulazione del piano, per il caso in cui difettino sufficienti specificazioni in merito alle operazioni da svolgere da parte del debitore e di terzi soggetti coinvolti ed alle relative modalità attuative. Si tratta di criterio analogo a quello previsto per il sindacato, in termini di completezza ed esaustività, della relazione del professionista attestatore e che può quindi essere accolto. Il rischio è solo che ciò, da un lato, si possa tradurre in criteri troppo rigorosi dal punto di vista formale e, dall’altro, che sia così consentito al Tribunale di compiere una valutazione di merito in via «mediata», attraverso il contenuto del piano.

 

 

Il contenuto di questo articolo ha valore solo informativo e non costituisce un parere professionale.

Per ulteriori informazioni contattare Fabio Marelli, fabio.marelli@nctm.it

 

21/03/2017

Questo memorandum esamina sommariamente le figure negoziali del “rent to buy” e della locazione con opzione di vendita, al fine di mettere in evidenza i vantaggi che presenta la nuova tipologia contrattuale rispetto a quella tradizionale[1].
Esso è diviso in due parti: nella prima parte si definiscono le fattispecie negoziali e si delineano i criteri operativi funzionali alla loro distinzione, nella seconda parte si evidenziano i principali vantaggi della scelta del “rent to buy” rispetto alla locazione con opzione di vendita.

  1. Distinzione tra il “rent to buy” e la locazione con opzione di vendita.

Il contratto di “rent to buy” è definito dal legislatore come il “contratto, diverso dalla locazione finanziaria, che prevede l’immediata concessione del godimento di un immobile, con diritto per il conduttore di acquistarlo entro un termine determinato imputando al corrispettivo del trasferimento la parte di canone indicata nel contratto”[2]. Pertanto l’operazione economica si struttura in due parti. Nella prima parte il concedente mette l’immobile a disposizione del conduttore affinchè ne goda a fronte del pagamento di un canone periodico, il quale include il corrispettivo del godimento del bene ed insieme una anticipazione del suo prezzo. Nella seconda parte il conduttore ha la facoltà di acquistare la proprietà del bene a fronte del pagamento del suo prezzo, il quale deve essere diminuito delle frazioni di canone che ne hanno costituito una anticipazione parziale.

Il contratto di locazione con opzione di vendita è un contratto di locazione cui è collegato negozialmente un ulteriore contratto di opzione. Pertanto non si ha una unitaria operazione economica, bensì due operazioni distinte con due schemi causali diversi. Si ha anzitutto una operazione economica secondo lo schema causale della locazione di immobile. Si ha inoltre una distinta operazione economica collegata secondo lo schema causale dell’opzione. Le due operazioni sono collegate nel senso che sono tra di loro interdipendenti e funzionalizzate ad un risultato economico unitario.

La distinzione tra le due figure negoziali non è agevole. In astratto dovrebbe aversi “rent to buy” quando la volontà delle parti è diretta a costituire un unico rapporto giuridico caratterizzato da un’unica causa, ed invece dovrebbe aversi locazione con opzione di vendita quando la volontà delle parti è diretta a realizzare distinte operazioni che perseguono un fine pratico unitario. In concreto l’elemento determinante ai fini della qualificazione del contratto in termini di “rent to buy” attiene alla previsione di un corrispettivo frazionato in due parti, una parte diretta a remunerare il godimento ed una parte diretta ad anticipare il prezzo.

 

  1. Primo vantaggio del “rent to buy”: la libertà negoziale

Il contratto di “rent to buy” presenta una serie di vantaggi rispetto alla locazione con opzione di vendita. Il primo vantaggio significativo è nella libertà negoziale delle parti. Infatti, alla locazione con opzione si applica integralmente la disciplina vincolistica prevista dalla Legge 392/1978 e dalla Legge 431/1998, e tutti i conseguenti meccanismi di eterointegrazione cogente del regolamento contrattuale[3]. In questa figura negoziale ciascun contratto rimane regolato dalle regole del tipo cui appartiene. Il mero collegamento negoziale non determina alcun cambiamento nella disciplina regolatrice.

Invece al “rent to buy” non trova applicazione la disciplina vincolistica della locazione, in nessuno dei suoi aspetti. In questa figura negoziale le parti rimangono libere di convenire la durata del rapporto, le condizioni del recesso e della disdetta, l’ammontare del canone, la ripartizione delle spese e degli oneri, gli aspetti relativi alla sublocazione, cessione, successione, nonché le tutele attinenti alla prelazione, al riscatto e all’avviamento[4].

 

  1. Secondo vantaggio del “rent to buy”: l’attuazione coattiva in caso di inadempimento del conduttore

Il secondo vantaggio è nei tempi che occorrono per l’attuazione coattiva del diritto in caso di inadempimento del conduttore. Nella locazione con opzione di vendita, il locatore deve necessariamente prima esperire una azione di cognizione per fare accertare il suo diritto e costituire un titolo esecutivo, e solo dopo può agire in sede esecutiva per la soddisfazione coattiva del suo interesse. Pertanto questi è tenuto ad attivare dapprima il procedimento sommario di sfratto per morosità ex art. 658 ss. c.p.c., e solo dopo avere ottenuto la convalida dello sfratto, avrà la possibilità di iniziare l’esecuzione forzata. Di conseguenza la soddisfazione del suo interesse richiede due passaggi giurisdizionali, un procedimento di cognizione ed un successivo procedimento di esecuzione, con tutto ciò che questo comporta sui tempi per il rilascio dell’immobile[5].

Invece il contratto di “rent to buy” costituisce titolo per l’esecuzione forzata in forma specifica per rilascio, a condizione che venga stipulato nella forma della scrittura privata autenticata ovvero dell’atto pubblico, ed a condizione che contenga una clausola risolutiva espressa in relazione al mancato pagamento dei canoni. Pertanto, in caso di inadempimento del conduttore, il concedente non necessita di esperire una azione di cognizione per fare accertare il suo diritto alla restituzione del bene. Egli può richiedere all’autorità giudiziaria direttamente l’attuazione coattiva in sede esecutiva. Affinchè il contratto costituisca titolo per l’esecuzione occorre però ricorrano entrambe le condizioni cui si è fatto cenno. Infatti, in base all’articolo 474 del c.p.c. ed in base all’articolo 605 c.p.c., gli atti ricevuti da notaio costituiscono titolo esecutivo per l’esecuzione forzata per rilascio quando consacrano diritti alla consegna di beni immobili che sono certi, liquidi ed esigibili. Non è quindi sufficiente che il contratto sia stipulato con atto notarile, occorre anche che non vi sia necessità di alcun accertamento in ordine alla esistenza ed al contenuto del diritto fatto valere. Nella specie questo avviene quando in contratto è dedotta una clausola risolutiva espressa in caso di mancato pagamento del canone, e questa è stata esercitata dopo l’inadempimento[6].

 

  1. Terzo vantaggio del “rent to buy”: l’opponibilità ai terzi

Il terzo vantaggio è nella opponibilità ai terzi che abbiano acquisito diritti sul bene dopo la trascrizione del contratto. La locazione con opzione di vendita è trascrivibile solo se ultranovennale, e questo avviene raramente nella prassi economica. Posto che nel nostro ordinamento le trascrizioni nei registri immobiliari sono tipiche e tassative, la locazione che non ecceda il limite temporale di nove anni non può essere trascritta. Di conseguenza il conduttore corre il rischio che nel tempo intercorrente tra la stipula del contratto di locazione ed il momento di esercizio del diritto di opzione, altro soggetto proceda ad effettuare trascrizioni e iscrizioni nei registri immobiliari in suo pregiudizio.

Questa problematica viene risolta con il contratto di “rent to buy”, il quale è soggetto a trascrizione a prescindere dalla sua durata per espressa previsione di legge. La trascrizione del contratto ha la medesima efficacia della trascrizione del preliminare di vendita, e cioè una efficacia prenotativa della trascrizione del successivo atto di acquisto. In altri termini la trascrizione del contratto fa retroagire gli effetti della trascrizione dell’eventuale successivo atto di trasferimento. Questo consente di neutralizzare eventuali trascrizioni e iscrizioni pregiudizievoli successive alla trascrizione del contratto medesimo. Tuttavia questo effetto prenotativo si estingue se il soggetto interessato non procede alla trascrizione dell’atto di trasferimento dopo l’acquisto del diritto e comunque entro dieci anni dalla trascrizione[7].

 

 

  1. Conclusioni

In conclusione il nuovo contratto di “rent to buy” costituisce una fattispecie negoziale estremamente utile nella prassi economica. Per mezzo della nuova disciplina legislativa: (i) il concedente può sottrarsi ai vincoli derivanti dalla disciplina delle locazioni abitative e commerciali, (ii) ed altresì può ottenere la restituzione del bene in caso di inadempimento di controparte senza necessità di una previa tutela cognitiva, (iii) mentre il conduttore può proteggersi dal rischio di trascrizioni ed iscrizioni pregiudizievoli nei registri immobiliari.

 

[1]Il contratto di “rent to buy” è nato e si è diffuso dapprima nella prassi economica. Esso è stato poi tipizzato dal legislatore con il D.L. 133/2014 all’articolo 23.

[2]Decreto sblocca Italia D.L. 133/2014, articolo 23, comma 1. Il testo è stato qui trasformato al singolare.

[3]Si noti però che i vincoli all’autonomia contrattuale previsti per le locazioni commerciali sono venuti meno per le grandi locazioni in base al medesimo Decreto Legge Sblocca Italia D.L. 133/2014 con la previsione cui all’articolo 18. Questa norma prevede la possibilità di stipulare locazioni in deroga alle previsioni vincolistiche della legge se il canone pattuito eccede gli euro 250.000.

[4] Cassazione, 23 marzo 1992, n. 3587.

[5] Va precisato che anche un contratto di locazione potrebbe in teoria costituire titolo esecutivo per il rilascio se versasse nella forma dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata e prevedesse una clausola risolutiva espressa. Tuttavia questo è estremamente raro nella prassi. Invece è frequente per il “rent to buy”, in quanto questa tipologia contrattuale è soggetta a trascrizione, ed essa può avvenire solo sulla base di un atto notarile.

[6]Fabiani, Rent to buy, titolo esecutivo per il rilascio dell’immobile ed effettività della tutela giurisdizionale, in Studio per il Consiglio nazionale del notariato n. 283 del 2015, 1 ss..

[7] Delfini, La nuova disciplina del rent to buy nel sistema delle alienazioni immobiliari, in Riv. Trim. dir. civ. e proc. civ. 2015, 817 ss..

21/03/2017

Dal 20 luglio scorso, attraverso il sito internet startup.registroimprese.it, è possibile costituire on-line e senza l’intervento del notaio una start-up innovativa di tipo s.r.l..

La nuova procedura alternativa di costituzione, oltre che un esame preliminare degli aspetti di maggior interesse emergenti dal modello di atto costitutivo e di statuto sociale elaborati dal Ministero dello Sviluppo Economico (“MISE”) sono già stati oggetto di due precedenti note informative alle quali si rinvia per maggiori dettagli.

Si propone, qui di seguito, il secondo degli approfondimenti programmati con riferimento agli aspetti di maggiore interesse della nuova normativa in materia di costituzione di start-up innovative di tipo s.r.l. on-line.

*****

  1. Introduzione

Una delle principali novità della recente disciplina normativa riguardante la costituzione on-line di start-up innovative di tipo s.r.l. è rappresentata dai relativi modelli di atto costitutivo e di statuto, adottati con decreto del 17 febbraio 2016 dal Ministero dello Sviluppo Economico (di seguito, rispettivamente, il “Decreto Ministeriale” e il “MISE”) ([1]), in attuazione di quanto prescritto dal Decreto Legge n. 3 del 2015 (il c.d. “Decreto Investment Compact”) e dal Decreto Legge n. 179/2012 (c.d. “Decreto Crescita bis”).

A tal proposito, occorre, tuttavia, dedicare qualche riflessione con riferimento alla portata applicativa e “vincolante” di tali modelli nell’ambito dei differenti procedimenti e modalità secondo cui è possibile costituire start-up innovative di tipo s.r.l.

  1. Portata applicativa dei modelli ministeriali nel procedimento di costituzione ordinario

L’art. 4, comma 10 bis, del Decreto Investment Compact stabilisce che l’atto costitutivo delle start-up innovative e le sue successive modificazioni “(…) sono redatti per atto pubblico ovvero per atto sottoscritto con le modalità previste dall’articolo 24 del codice dell’amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 [i.e. atto sottoscritto con firma digitale, N.d.R.]. L’atto costitutivo e le successive modificazioni sono redatti secondo un modello uniforme adottato con decreto del Ministro dello Sviluppo Economico e sono trasmessi al competente ufficio del registro delle imprese di cui all’articolo 8 della legge 29 dicembre 1993, n. 580, e successive modificazioni.”.

Dall’analisi del dettato normativo, sembrerebbe – a prima vista – potersi dedurre che la generale previsione sulla redazione secondo il modello uniforme adottato dal MISE sia riferita a entrambe le modalità di costituzione della start-up innovativa menzionate nella proposizione precedente, ivi incluso pertanto l’ordinario iter di costituzione di cui all’art. 2463 del Codice Civile ([2]).

Al contempo, occorre tuttavia evidenziare che il relativo decreto attuativo del MISE, nell’adottare i modelli di atto costitutivo e di statuto per le start-up di tipo s.r.l., fa esclusivo riferimento, quanto alla loro applicazione, alla nuova procedura di costituzione elettronica ([3]).

Analogamente, il Decreto Ministeriale del 28 ottobre 2016, recante approvazione del modello per le modifiche dello statuto di s.r.l. start-up innovative, disciplina unicamente le modifiche da apportarsi secondo procedura elettronica ([4]).

Si consideri, inoltre, quanto chiarito dalla circolare n. 3691/C del 1° luglio 2016 che il MISE ha indirizzato alle Camere di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura e che prevede che il modello standard di atto costitutivo e di statuto adottato con il Decreto Ministeriale è “finalizzato alla costituzione della start-up, secondo la procedura derogatoria delle norme codicistiche introdotta dal richiamato comma 10 bis”, e che, pertanto, il Decreto Ministeriale “in adesione alla delega normativa, ha, ovviamente, regolato esclusivamente il modello standard alternativo, rimanendo disciplinato dal codice civile, dalla legge 89 del 1913 (…) e dalla altre norme di sistema, l’ordinaria costituzione tramite atto pubblico”.

Tale circolare sembrerebbe, quindi, tracciare una netta distinzione tra le due procedure di costituzione – ordinaria e informatica – delle quali solo la seconda viene espressamente individuata quale oggetto del Decreto Ministeriale.

Alla luce di tale incoerenza tra il dettato del Decreto Investment Compact e le previsioni della successiva normativa di attuazione sopra richiamata, verrebbe quindi da chiedersi se i modelli adottati dal Decreto Ministeriale siano, o meno, vincolanti anche quando la costituzione della start-up avvenga con l’intervento del notaio.

Per rispondere a tale quesito, è utile fare un passo indietro e identificare le ragioni che hanno spinto il legislatore a stabilire che i contenuti degli atti costitutivi e degli statuti delle start-up innovative debbano essere vincolati a quelli dei modelli predeterminati dall’autorità amministrativa, con l’unica possibilità di selezionare, nel corso della compilazione, le opzioni messe a disposizione nei modelli medesimi.

III.        Argomenti che sembrerebbero confermare la natura vincolante dei modelli di atto costitutivo e di statuto anche nell’ambito del procedimento di costituzione ordinario

La prevista adozione di modelli uniformi nell’ambito del nuovo processo di costituzione digitale è certamente frutto della volontà del legislatore di conciliare, da un lato, la facoltà di ridurre gli oneri formali ed economici legati alla costituzione di una società di capitali, e, dall’altro lato, l’esigenza di un controllo di legittimità su società (i.e. le start-up innovative s.r.l. costituite on-line) che vengano iscritte nel registro delle imprese senza che il loro atto costitutivo e statuto sociale siano sottoposti al vaglio di legittimità notarile.

In altri termini, l’intervento del notaio sarebbe sostituito da un vincolo preventivo (una sorta di controllo ex ante) posto agli aspiranti soci sul contenuto dell’atto costitutivo e dello statuto della propria start-up innovativa ([5]).

Se lo scopo dei modelli ministeriali fosse solo quello di supplire al controllo del notaio, sarebbe ipotizzabile, evidentemente, che proprio il notaio, quale soggetto chiamato a svolgere un’indagine di legalità sugli atti che si accinge a rogare, possa intervenire sui modelli – modificandoli e integrandoli – e, persino, non tenerne conto.

Lo stesso articolo 4, comma 10 bis, del Decreto Investment Compact, richiama, tuttavia, due obiettivi ulteriori, ovvero “favorire l’avvio di attività imprenditoriale” e “garantire una più uniforme applicazione delle disposizioni di materia di start-up innovative e di incubatori certificati”.

I modelli ministeriali predisposti per le s.r.l., infatti, riflettono la speciale disciplina che il Decreto Crescita bis ha appositamente ideato per le start-up innovative, incidendo (talvolta in misura significativa) sul diritto societario generale, nella prospettiva di porre rimedio, attraverso interventi legislativi strutturali, al deficit di competitività italiano in campo di tecnologia e sviluppo, nonché di stimolare l’economia nazionale tramite un rilancio dell’imprenditoria innovativa.

Solo per fare alcuni esempi, si pensi, con riferimento al modello di statuto:

  • alla clausola 8.3 che, in applicazione dell’art. 26, co. 6, del Decreto Crescita bis, ammette la possibilità per la società di compiere operazioni sulle proprie partecipazioni in deroga al divieto dell’art. 2474 c.c., qualora le operazioni siano effettuate in base a piani di incentivazione che assegnino quote ai dipendenti, collaboratori, componenti dell’organo amministrativo o prestatori di opere e servizi anche professionali;
  • alla clausola 8.2 che, in conformità a quanto disposto dai commi 2 e 5 dell’art. 26 del Decreto Crescita bis, oltre alle quote ordinarie, prevede la possibilità di emettere, in deroga all’art. 2468, commi 1 e 2, c.c., particolari categorie di quote fornite di diritti diversi, le quali potranno essere oggetto di offerta al pubblico di prodotti finanziari, anche attraverso portali online per la raccolta di capitali;
  • alla clausola 8.4, secondo cui le particolari categorie di quote sub (b) possono attribuire i diritti sociali in misura non proporzionale alla partecipazione posseduta e dunque, ai sensi dell’art. 26, comma 3, del Decreto Crescita bis, possono essere anche del tutto prive del diritto di voto, in deroga all’art. 2479, comma 5, codice civile;
  • alla clausola 7.4, per cui, in applicazione dell’art. 26, co. 7, del Decreto Crescita bis, la società può emettere specifici strumenti finanziari forniti di diritti patrimoniali o di diritti amministrativi, (di nuovo) in deroga al divieto di cui all’art. 2468, comma 1, c.c..

In particolare, (i) l’eliminazione del divieto di compiere operazioni sulle proprie partecipazioni (alle citate condizioni), ha lo scopo di favorire il coinvolgimento di soggetti professionalmente competenti nella vita della start-up; (ii) l’offerta al pubblico delle quote e degli strumenti finanziari partecipativi emessi dalla start-up, anche tramite portali online, amplia i canali di raccolta dei fondi, aggiungendo un’opzione alle alternative di finanziamento delle s.r.l. (pratica del c.d. crowdfunding) (iii) la creazione di una categoria di quote con diritti differenti rispetto a quelli ordinari, consente di “riservare” tali quote a potenziali investitori e distinguere questi ultimi dai soci fondatori/imprenditori, analogamente a quanto avviene nelle società azionarie ([6]).

Dunque, le clausole statutarie sub (a) – (d), insieme alle altre previste nel modello uniforme, dovrebbero servire, nel loro complesso, sia a rendere la società specializzata nel settore di riferimento, efficiente e concorrenziale nel mercato, sia a facilitare il reperimento di risorse finanziarie, così da permettere alla società di espandersi e conseguire gli scopi prefissatisi.

Potrebbe, quindi, dedursi che i modelli uniformi siano stati redatti “su misura” per le start-up innovative di tipo s.r.l., al fine di recepire le deroghe al diritto societario generale introdotte dal Decreto Crescita bis e di mettere gli aspiranti soci nella condizione di perseguire gli obiettivi della società; obiettivi che, secondo il dettato letterale del Decreto Investment Compact, dovrebbero accomunare e porre nelle medesime “condizioni minime di partenza” tutte le start-up innovative, comprese quelle costituite per atto pubblico.

  1. Argomenti contrari alla natura vincolante dei modelli di atto costitutivo e di statuto nell’ambito del procedimento di costituzione ordinario

Si ricorda, tuttavia, che la normativa di attuazione brevemente richiamata nel par. II del presente contributo non recepisce l’impostazione esposta nel paragrafo precedente, in quanto, come detto, non impone l’adozione dei modelli uniformi nel caso di start-up innovativa costituita con l’ordinaria procedura per atto pubblico, o meglio, non fa affatto menzione di tale procedura ([7]).

A tale riguardo, parte della dottrina ritiene che il Decreto Ministeriale non si sarebbe limitato a non contemplare la procedura di costituzione ordinaria, ma si sarebbe spinto oltre, imponendo, all’art. 1, comma 3, l’impiego della sola modalità informatica: “L’atto sottoscritto in maniera diversa da quanto previsto dal comma 2 [ossia in forma elettronica e con firma digitale, N.d.R.], non è iscrivibile nel registro delle imprese” ([8]), così escludendo che la start-up innovativa di tipo di s.r.l. possa essere costituita con atto pubblico. Anche per questa ragione ([9]), secondo la citata dottrina, il decreto del MISE sarebbe illegittimo ([10]).

Nonostante tale opinione da ultimo riportata risulti, senz’altro, più aderente ad un’interpretazione letterale della normativa di rango primario, il MISE sembra aver sposato la tesi contraria:

  1. in primo luogo perché, con la circolare emanata il 1° luglio 2016, il MISE ha puntualizzato che il procedimento con firma digitale è facoltativo e alternativo rispetto a quello ordinario e, di conseguenza, “(…) codesti uffici [ovvero gli uffici delle Camere di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura, N.d.R.] potranno continuare a iscrivere in sezione ordinaria e speciale, start-up costituite nella forma di società a responsabilità limitata a norma dell’art. 2463 del codice civile, con atto pubblico” ([11]);
  2. in secondo luogo perché, con nota n. 411501 del 22 dicembre 2016, il MISE ha definitivamente chiarito che “il legislatore ha introdotto una modalità semplificata di costituzione che non sostituisce, ma affianca quella ordinaria prevista dall’articolo 2463 c.c.”, che “i decreti ministeriali attuativi (…) dispongono le modalità di redazione e compilazione del file elettronico, senza ovviamente necessità di dettare criteri relativi alla redazione e costituzione ordinaria delle società start-up, in quanto regolati dalle norme del codice civile e della legge notarile” e che “i notai possono ben continuare a rogare per atto pubblico gli atti costitutivi e modificativi di s.r.l., aventi natura di start-up, secondo le modalità indicate dal codice civile e dalla legge notarile. Solo ove il notaio sia richiesto di autenticare la scrittura privata elettronica di costituzione di start-up a norma dell’articolo 5, comma 1, del D.M. 17 febbraio 2016, allora sarà chiamato ad autenticare un originale informatico redatto sulla base dello standard approvato da questo Ministero”;

Ferme le considerazioni (sopra accennate) che si basano sul tenore letterale della normativa di rango primario, la posizione così espressa dal MISE sembrerebbe poter essere spiegata alla luce del fatto che – dato il rango secondario di tale fonte normativa – il testo del Decreto Ministeriale, nella misura in cui tratta sempre e solo del procedimento costitutivo elettronico e mai di quello ordinario, potrebbe comunque lasciare spazio a un’interpretazione conforme al dettato della normativa di rango primario, interpretazione che ammetterebbe quindi la possibilità di mantenere la procedura di costituzione ordinaria al fianco della procedura di costituzione elettronica di recente introduzione (in quest’ottica andrebbe, quindi, letto il citato articolo 1, comma 3: non sarebbe iscrivibile nel registro imprese l’atto costitutivo che, nell’ambito della procedura di costituzione elettronica, sia sottoscritto con modalità diverse da quelle di cui all’art. 24 del Codice dell’Amministrazione Digitale).

Se si aderisce all’interpretazione ministeriale, si può quindi ritenere che il Decreto Ministeriale stesso, nel distinguere la disciplina applicabile alle start-up costituite online da quella applicabile alle start-up costituite per atto pubblico (pur non riflettendo in maniera del tutto coerente il dettato letterale dell’art. 4, comma 10 bis del Decreto Legge n. 3/2015 ([12]), abbia introdotto una soluzione “di compromesso”, probabilmente più in linea con il complesso delle norme di diritto societario del nostro ordinamento.

Infatti, il Decreto Ministeriale assicura, per un verso, quella forma di controllo di legalità ex ante pensato dal legislatore per le start-up innovative costituite tramite procedura informatica ([13]) e, per altro verso, garantisce comunque l’autonomia redazionale dei notai nell’ordinaria procedura costitutiva, rimettendo alla loro competenza professionale la consueta indagine di legittimità sugli atti costitutivi e sugli statuti delle start-up innovative, senza vincolare i notai ai testi dei modelli predisposti dal MISE che devono, invece, essere necessariamente rispettati nel procedimento di costituzione on-line.

  1. Considerazioni conclusive

Alla luce di quanto esposto, è quindi ragionevole ritenere che:

(1)         nonostante il tenore letterale dell’art. 4, comma 10 bis, del Decreto Investment Compact e l’esigenza di uniformità ivi menzionata ([14]), il decreto attuativo NON imporrebbe l’adozione dei modelli uniformi di atto costitutivo e statuto approvati dal MISE anche nel caso di costituzione di una start-up innovativa di tipo s.r.l. mediante atto pubblico;

(2)         in base al Decreto Investment Compact, alla circolare n. 3691/C del MISE e alla nota MISE n. 411501 del 22 dicembre 2016, la costituzione di start-up innovative di tipo s.r.l. è senz’altro consentita anche tramite l’ordinaria procedura per atto pubblico, che rimane dunque regolata dal codice civile e dalle altre leggi di sistema;

(3)         nella procedura di costituzione per atto pubblico, in assenza di specifici obblighi di aderenza ai modelli, deve ritenersi che il notaio, quale soggetto esperto e chiamato a verificare la legittimità degli atti, possa intervenire in via integrativa o modificativa degli stessi modelli o persino non tenerne conto, seppur nel rispetto, naturalmente, della speciale disciplina prevista per le start-up innovative, come prevista nel Decreto Crescita bis;

(4)         fermo quanto sopra, è tuttavia ragionevole pensare che – in occasione della costituzione di una start-up innovativa di tipo s.r.l. secondo la procedura ordinaria – risulterà piuttosto difficile per i notai ignorare i modelli di statuto e di atto costitutivo ministeriali; infatti, tali modelli costituiscono inevitabilmente un’ottima traccia di partenza per l’operatore ai fini della redazione di numerose clausole dell’atto costitutivo e dello statuto che questi ultimi saranno chiamati a redigere, posto che le previsioni contenute nei modelli ministeriali sono state predisposte e approvate dal MISE e possono, quindi, presumersi come legittime per definizione.

In risposta ai quesiti iniziali posti sub II, si potrebbe pertanto concludere che, nell’ambito della procedura di costituzione ordinaria che coinvolge il notaio, i modelli di atto costitutivo e di statuto di start-up innovative di tipo s.r.l. approvati dal MISE possano rivestire il ruolo, al più, di base di partenza, punto di riferimento o di mera “fonte di ispirazione”, senza tuttavia assumere alcuna portata vincolante per l’attività redazionale del notaio.

 

[1] A seguito dell’approvazione delle specifiche tecniche per la redazione di tali modelli (con decreto direttoriale del 1° luglio 2016) e di alcune correzioni formali apportate ai testi del Decreto Ministeriale e degli allegati (con decreto del 7 luglio 2016), le disposizioni del Decreto Ministeriale sono divenute efficaci il 20 luglio scorso (art. 8 del citato decreto direttoriale).

[2] In tal senso, v. A. Carducci Artenisio, La start up innovativa s.r.l. costituita con firme digitali non autenticate, in Giustizia civile.com, 29 agosto 2016, http://giustiziacivile.com/printpage/1041, 21 novembre 2016, G. Ferri jr e M. Stella Richter jr, Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico del 17 febbraio 2016, start-up innovative e diritto delle società: un parere, in  Riv. not., 2016, 609 ss.

[3] Partendo dall’ultima premessa, il decreto recita: “Considerato che l’art. 4, comma 10 bis, del decreto-legge 24 gennaio 2015, n. 3, prescrive che in deroga all’art. 2463 del codice civile, tali atti possono essere redatti in forma elettronica con firma non autenticata dei sottoscrittori a norma dell’art. 24 del C.A.D.; decreta: Art. 1 – Onere formale – 1. In deroga a quanto previsto dall’art. 2463 del codice civile, i contratti di società a responsabilità limitata, ivi regolati, aventi per oggetto esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico e per i quali viene richiesta l’iscrizione nella sezione speciale delle start-up di cui all’art. 25, comma 8, del decreto legge 19 ottobre 2012, n. 179, sono redatti in forma elettronica e firmati digitalmente a norma dell’art. 24 del C.A.D., da ciascuno dei sottoscrittori, nel caso di società pluripersonale, o dall’unico sottoscrittore nel caso di unipersonale, in totale conformità allo standard allegato sotto la lettera A al presente decreto, redatto sulle base delle specifiche tecniche del modello, di cui all’art. 2, comma 1.”.

[4] L’articolo 1 del D.M. 28 ottobre 2016 dispone infatti che: “1. In deroga a quanto previsto dall’art. 2480, secondo capoverso, del Codice civile, gli atti modificativi dell’atto costitutivo e dello statuto delle Società a responsabilità limitata, aventi per oggetto esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di di cui all’art. 25, comma 2, del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, sono redatti in forma elettronica e firmati digitalmente a norma dell’art. 24 del C.A.D., dal Presidente dell’assemblea e da ciascuno dei soci che hanno approvato la delibera, nel caso di società pluripersonale, o dall’unico socio nel caso di unipersonale, in totale conformità allo standard allegato sotto la lettera a) al presente decreto, redatto sulla base delle specifiche tecniche del modello, di cui all’art. 2, comma 1.

  1. Le società si avvalgono delle disposizioni del presente decreto per le modifiche che non comportano la perdita dei requisiti di cui all’art. 25, comma 2, del decreto-legge 19 ottobre 2012, n. 179 e la cancellazione dalla sezione speciale del registro delle imprese delle start-up innovative. A tal uopo, contestualmente al deposito per l’iscrizione in sezione ordinaria del registro delle imprese del verbale modificativo, la start-up deposita la dichiarazione di attestazione del mantenimento dei requisiti di cui al comma 15 dell’art. 25 del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179. (…)”.

[5] Questo argomento è stato trattato nella nota informativa “Modello ministeriale di statuto sociale per start-up innovative di tipo s.r.l.: una valida surroga al controllo amministrativo preventivo prescritto dalla normativa comunitaria?”.

[6] Per una più completa esposizione delle finalità delle disposizioni del Decreto Crescita bis si rimanda a S. Guizzardi, L’impresa start up innovativa costituita in forma di s.r.l., in Giurisprudenza commerciale, fasc. 4, 2016, 549 e ss., la quale, inter alia, mette in discussione che gli strumenti finanziari partecipativi possano essere offerti tramite portali online.

[7] Cfr. supra, al paragrafo II.

[8] Cit. G. Ferri jr e M. Stella Richter jr , op. cit., 609 e ss.

[9] Vengono infatti individuati altri motivi di illegittimità del Decreto Ministeriale, per i quali si rimanda a G. Ferri jr e M. Stella Richter jr , op. cit., 609 e ss.

[10] In tal senso, cfr. G. Ferri jr e M. Stella Richter jr , op. cit., 609 e ss.

[11] L’articolo in questione (cfr. nota n. 2), pubblicato nell’agosto 2016, è stato probabilmente redatto prima dell’emanazione della circolare n. 3691/C.

[12] Cfr. supra, al paragrafo II.

[13] Cfr. supra, al paragrafo III.

[14] In proposito, si richiama nuovamente l’espressione “una più uniforme applicazione delle disposizioni di materia di start-up innovative”, contenuta nell’art. 4, comma 10 bis.

16/03/2017

The UK is nothing if not pragmatic. The pragmatism has sometime been referred to as perfidiousness: perfidious Albion. What is sure is that the UK will approach the divorce with the EU in a very pragmatic fashion. It will seek to develop bi-lateral relations with its direct trading partners. It will seek to revive the trade pre erences in the Commonwealth. It will seek independent influence in all international bodies.

16/03/2017

Il Tribunale di Rovigo (20 maggio 2016) riconosce espressamente l’ammissibilità del “pagamento di determinati creditori sulla base di singoli accordi con gli stessi non ancora stipulati”

15/03/2017

Lo scorso 8 marzo 2017, l’Agenzia delle Entrate ha emanato il provvedimento attuativo n. 47060 del regime dei neo domiciliati, previsto dall’art. 24-bis del t.u.i.r., introdotto dalla legge di bilancio 2017.

L’Agenzia delle Entrate ha inoltre dichiarato che verrà pubblicata a breve una circolare esplicativa con la quale verranno forniti i necessari chiarimenti sul funzionamento del nuovo regime.

L’art. 24-bis t.u.i.r prevede un’agevolazione su base opzionale per i neo residenti attraverso la tassazione forfettaria di 100.000 euro annui per tutti i redditi di fonte estera. Possono godere dell’agevolazione i soggetti che non siano stati residenti in Italia per almeno nove periodi di imposta sui dieci che precedono l’inizio della validità dell’opzione.

Il provvedimento ha ad oggetto le modalità con cui esercitare l’opzione per il nuovo regime.

Viene chiarito che l’opzione si perfeziona con la presentazione della dichiarazione riferita al periodo di imposta in cui la persona fisica ha trasferito la propria residenza fiscale in Italia, o nella dichiarazione riferita al periodo di imposta successivo. Nella dichiarazione si dovranno fornire una serie di dati quali l’attestazione dello status di non residente per almeno nove periodi di imposta sugli ultimi dieci, la giurisdizione della precedente residenza fiscale prima dell’esercizio dell’opzione, nonché gli Stati esteri per i quali non si intende usufruire delle agevolazioni previste dal neo regime.

L’opzione per il periodo di imposta 2017, dovrà quindi essere esercitata entro il 30 settembre 2018.

Fermo restando il soddisfacimento dei requisiti, il provvedimento ha inoltre confermato l’applicabilità dell’agevolazione anche ai cittadini italiani che in passato si erano traferiti in Stati o territori a fiscalità privilegiata e per i quali vige la presunzione ex art. 2, comma 2-bis, t.u.i.r.

La novità di maggior rilievo prevista dal provvedimento consiste nella facoltatività dell’interpello per l’ammissibilità al beneficio.

In altre parole la sussistenza delle condizioni per accedere all’agevolazione viene rimessa alla valutazione individuale del soggetto, il quale può decidere di presentare interpello o meno, fermo restando che l’opzione si perfeziona con la presentazione della dichiarazione.

L’istanza può essere inoltrata all’Agenzia anche prima della ricorrenza dei requisiti della residenza ai sensi dell’art. 2 del t.u.i.r.

Posta la complessità e la delicatezza della materia, onde evitare di incorrere in errori valutativi da cui possono derivare conseguenze sfavorevoli, dovrà essere valutata caso per caso l’opportunità di presentare comunque interpello all’Agenzia delle Entrate e, in ogni caso, farsi assistere da un professionista di fiducia.

 

 

15/03/2017

In seguito alla recente entrata del regolamento 596/2014/EU (“Regolamento” o “MAR”) nonché al relativo regolamento delegato n. 347/2016/UE (“Regolamento Delegato” o “RD”) in tema di abusi di mercato, si intende fornire una breve ricognizione della normativa a oggi applicabile, con specifico riferimento agli obblighi di istituzione, gestione e aggiornamento del cd. Registro Insider (“Registro”).

Il Regolamento richiede agli emittenti strumenti finanziari negoziati su un mercato regolamentato o su mercati multilaterali di negoziazione, di adottare specifiche procedure societarie relative alla protezione della riservatezza delle informazioni privilegiate e alla tenuta di un Registro, in modo tale da ridurre al minimo il fenomeno dell’insider trading e supportare le attività di vigilanza e ispettive delle Autorità competenti. In particolare, tale ultima procedura è volta a regolamentare l’intero processo di registrazione e monitoraggio delle informazioni privilegiate e richiede di iscrivere tempestivamente i dati di coloro che ne vengano in possesso, ancorché in via occasionale.

Una delle novità di maggior rilievo introdotte dal MAR concerne il soggetto sul quale grava l’obbligo di tenuta del registro. Tale adempimento, di norma, deve essere assolto dall’emittente. Quest’ultimo, tuttavia, può decidere di delegare a un soggetto terzo la tenuta e la gestione del Registro in nome e per suo conto. È però importante notare che, in tal caso, l’obbligo di gestione dello stesso non potrà riguardare solo una sua parte ma, necessariamente, tutto il Registro (art. 18, paragrafo 2, MAR). In ogni caso l’emittente rimane sempre pienamente responsabile della tenuta del Registro stesso.

Pertanto, si può ritenere che i soggetti terzi che operano per conto l’emittente (es. consulenti legali o fiscali, revisori, società di consulenza, advisor finanziari, banche, etc.) non siano più tenuti a mantenere internamente un proprio registro dato che l’emittente (o il soggetto terzo delegato) è il solo responsabile della tenuta del registro unico in cui dovranno essere iscritte tutte le persone, interne o esterne alla società, che abbiano accesso a informazioni privilegiate. Ciò implica che sarà obbligo dei soggetti terzi rispetto all’emittente comunicare i dati di tutti i soggetti da iscrivere nel registro unico.

Quanto ai contenuti e alla struttura del Registro, si segnala che ogni emittente è tenuto a redigere il Registro e ad aggiornarlo tempestivamente secondo un formato preciso, definito dal Regolamento Delegato.

Nella fattispecie, dovranno essere riportati i dati che agevolano l’identificazione delle persone aventi accesso a informazioni privilegiate, tra cui: (i) la loro l’identità (la data di nascita, l’indirizzo privato e, se applicabile, il numero di identificazione nazionale); (ii) il motivo per cui sono incluse nel Registro; (iii) la data e l’ora in cui hanno avuto accesso a tali informazioni; e (iv) la data di redazione del Registro.

Inoltre, è opportuno precisare le specifiche informazioni privilegiate alle quali ha avuto accesso la singola persona i cui dati sono inseriti nel Registro, poiché un soggetto può essere in possesso, al contempo, di varie informazioni privilegiate. A tale proposito, si prevede che il Registro sia suddiviso in sezioni distinte, una per ciascuna informazione privilegiata, precisandone la specifica natura (i.e. contratto, progetto, evento aziendale o finanziario, profit warning). Quindi, ogni volta che verrà individuata una nuova informazione privilegiata, al Registro dovrà essere aggiunta una nuova sezione e ciascuna di queste dovrà riportare soltanto i dati delle persone aventi accesso alla specifica informazione privilegiata contemplata nella relativa sezione.

Per evitare di inserire più volte i dati inerenti a un soggetto in ogni sezione, l’emittente può decidere di creare una sezione supplementare che indichi le informazioni relative a coloro che, in base alla loro funzione o posizione, possiedono costantemente informazioni privilegiate riguardanti la società. Tale sezione, perciò, non verrà creata in funzione dell’esistenza di una specifica informazione privilegiata e i dati relativi a coloro che ne abbiamo accesso non dovranno poi essere ripetuti nelle altre specifiche sezioni del Registro. Si noti che il numero dei nominativi da inserirvi dovrebbe essere particolarmente contenuto.

Il legislatore europeo impone, poi, che la redazione del Registro avvenga mediante un mezzo elettronico, in modo tale da garantire (i) la riservatezza delle informazioni ivi contenute; (ii) la completezza e l’esattezza delle informazioni riportate; e (iii) l’accesso e il reperimento delle versioni precedenti di quanto inserito nel Registro. Ogni aggiornamento, peraltro, dovrà essere eseguito tramite le stesse modalità elettroniche, al fine di garantire che vengano unicamente aggiunte informazioni e quelle esistenti non siano cancellate né alterate. Il Registro dovrà essere trasmesso all’Autorità competente sempre mediante un mezzo elettronico.

In ogni caso, gli emittenti o le persone che agiscono in nome e per conto loro, devono adottare ogni misura ragionevole per assicurare che tutte le persone figuranti nell’elenco prendano atto, per iscritto, degli obblighi giuridici e regolamentari connessi e delle sanzioni applicabili.

Infine, il Regolamento consente di esonerare gli emittenti dall’onere di tenuta del Registro, garantendo loro un risparmio di costi, qualora i loro strumenti finanziari siano negoziati su un mercato di crescita per le PMI. Tuttavia, si segnala che le disposizioni relative a tali mercati di crescita saranno applicabili solamente a partire dal 3 gennaio 2018, data prevista per l’entrata in vigore della MIFID II.

15/03/2017

Lo scorso 8 marzo 2017, l’Agenzia delle Entrate ha emanato il provvedimento attuativo n. 47060 del regime dei neo domiciliati, previsto dall’art. 24-bis del t.u.i.r., introdotto dalla legge di bilancio 2017.

 

L’Agenzia delle Entrate ha inoltre dichiarato che verrà pubblicata a breve una circolare esplicativa con la quale verranno forniti i necessari chiarimenti sul funzionamento del nuovo regime.

 

L’art. 24-bis t.u.i.r prevede un’agevolazione su base opzionale per i neo residenti attraverso la tassazione forfettaria di 100.000 euro annui per tutti i redditi di fonte estera. Possono godere dell’agevolazione i soggetti che non siano stati residenti in Italia per almeno nove periodi di imposta sui dieci che precedono l’inizio della validità dell’opzione.

 

Il provvedimento ha ad oggetto le modalità con cui esercitare l’opzione per il nuovo regime.

 

Viene chiarito che l’opzione si perfeziona con la presentazione della dichiarazione riferita al periodo di imposta in cui la persona fisica ha trasferito la propria residenza fiscale in Italia, o nella dichiarazione riferita al periodo di imposta successivo. Nella dichiarazione si dovranno fornire una serie di dati quali l’attestazione dello status di non residente per almeno nove periodi di imposta sugli ultimi dieci, la giurisdizione della precedente residenza fiscale prima dell’esercizio dell’opzione, nonché gli Stati esteri per i quali non si intende usufruire delle agevolazioni previste dal neo regime.

 

L’opzione per il periodo di imposta 2017, dovrà quindi essere esercitata entro il 30 settembre 2018.

 

Fermo restando il soddisfacimento dei requisiti, il provvedimento ha inoltre confermato l’applicabilità dell’agevolazione anche ai cittadini italiani che in passato si erano traferiti in Stati o territori a fiscalità privilegiata e per i quali vige la presunzione ex art. 2, comma 2-bis, t.u.i.r.

 

La novità di maggior rilievo prevista dal provvedimento consiste nella facoltatività dell’interpello per l’ammissibilità al beneficio.

 

In altre parole la sussistenza delle condizioni per accedere all’agevolazione viene rimessa alla valutazione individuale del soggetto, il quale può decidere di presentare interpello o meno, fermo restando che l’opzione si perfeziona con la presentazione della dichiarazione.

 

L’istanza può essere inoltrata all’Agenzia anche prima della ricorrenza dei requisiti della residenza ai sensi dell’art. 2 del t.u.i.r.

 

Posta la complessità e la delicatezza della materia, onde evitare di incorrere in errori valutativi da cui possono derivare conseguenze sfavorevoli, dovrà essere valutata caso per caso l’opportunità di presentare comunque interpello all’Agenzia delle Entrate e, in ogni caso, farsi assistere da un professionista di fiducia.

22/03/2017
Energica Motor Company S.p.A.

Nctm Studio Legale ha assistito Energica Motor Company S.p.A., prima azienda italiana produttrice di moto elettriche sportive, quotata all’AIM – Mercato Alternativo del Capitale – di Borsa Italiana, nella procedura di accelerated bookbuilding. 

L’operazione, per un controvalore complessivo di 2,27 milioni di euro, ha avuto come controparti investitori qualificati in Italia e istituzionali all’estero.

Energica Motor Company S.p.A., è stata assistita per gli aspetti di carattere legale da Nctm Studio Legale con un team guidato da Lukas Plattner.

 

13/03/2017
Crescita S.p.A.

Crescita S.p.A., la Spac promossa da Massimo Armanini, Cristian D’Ippolito, Marco Drago, Carlo Moser, Antonio Tazartes e Alberto Toffoletto attraverso Crescita Holding S.r.l. e DeA Capital S.p.A., ha ottenuto da Borsa Italiana  l’ammissione alle negoziazioni su  AIM Italia, Mercato Alternativo del Capitale di Borsa Italiana.

Il collocamento privato di azioni ordinarie con abbinati warrant si è concluso con successo per un controvalore di 130 milioni di euro.

Banca IMI ha agito in qualità di Global CoordinatorBookrunner, nonché di Nomad e Specialist. KPMG S.p.A. è la società di revisione.

L’inizio delle negoziazioni è prevista per il 15 marzo 2017.

Crescita S.p.A., è stata assistita da Nctm Studio Legale quale advisor legale con un team guidato da Lukas Plattner coadiuvato da Hana Softic. Banca IMI in qualità di Global Coordinator si è avvalso di Grimaldi Studio Legale con un team composto da Paolo Daviddi e Donatella de Lieto Vollaro, soci responsabili, e dall’associate Monica Ronzitti.

8/03/2017

Nctm Studio Legale ha assistito con successo D’Agostino Costruzioni Generali S.r.l., azienda italiana operante nel settore dei lavori pubblici, davanti al TAR della Regione Basilicata ed al Consiglio di Stato, per il contenzioso relativo all’aggiudicazione definitiva dell’appalto integrato riguardante il “Completamento dello schema idrico Basento – Bradano – Attrezzamento Settore G”, per un valore complessivo di 85 milioni di euro.

Il contratto è stato sottoscritto a fine febbraio.

L’opera rientra tra gli interventi promossi dalla “Legge Obiettivo” e dal decreto Sblocca Italia e consentirà di irrigare circa 7.000 ettari di terreni agricoli.

Nctm Studio Legale ha assistito D’Agostino Costruzioni Generali S.r.l., con un team guidato da Giuliano Berruti e Marco Monaco.

7/03/2017
Lazio Innova S.p.A.

Nctm Studio Legale si è aggiudicato la gara per la consulenza giuridica a Lazio Innova S.p.A., società partecipata in via maggioritaria da Regione Lazio e incaricata delle attività di assistenza tecnica all’Autorità di Gestione del Programma Operativo Regionale (POR) 2014–2020, cofinanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, con oltre 913.065.194 di euro.

L’incarico ha ad oggetto la consulenza in favore di Lazio Innova S.p.A., finalizzata all’esame di problematiche legali e procedurali relative all’erogazione di contributi comunitari, ad appalti di lavori pubblici, forniture e servizi finanziati con fondi comunitari, nonché l’assistenza legale nelle attività di venture capital finalizzata alla concessione di contributi ad imprese, enti ed organismi pubblici e privati.

Nctm Studio Legale assisterà Lazio Innova S.p.A. con un team guidato da Giuliano Berruti, Marco Monaco e Giammarco Navarra.

 

27/02/2017
UniEuro S.p.A.

Nctm Studio Legale ha assistito UniEuro S.p.A., nell’acquisizione di Monclick S.r.l., con un team guidato da Simone De Carli, coadiuvato da Mario Bonferroni.

Il closing della transazione, del valore di 10 milioni di Euro, è subordinato, all’approvazione delle autorità competenti e sarà perfezionata prevedibilmente entro il primo semestre del 2017.

22/02/2017

Nctm Studio Legale è stato scelto come advisor legale per il progetto di realizzazione della nuova flagship factory dell’acqua minerale S.Pellegrino appartenente al gruppo Sanpellegrino, azienda di riferimento in Italia nel campo del beverage non alcolico.
Si tratta di un’operazione che prevede il completo rifacimento dello stabilimento sito a San Pellegrino Terme, senza interferire con la produzione, con un’architettura iconica e rappresentativa del marchio, per un costo investimento stimato di 90 milioni di euro.

Il team di Nctm seguirà l’azienda in tutte le fasi del progetto, dalla fase preliminare di ideazione, all’iter per le autorizzazioni amministrative, alla realizzazione della nuova struttura.

Nctm Studio Legale assiste Sanpellegrino con un team composto da Luigi Croce, Ada Lucia De Cesaris e Christian Mocellin coadiuvati da Alessandro Vespa.

 

21/02/2017

Nctm Studio Legale ha assistito Telesia S.p.A., azienda italiana del gruppo Class Editori leader nel segmento della Go TV, nel processo di quotazione sull’AIM, Mercato Alternativo del Capitale di Borsa Italiana.

EnVent Capital Markets Ltd, ha agito in qualità di nominated adviser.

Telesia S.p.A. è stata assistita da Nctm Studio Legale con un team guidato da Lukas Plattner coadiuvato da Andrea Iovieno.

Per EnVent Capital Markets Ltd, ha agito Pedersoli Studio Legale con un team guidato da Marcello Magro, affiancato da Marco Molineris e Federico Tallia.

16/02/2017

Nctm Studio Legale ha assistito Energica Motor Company S.p.A. (“Energica”), prima azienda italiana produttrice di moto elettriche sportive, quotata sull’AIM – Mercato Alternativo del Capitale di Borsa Italiana, nella stipula di un accordo di investimento con Atlas Special Opportunities LLC (“Atlas”) e Atlas Capital Markets (“ACM”).

L’accordo prevede l’emissione da parte di Energica, a favore di Atlas, di un prestito obbligazionario convertibile cum warrant per complessivi 4 milioni di Euro, e di 10 warrant, esercitabili nei cinque anni successivi all’emissione della prima tranche del prestito obbligazionario, per un valore complessivo massimo di 1,2 milioni di euro. Banca Finnat Euramerica S.p.A. ha agito in qualità di arranger.

L’operazione segue la quotazione sull’AIM avvenuta a gennaio 2016 ed è finalizzata a rafforzare la struttura patrimoniale e finanziaria di Energica per sostenere il proprio progetto di sviluppo.

Energica Motor Company S.p.A. è stata assistita da Nctm Studio Legale con un team guidato da Lukas Plattner coadiuvato da Hana Softic.

15/02/2017
Mediolanum Farmaceutici

Nctm Studio Legale ha assistito Neopharmed Gentili S.r.l., parte del gruppo Mediolanum Farmaceutici S.p.A. e attiva nel settore dei prodotti cardio-metabolici e osteo-articolari, nella negoziazione e sottoscrizione degli accordi finalizzati all’acquisizione dell’intero capitale sociale di Therabel Gienne Pharma S.p.A., parte del gruppo olandese Therabel e attiva nella commercializzazione di specialità medicinali per l’area cardiologica, gastroenterologica e del trattamento del dolore.

L’operazione di acquisizione, il cui completamento è previsto per l’inizio di marzo, si colloca nel processo di crescita per linee esterne del gruppo Mediolanum Farmaceutici – uno dei maggiori player italiani del settore – nell’ottica di un significativo sviluppo della propria offerta terapeutica.

Nctm Studio Legale ha assistito il gruppo Mediolanum Farmaceutici con un team composto da Pietro Zanoni e Laura Cinquini.

Lo Studio Legale LMBD Prioux ha assistito il gruppo Therabel con un team composto da Fabrice Mourlon Beernaert e Frederic Deltour.

 

10/02/2017
Opera Investimenti S.p.A.

Nctm Studio Legale e lo Studio Legale Cicala – Riccioni, advisor legali dell’operazione di cessione a Finconcordia di Emu Group, azienda leader nel design d’arredo outdoor.

Nctm Studio Legale ha assistito Opera Investimenti S.p.A., società partecipata al 91,65% da Opera SGR S.p.A., nella vendita del 100% delle azioni di Emu Group S.p.A., ad una compagine societaria formata da Finconcordia S.p.A., riconducibile alla famiglia dei fondatori della stessa Emu Group S.p.A., e da partner consolidati dell’azienda, assistiti dallo Studio Legale Cicala – Riccioni. Per gli aspetti fiscali dell’operazione, Opera Investimenti S.p.A. è stata assistita da Pedersoli Studio Legale.
Opera Investimenti S.p.A. ha gestito Emu Group S.p.A. dal 2011 ad oggi, valorizzandone il marchio e contribuendo al consolidamento e all’espansione dell’azienda sui principali mercati mondiali. Con la vendita dell’intera quota azionaria conclude un’operazione di successo e passa il testimone alla nuova compagine societaria che si propone di far crescere ulteriormente il gruppo, la sua capacità creativa, e di sviluppare l’internazionalizzazione del brand, ampliando la sua posizione nei Paesi più rilevanti o con interessanti prospettive di sviluppo.

Opera Investimenti S.p.A. è stata assistita da Nctm Studio Legale con un team guidato da Mario Giambò, coadiuvato da Marzia Manente e per gli aspetti fiscali da Pedersoli Studio Legale con un team guidato da Andrea de’ Mozzi.

Lo Studio Legale Cicala-Riccioni ha assistito Finconcordia S.p.A. con Alessandro Riccioni coadiuvato da Giuseppina Ferrazzo.

10/01/2017
Il Sole 24 Ore

La finanza islamica, rappresenta un modo di intendere l’economia e gli investimenti che in futuro avrà più rilevanza.

22/12/2016
La Repubblica

Blueprint ed Erzelli in missione a Milano SARÀ uno sbarco pacifico e, vista la presenza del sindaco Marco Doria a capo della delegazione, non potrebbe essere altrimenti. Ma la missione genovese a Milano, il calendario mercoledì 30 novembre, punterà dichiaratamente a coinvolgere più investitori possibili nei due progetti-chiave per il rilancio della città: Blueprint ed Erzelli. Solo un nuovo disegno del waterfront portuale, che recuperi contenuti e filosofia del progetto dell’Expo ’92, e il decollo della collina hi tech con l’imminente sì dell’università, possono garantire a Genova quella scossa invocata anche ieri dal presidente dei costruttori dell’Ance Filippo Delle Piane nell’intervista a Repubblica. «Condivido totalmente le parole di Delle Piane – spiega Stefano Franciolini, presidente della Spim, la società incaricata di promuovere e valorizzare gli immobili del Comune – La città è addormentata e dev’essere svegliata e puntare su Milano è la scelta esatta. Per questo noi il 30 saremo lì con i due progetti più importanti, Blueprint ed Erzelli, cercando di trovare soggetti che possano e vogliano condividere lo sforzo della nostra amministrazione e investire su Genova». “Investire a Genova, le opportunità e i grandi progetti: dal polo Erzelli al Blueprint” è il titolo del convegno organizzato dallo studio legale Nctm e ospitato nella sala conferenze dello stesso dalle 9,30. Dopo l’introduzione di Doria, ne discuteranno il presidente dell’ordine degli architetti di Milano Valeria Bottelli, il presidente di Spim Stefano Franciolini, il responsabile del procedimento Blueprint Competition Luca Patrone e il responsabile sviluppo del parco degli Erzelli Maria Silva. «Presentare le migliori opportunità di sviluppo, non solo immobiliare, di Genova a Milano è una scelta mirata – continua Franciolini – È questa infatti la città che offre gli stimoli urbanistici più significativi, come sottolinea giustamente il presidente dei costruttori. Noi guardiamo proprio in questa direzione, vicina non solo fisicamente, ma anche come opportunità di crescita e di investimento». Se in effetti è una ripartenza quella di cui ha bisogno Genova forse la scelta del capoluogo lombardo, che vive una sorta di “Rinascimento”, può essere azzeccata. Certo, Genova non si muove all’unisono sulla strada della crescita attraverso i suoi progetti-chiave. Detrattori, corvi e professionisti della decrescita non mancano. Ma è indubbio che solo una scossa può spingere nuovamente la città verso l’alto. «Noi dobbiamo guardare avanti, provare a stimolare interesse e investimenti sul nostro territorio – chiude Franciolini – Proprio il Blueprint ce lo conferma. Le iscrizioni alla piattaforma on line per manifestare il proprio interesse hanno già raccolto trecento adesioni, da tutto il mondo. Il 20 dicembre ci sarà l’apertura delle buste, nella prima riunione pubblica in cui si conosceranno i membri della giuria internazionale e il numero dei progetti depositati. E allora potrà finalmente partire la fase operativa che punta a realizzare il nuovo waterfront di levante».

 

22/12/2016
Internazionale

Che paese è l’Iran, inteso come economia? Qualche indizio è venuto da un’esposizione delle attività produttive dell’Iran alla Fiera di Roma. Un “Iran Expo”: evento inusuale, perché fino a meno di un anno fa il paese mediorientale era sotto pesanti sanzioni internazionali. Di fatto, un paese isolato dall’economia globale. Le sanzioni sono cadute solo nel gennaio di quest’anno, quando è formalmente entrato in vigore l’accordo che ha messo fine al contenzioso sul programma nucleare iraniano. E solo allora le relazioni economiche e commerciali hanno cominciato a normalizzarsi. L’esposizione di Roma ha offerto uno spaccato di una discreta capacità industriale e di un’economia dinamica, e anche molto diversificata. L’Iran è uno dei grandi produttori di petrolio e gas naturale, che fanno circa l’80 per cento delle esportazioni e sono la prima fonte delle entrate dello stato (circa il 40 per cento). Rilanciare la produzione di idrocarburi resta una delle priorità del governo iraniano. Petrolio e gas però costituiscono circa un quarto del prodotto interno lordo: cioè, i tre quarti dell’economia poggiano su altro. Tra i padiglioni della Fiera di Roma c’erano l’industria “pesante” e “leggera”, grandi conglomerati di stato e piccole imprese indipendenti. Imprese meccaniche, chimiche, di ingegneria, produttori di parti per macchinari industriali e per automobili e camion. Poi agroalimentare, farmaceutica, marmi, produttori di pelli, scarpe, abbigliamento. Con un contorno di banche (italiane), studi legali, e aziende di intermediazione commerciale. L’interesse delle imprese europee per l’Iran è chiaro. È un paese di 80 milioni di abitanti, per lo più giovani (due terzi hanno meno di 35 anni) e molto istruiti. Conta una ventina di città sopra al milione di abitanti, la capitale Teheran supera i 12 milioni. Paese dinamico, con un’ampia classe media urbanizzata e buone aspettative di crescita, un mercato che si apre. Si capisce che nell’ultimo anno delegazioni commerciali di tutta Europa si siano precipitate a Teheran, compresa una missione di quasi 400 imprenditori italiani: per imprese alla disperata ricerca di nuovi mercati, l’Iran è una miniera d’oro. Se perdiamo quest’occasione le aziende iraniane andranno a cercare soci altrove, magari in Germania L’Italia oggi è il secondo partner europeo dell’Iran dopo la Germania; importiamo soprattutto petrolio, ed esportiamo soprattutto macchinari. Nel 2011 l’intercambio (la somma di importazioni ed esportazioni) aveva toccato il massimo storico, sette miliardi di euro. Crollato in seguito alle sanzioni (l’embargo sul petrolio e l’industria degli idrocarburi, e sulle transazioni bancarie), nel 2013 ha segnato il minimo, cioè 1,2 miliardi. Poi ha cominciato a risalire: nel 2015 ha raggiunto 1,6 miliardi, secondo la camera di commercio italoiraniana. Questa volta sono le imprese iraniane che vengono a mettersi in mostra. “Dopo l’accordo sul nucleare e la fine delle sanzioni, le imprese iraniane cercano capitali, investimenti e tecnologie”, spiega un manager dell’ente di stato per lo sviluppo dell’industria mineraria (Imidro), in un grande stand che espone foto di raffinerie, operai in posa accanto a montagne di polvere di bauxite (estratta in Guinea, in joint venture con un’impresa mineraria locale), impianti per la produzione di alluminio. L’industria iraniana parte da un buon livello tecnologico, osserva: “Ma per troppi anni siamo stati isolati a causa delle sanzioni, le imprese iraniane hanno bisogno di innovazione, di acquisire nuove tecnologie”. “Cerchiamo partner per lavorare in joint venture sia in Iran, sia altrove in Medio Oriente e in Africa”, aggiunge Ahmadi Motlagh, direttore del marketing internazionale di Mahab Ghodss, impresa ingegneristica che progetta grandi opere, in particolare dighe e impianti idrici (l’impresa ha duemila dipendenti e quattro uffici sparsi tra la Turchia e l’India). “Se perdiamo quest’occasione le aziende iraniane andranno a cercare altrove, magari in Germania”, dice Davood Foroutan, responsabile del marketing di Irasco, impresa di intermediazione registrata in Italia (con soci iraniani e tedeschi). In vent’anni di attività, spiega, la sua ditta ha lanciato progetti industriali per oltre 1,7 miliardi di dollari, soprattutto nei settori della metallurgia, del petrolio, e della siderurgia. Ora “puntiamo su piccoli progetti, da 10 o 15 milioni, nella speranza di rimettere in moto il mercato e tornare a progetti più importanti”. Un paese un po’ speciale La realtà è che sì, le sanzioni sono finite e molti guardano all’Iran come a un’opportunità, ma la partenza è lenta. L’Iran continua a essere visto come un paese un po’ speciale. “Dal punto di vista legale non ci sono impedimenti”, spiega Emad Tabatabaeì, giovane avvocato che lavora a Milano con un grande studio legale, Nctm, per fare consulenza alle imprese italiane che investono in Iran, e viceversa a quelle iraniane che lavorano in Italia (di recente lo studio milanese ha aperto una filiale a Teheran, in joint venture con un partner iraniano, ed è solo uno dei numerosi studi legali internazionali in feroce competizione per affermarsi in Iran). Gli ostacoli alle transazioni finanziarie sono venuti meno, continua l’avvocato, le banche iraniane sono rientrate nel sistema swift, il sistema telematico che permette i trasferimenti di denaro in tempo reale tra banche. “Le grandi banche asiatiche sono tornate a lavorare con l’Iran. Quelle europee invece sono riluttanti, vogliono vedere cosa faranno gli Stati Uniti”, spiega. Washington infatti mantiene sanzioni unilaterali, e molti temono che allacciare rapporti con l’Iran possa esporre a ritorsioni da parte statunitense. Per le banche piccole e medie è un’ottima occasione. In Italia, per esempio, le transazioni con l’Iran passano attraverso alcune banche popolari. “Quando è passato l’accordo sul nucleare molti vecchi partner iraniani hanno cominciato a riprendere contatti: così, quando in gennaio è scattata la fine delle sanzioni, eravamo pronti a ripartire”, dice Giovanni Forcati, responsabile estero commerciale della Banca popolare di Vicenza. Oggi l’istituto vicentino ha ristabilito rapporti e “scambiato le chiavi” (cioè i codici swift) con otto banche iraniane, cosa che implica tra l’altro armonizzare sistemi di sicurezza e controlli antiriciclaggio. Finito il sistema di autorizzazioni che vigeva negli anni dell’embargo, ora sta alle banche e alle imprese verificare che la transazione non riguardi prodotti o persone sulla “lista nera” (una lista di beni, tecnologie, enti e persone fisiche strettamente collegati all’industria bellica e al nucleare con potenziale uso militare, su cui resta l’embargo). L’importante è rimettere in moto gli affari, ripetono invariabilmente consulenti legali, dirigenti di banca, intermediatori commerciali durante la Fiera dell’Iran a Roma. La ripresa è trainata da settori “pesanti”, idrocarburi, infrastrutture, e trasporti (il governo iraniano intende investire 15 miliardi di euro nei prossimi anni in aeroporti, porti e ferrovie): dunque grandi aziende, per lo più del settore pubblico. E riguarda la Sace, l’ente italiano che offre garanzia al credito. Il primo accordo di rilievo è quello firmato in febbraio da Italfer (gruppo Ferrovie dello stato) con il ministero iraniano dei trasporti, per progettare linee di alta velocità tra Teheran, Qom e Isfahan: un’impresa da cinque miliardi di euro, incluso l’export di materiale rotante (vagoni, locomotive). Il governo iraniano spera che anche l’Eni torni a investire nel paese: “Per noi è importante non solo per sviluppare la produzione petrolchimica ma anche per ridare slancio alle infrastrutture”, diceva il ministro dell’industria Mohammad Reza Nematzadeh, durante l’Iran Expo a Roma. Per il resto, l’Iran è un paese di piccole e medie imprese, proprio come l’Italia, e la fiera è stata una nuova occasione “business to business”, per scambiarsi progetti e stringere accordi. Italiani in cerca di mercati, iraniani in cerca di partner, tecnologie, design. E tutti in cerca di capitali e finanziamenti. Forse la cosa che più colpiva, tra i padiglioni dell’Iran Expo, era sentire tanti operatori iraniani parlare un ottimo italiano: persone bilingue, con un piede in Italia e uno in Iran, decise a tenere aperte le porte tra i due paesi.

L’amicizia commerciale tra l’Iran e l’Italia va a gonfie vele, Marina Forti

Trade features significantly in this first edition of Across the EUniverse for the year 2017. It cannot be otherwise. US President Trump has said that he will change US trade policy building barriers to market access and forcing US companies to manufacture at home. China President Xi has said that China promotes barrier free trade so long as the barriers are in third countries (not in China). The EU is in the process of reforming its trade defence instruments and digesting how a post Brexit world will look.

This change in trade is evidence of wider change that is taking place around us and which is likely to continue into 2017. There will be federal elections in Germany and national elections in France. If Italy gets to change its electoral law there may well be an election in Italy. Will the forces that backed President Trump in the US win in the EU as well. The country most likely to change is the Netherlands, once a bastion of openness but now toying with the idea of giving the most votes to an anti-Islam party.

In this issue we look at the legal debate concerning an Italian exit from the Euro; a comparison between Trump and Xi approach on the concept of trade; some consequences of the excessive length of court proceeding; we also examine the advantages of the new italian “rent to buy” agreement; as well as the Multilateral Investment Court; an overview of the service sector; a further examination of the trade consequences of Brexit and finally the advantages or disadvantages of enhancing the bilateral framework between EU and US in the field of energy.

As we settle into 2017 the drama of Brexit and Trump seem to have eased somewhat. While the drama might have lifted it doesn’t mean that the complexities that these two phenomena have introduced and are introducing into the practice of law have gone away. In fact, the more we reflect on what needs to be done to achieve Brexit the less clear the situation is. This week President Trump will outline what he means by the Wall and taxes on imports of goods. From a WTO law point of view it can only be disruptive and even destructive. The drama might have gone but the work is only beginning. In this issue we have a range of contributions covering how the Russian constitutional court has reacted to the European Court of Human Rights rulings in favour of the owners of Yukos, the OECD’s review of its own bribery rules, the EU’s new proposed ePrivacy Regulation, how the European Court of Auditors confirms our understanding of the responsibilities and obligations of Port Authorities in relation to concessionaires. We explain the new Italian Save the Banks decree and show how the EU Commission has a strong role in every step of the process and look at how the Commission proposes disciplining insurance distribution agents.

In questo numero, approfondiamo la nuova regola della cd. «Project Review», prevista in Italia dall’art. 202 del Decreto Legislativo n. 50/2016, che consente allo Stato di poter revocare i finanziamenti già concessi per progetti che – ad un esame successivo ed attualizzato – non soddisfino più il rapporto costi-beneifci. Quale potrà essere l’impatto sui progetti di infrastrutture portuali in Italia? Siamo all’inizio di una nuova era?

Ritorniamo sulla recente riforma portuale italiana per parlare del potere di ordinanza in capo al Presidente dell’AdSP. Esaminando una sentenza del TAR Liguria, vediamo come la giurisprudenza avesse di fatto già anticipato tale riforma, riconoscendo il potere di ordinanza in capo al Presidente dell’AP anche in assenza di un’espressa previsione di legge.

Passiamo poi ad analizzare la necessità di un preventivo esame da parte della Commissione UE in merito ai progetti di finanziamento, a carico dello Stato, aventi ad oggetto opere di ammodernamento di aree portuali nei paesi dell’Unione.

Il 23 gennaio 2017 è stato approvato il nuovo Regolamento UE in materia di governance portuale. Vi offriamo le nostre prime riflessioni sui principali temi oggetto del Regolamento: la trasparenza finanziaria e la fornitura dei servizi portuali.

Analizziamo, poi, la richiesta di modifica alla Direttiva 2009/13 UE diretta a garantire ai lavoratori marittimi condizioni di lavoro migliori ed in linea con le modifiche adottate nel 2014 dall’Organizzazione Internazionale sul Lavoro Marittimo (MLC/2014). Forniremo, inoltre, alcuni aggiornamenti in tema di agenzie di lavoro marittimo.

Ci soffermiamo, inoltre, su una recente decisione della Commissione Europea in tema di aiuti di Stato. Questa decisione consente, ancora una volta, di migliorare la generale comprensione di quali siano i criteri da rispettare per poter ritenere conformi alla normativa vigente gli aiuti di stato in materia portuale ed aeroportuale.

Infine, analizziamo un’interessante sentenza del Consiglio di Stato per cui l’interruzione del servizio di handling aeroportuale è vietata qualora leda l’interesse pubblico all’effettuazione del trasporto aereo di linea.

Ringraziamo i nostri colleghi dell’ufficio di Bruxelles per il loro consueto aggiornamento sulle azioni più significative delle istituzioni dell’UE adottate in materia di trasporti e di commercio intenzionale.

Troverete, infine, un primo elenco dei prossimi eventi previsti nelle nostre sedi di Milano e di Roma, oltre al consueto update sulle attività dello Studio nel bimestre passato.

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