Diritto Amministrativo, Pubblico Comunitario

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Nctm, con una vasta esperienza nel settore del diritto amministrativo nazionale e comunitario, fornisce agli operatori economici privati e pubblici qualificata assistenza specialistica in tutte le aree di attività nelle quali la disciplina pubblicistica interferisce con le iniziative economiche.

Il dipartimento di diritto amministrativo e di diritto pubblico comunitario, in stretto collegamento con gli altri dipartimenti dello Studio, svolge a favore di imprese e di enti pubblici attività di consulenza stragiudiziale e attività di patrocinio nei giudizi innanzi agli organi giurisdizionali nazionali e comunitari.

Il lavoro del dipartimento ha ad oggetto le questioni inerenti ai rapporti tra impresa e pubblica amministrazione e si estende ai settori del diritto pubblico dell’economia e alla disciplina delle attività regolamentate.
In particolare:

  • appalti pubblici di lavori, servizi e forniture, project financing per la realizzazione di opere pubbliche;
  • procedimenti di gara comunitari, fondi di sviluppo europeo, programmi europei di assistenza;
  • public utilities e società miste per la gestione dei servizi pubblici;
  • edilizia ed urbanistica;
  • tutela del paesaggio e dell’ambiente;
  • assistenza giudiziale in relazione ai provvedimenti delle Autorità indipendenti;
  • concessioni;
  • diritto sanitario e farmaceutico;
  • diritto agro-alimentare;
  • espropriazioni per pubblica utilità;
  • giudizi innanzi alle Corti nazionali e comunitarie.
  • Articoli
  • Newsletter
6/06/2017
Corporate & Commercial - Diritto dei Trasporti Marittimi, Aerei, Terrestri - Diritto Amministrativo, Pubblico Comunitario

La Commissione europea ha esteso il campo d’applicazione del Regolamento generale di esenzione per categoria, introducendo una nuova esenzione dall’obbligo di notificare alla Commissione misure di aiuto di Stato per i porti marittimi, per i porti interni e per gli aeroporti. Le condizioni principali di tale esenzione sono le seguenti:

– L’aiuto non può superare una certa soglia assoluta (tra 40 e 150 milioni di euro), a seconda che il progetto riguardi un porto marittimo o un porto interno e se tale porto sia incluso in un corridoio di rete principale nell’ambito del Regolamento TEN-T.

– L’aiuto non deve andare al di là di quanto è necessario per stimolare l’investimento, tenendo conto delle entrate future dell’investimento (vale a dire che gli aiuti possono coprire solo il “gap del finanziamento”).

– Solo una certa percentuale dei costi di investimento può essere oggetto di aiuto (a seconda della dimensione e della natura dell’investimento e se il porto si trova in una regione remota).

– Solo i costi di investimento sono idonei ad essere oggetto di aiuto (ad eccezione dei lavori di dragaggio, per i quali sia i costi di investimento, che di manutenzione possono essere oggetto dell’aiuto).

– Le concessioni a terzi per la costruzione, l’ammodernamento, il funzionamento o il noleggio di infrastrutture portuali sono assegnate su base competitiva, trasparente, non discriminatoria e incondizionata.

Per i piccoli progetti nei porti, il regolamento stabilisce norme più flessibili per gli aiuti agli investimenti.

Si rinvia per un’analisi più dettagliata al prossimo numero della nostra newsletter.

UBER è una piattaforma digitale o un servizio di trasporto?

In data 11 maggio 2017, l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione Europea ha reso il proprio parere sul tema. Nonostante il parere non sia vincolante per i giudici, la Corte segue i pareri dell’avvocato generale in più dell’80% dei casi.

L’avvocato generale ritiene che UBER, pur presentando alcuni profili tipici di una piattaforma digitale, sia un’impresa di servizi di trasporto e, in quanto tale, sia soggetta alle regole e ai vincoli sul trasporto. Ne consegue il necessario preventivo ottenimento di autorizzazioni e licenze dai diversi Stati membri. In realtà, dall’inizio del caso, UBER ha modificato le proprie policies e attualmente utilizza solo conducenti dotati di licenza, quindi una sentenza in tal senso potrebbe ritenersi avere un impatto limitato. Tuttavia, la medesima potrebbe – al contrario – avere un impatto a lungo termine, con riferimento alle norme giuslavoristiche o fiscali applicabili a UBER stesso, nonché ai suoi dipendenti/conducenti.

Il caso richiamato ha avuto origine a Barcellona, dove l’associazione dei tassisti locali ha citato UBER, lamentandosi della sua asserita concorrenza sleale in ragione dell’utilizzo di conducenti non autorizzati.

Sono previsti tempi difficili per le esportazioni automobilistiche del Regno Unito?

Una Brexit effettiva significherebbe che le esportazioni automobilistiche dal Regno Unito verso l’UE dovrebbero affrontare una tassazione del 10%. La circostanza, se si considerano i margini molto ristretti del mercato automobilistico attuale, è già di per sé un grosso problema, ma la questione rischia di diventare ancora più complicata. Difatti, se esistesse un accordo di libero scambio tra il Regno Unito e l’UE che rimuovesse detta tassazione, uno dei requisiti sarebbe l’effettiva provenienza dell’auto dal Regno Unito. In altre parole, le automobili dovrebbero avere origine nel Regno Unito. Tuttavia, pare che solo il 41% dei componenti delle singole auto provengano dal Regno Unito, mentre gran parte del resto proviene dal continente. Il Regno Unito, quindi, per aggirare la maggiorazione nella tassazione, dovrà godere, nell’ambito dell’accordo, di regole speciali riguardo all’origine delle vetture.

Si consideri che quanto detto riguarda un solo prodotto e la predisposizione di norme sull’origine delle autovetture sarà già di per sé complessa. Nell’ambito dell’UE, sono circa 40.000 i beni che sono commercializzati tra il Regno Unito e l’UE stessa. Se si dovesse fare un accordo per ciascuno dei 40.000 prodotti anzidetti, i negoziati non saranno brevi.

Brexit e le regioni marittime periferiche

Sapete cosa sia la Brexit. Sapete cosa siano le regioni marittime periferiche e che esse hanno un raggruppamento? Le regioni marittime periferiche consistono in circa 150 regioni localizzate nell’UE, con una popolazione di ben 200 milioni di persone. La loro organizzazione è preoccupata per la Brexit. Prendiamo ad esempio la Normandia: questa regione ha il maggior numero di case secondarie di proprietà britannica e il Regno Unito rappresenta il terzo più grande mercato di esportazione per la Francia settentrionale. Lo stesso può dirsi con riferimento alla maggior parte delle regioni del mare del nord e del canale inglese, così come della regione basca e simili. Le regioni marittime cercano di farsi sentire, ma ad oggi, per come stanno le cose, non c’è molto che possano fare.

Nessun portatile sugli aerei?

È una buona o una cattiva notizia? Gli Stati Uniti hanno vietato i computer portatili su aerei che arrivino nel territorio statunitense e che provengano da 10 aeroporti localizzati negli Emirati Arabi, in Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Il divieto riguarda una serie di compagnie aeree medio-orientali, ma non si applica ancora nei confronti delle compagnie aeree statunitensi. Si vocifera, invece, che esso sarà esteso ad una serie di località di provenienza facenti parte dell’UE.

In merito al divieto sono state poste molte domande: il divieto è emesso avendo riguardo alle compagnie aeree o agli aeroporti di provenienza? E se il problema è l’aeroporto di provenienza, perché viene emesso solo nei confronti di alcune compagnie aeree e non di altre?

Una seconda domanda importante è se il divieto sia efficace: se una bomba può essere nascosta in un computer portatile, non fa molta differenza se questo si trovi nell’area passeggeri o nella stiva.

Detto questo, coloro che volano di frequente potrebbero gradire il divieto: esso renderebbe il tempo speso in aereo un momento in cui non si ha l’obbligo di lavorare e non ci si sente a disagio nel non lavorare; un momento di riflessione, quindi, che vada oltre la scatola del computer portatile.

L’accordo di Singapore ha un impatto importante in ambito marittimo

Chi può decidere e cosa su MARPOL o su Brexit? Normalmente quando gli stati sovrani negoziano e raggiungono un accordo, i medesimi ratificano l’accordo secondo le diverse procedure nazionali. Per il Regno Unito è piuttosto semplice (si pensi che la Scozia, l’Irlanda del Nord e il Galles non hanno alcun diritto di parola, almeno politicamente): il Parlamento di Londra decide. Ma che dire dell’UE? È solo la Commissione che negozia e il Consiglio e il Parlamento che decidono?

Questa è stata la questione che la Corte Suprema dell’Unione Europea si è trovata ad affrontare in merito all’accordo concluso tra l’UE e Singapore.

Come dovrebbe ratificare l’accordo l’UE? A tal proposito, la Corte ha dichiarato che, poiché l’accordo ha avuto un impatto su determinate politiche e diritti di uno degli Stati membri dell’UE, esso dovrebbe essere ratificato non solo dal Consiglio e dal Parlamento (a nome dell’UE), ma anche dai 28 Stati membri. È evidente che ciò rende difficile la ratifica ed espone il Regno Unito a difficili negoziazioni riguardo alla Brexit.

La Spagna può porre un veto su tale accordo nonostante esista un accordo che riguarda Gibilterra?

C’è un aspetto positivo in tutto questo, soprattutto nel settore dei trasporti: la Corte ha fatto i salti mortali per limitare le aree in cui gli Stati membri debbono/possono dare un contributo.

In particolare, la Corte ha dichiarato, diversamente da quanto precedentemente affermato dall’avvocato generale, che i servizi di trasporto rientrano nella competenza esclusiva dell’UE. Questo potrebbe avere un forte impatto sulle modalità con cui l’UE si rapporta con la MARPOL e le diverse agenzie marittime. Talmente forte da imporre una riflessione.

Programma cinese “One Belt One Road

La Cina ha promesso di investire fino a 1 trilione di Renminbi (n.d.r. la corrente moneta Cinese) nei progetti infrastrutturali per la costruzione della nuova via della seta e l’apertura del percorso ai mercati asiatici, africani ed europei. Si tratta davvero di molti soldi.

Ad ogni modo, la questione non riguarda tanto i progetti che saranno finanziati, ma coloro che intraprenderanno i progetti. In altre parole, il programma è aperto alle imprese non cinesi? A prima vista non parrebbe così. Infatti, la Cina non ha aperto il suo mercato nazionale delle infrastrutture alla concorrenza aderendo all’accordo sugli appalti pubblici dell’OMC, né consente alle imprese estere di concorrere in Cina. Si prevede che queste stesse esclusioni nazionali si applicheranno anche agli investimenti per i progetti One Belt One Road.

Una volta che le rotte saranno tracciate, la questione sarà quale direzione seguirà il mercato. A tal proposito, si prevede che la grande maggioranza del flusso proverrà dalla Cina e sarà diretto verso l’esterno, mentre solo per una minima parte avverrà il contrario. Questo perché la Cina discrimina e chiude il mercato nei confronti dei beni stranieri.

L’iniziativa One Belt One Road può portare immediati vantaggi a livello locale. Occorre però prestare attenzione affinché la valutazione degli interessi locali non faccia perdere di vista interessi più grandi.

1/06/2017
Diritto Amministrativo, Pubblico Comunitario

The Italian government has submitted to Brussels the draft decrees for the introduction of an obligation to indicate the origin of certain the raw materials.[1] For rice, the place of cultivation, processing and packaging must be indicated, while for wheat, the place of wheat cultivation and the sowing of the seeds must be indicated. The article reviews the draft decrees submitted by the Ministry of Agricultural Food and Forestry Policies, to the Commission for approval prior to implementation.

Italy is the biggest producer of rice in Europe. The land dedicated to cultivation is 234.300 hectares, there are more than 140 varieties of rice and about 1.500.000 tonnes is produced every year. There are more than 4,265 rice companies in the supply chain.

The rice sector has been in crisis since the introduction of the EU’s Everything But Arms trade initiative. Everything but Arms allows imports into the EU from least developed countries tariff free and without quantitative restrictions. This has given rise to a massive increase in imports of Rice from Vietnam and Cambodia resulting in a significant drop in market prices of some varieties of rice and, consequently, a reduction – in 2014 – of the cultivation of certain types of varieties using over 12,000 hectares.

To try and counter the imports producers have been calling for better labelling of foodstuffs containing rice so as to indicate to consumers the true origin of the raw materials. The producers hope that consumers will tend to purchase products with Italian rice rather than imported rice.

Therefore, the Italian Ministry of Agricultural, Food and Forestry Policies has declared –in the event the European Commission does not approve the above mentioned decree – that it is ready to renew the request of the general safeguard clause[2] pursuant to article 22 of the Regulation EU no. 978/2012[3].

In addition to rice Italy wishes to address the use of wheat in processed foods and in particular pasta. In particular, the decree provides that processed wheat products like pasta produced in Italy must bear on the label the following information:

  1. country of wheat cultivation: the name of the country in which the wheat is grown;
  2. country of milling: name of the country where the grain was ground.

If the above mentioned operations occur in the territory of several countries, it may be used – depending on the country of origin – the following wording: EU countries, non EU countries, EU countries and non-EU countries.

If durum wheat is cultivated for at least 50% in one country, such as Italy, the term “Italy and other EU and / or non-EU countries” may be used.

Italy has already introduced origin labelling for milk used in milk products. Introducing the origin labelling measure in April 2017, the Italian Minister for Agricultural Policies, Maurizio Martina, said that, “Italy is working to introduce mandatory information on the origin of milk including as a raw material in dairy products. The Commission is addressing finally our request on labelling. We have had a dossier open for months now with the Commission on a 100% Italian label and we are hoping for faster action”. [4]

The decrees requiring the labelling of origin of the raw materials are to be applied on an experimental basis. This allows Italy to overcome certain legal difficulties in the EU’s food labelling law set out in Regulation EU no. 1169/2011.

The contents of the draft decree on rice has not been shared with the referring industrial association, namely AIRI –Association Industries Italian Rice Producers. In fact, pursuant to Italian law no. 180/2011 “any law which introduces additional burdens for business may be elaborated without an adequate analysis of impact made by the responsible Ministry and without adequately involving the category associations.”

An adequate analysis according to Italian law no. 180/2011 would suggest that the origin label for wheat and rice in Italy does not provide particularly useful suggestions for the consumers since the duty will affect only the products sell in Italy, not even the products sell abroad.

On the other hand, the duty of labelling will be an additional cost for the rice and wheat companies. The companies which will not want use the origin label for the foreign market will have to differentiate the labels and the storages.

In conclusion, it remains to be seen if the European Commission approves the new measures. It is only if the decrees get clearance from Brussels will Italy be able to implement them.

 

 

 

[1] Namely “Schema di Decreto interministeriale concernente l’indicazione dell’origine in etichetta del grano duro per le paste di semola di grano duro, in attuazione del regolamento (UE) n. 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori.” And “Schema di Decreto interministeriale concernente l’indicazione dell’origine in etichetta del riso, in attuazione del regolamento (UE) n. 1169/2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori”.

[2] See the official website of the Italian Minister of Agricultural, Food and Forestry Policies (Mipaaf) for more.

[3] According to article 22 “1. Where a product originating in a beneficiary country of any of the preferential arrangements referred to in Article 1(2), is imported in volumes and/or at prices which cause, or threaten to cause, serious difficulties to Union producers of like or directly competing products, normal Common Customs Tariff duties on that product may be reintroduced.”

[4] From the speech held by the Italian Minister Maurizio Martina on the occasion of the ufficial inauguration ceremony of “TuttoFood” in Milan on 8-11 March.

1/06/2017
Diritto Amministrativo, Pubblico Comunitario - Diritto delle Assicurazioni

The so-called “Gelli” Law (Law no. 24 of 8 March 2017), named after its main drafter, finally come into force on 1 April 2017. The new law sets the framework for medical malpractice.

According to the Italian Parliament, the objective of this new regulation is be to harmonize the relationship between doctors and patients, in particular: monitoring the medical malpractice cases and disputes, drafting preventive measures, as well as reducing the level of litigation.

Civil liability of healthcare facilities and doctors
With regard to the civil liability, Article 7 of the Gelli Law clarifies, once and for all, the distinction between the liability of the healthcare facilities and that of doctors employed by the facility on the basis of the following criteria:

Liability of healthcare facilities, public or private, is always contact based, pursuant to Article 1218 and Article 1228 of Italian Civil Code.

In other words, hospitals are liable vis-à-vis third parties on the basis of contract law for any breaches and for the wrongdoings of their employees and/or non-employed professionals. According to Gelli Law, there is no difference between private and public hospitals.

With reference to the burden of proof, this means that, on one hand, the claimant (patient) must provide evidence of the damages suffered due to the medical treatment, alleging the relevant breach of the contractual duty, and, on the other hand, the defendant (hospital) must proove that the performance was duly carried out and the outcomes were caused by an unforeseeable event, unavoidable in the context of ordinary professional care. In this case, statute of limitation is 10 years.

Liability of doctors is based on tort, with the exception of self employed doctors, pursuant to Article 2043 of the Italian Civil Code.

Therefore, doctors employed by Public or Private Hospitals, doctors pursuing their activity in the “intramoenia” scheme or accreditation with the National Health System, researchers and doctors performing telemedicine are liable in tort unless they breached specific contractual obligations directly entered into with the patient.

The initial burden of proof is with the patient. The claimant must provide evidence of the fault of the doctor, as well as the causal relation between the damages and the wrongdoing of the doctor. In the case of tort the statute of limitation period is 5 years.

Assessment on negligence and malpractice
The Gelli Law clarified also the crucial point of the determination of the doctor’s negligence. Indeed, pursuant to Article 7(3) of the Law, in order to ascertain and determine compensation in damages, the Court must take into account the new Article 590 sexies of the Italian Criminal Code, introduced by the Law under Article 6.

In particular, the above-mentioned Article established that the healthcare professionals who cause death or personal injury to a patient during the exercise of their functions will be subject to the penalties provided for manslaughter or negligent personal injury.

Furthermore, in case of medical malpractice, it is up to the healthcare professionals to provide evidence that they acted in accordance with recommended guidelines published under the law, in order to avoid their own liability. In the absence of specific guidelines the professional must adhere to principles of good practice.

Compulsory Insurance
The Gelli Law provides also for a mandatory Insurance coverage of health facilities and professionals and for the direct right of action of patients against the Insurers.
Article 10 of the Law defines the public or private health facilities as “the hospitals of the National Health Service, facilities and private hospitals operating autonomously or under the regime of accreditation with the National Health Service that provide health services to third parties”.
Therefore, professionals working in such institutions must hold professional insurance in order to allow for possible recovery actions by the entity.
However, all the other professionals not included in the above-mentioned definitions must in any case hold an adequate professional insurance coverage according to Article 3(5)(e) of Law Decree 13 august 2011, n. 138 (as amended).
For the time being, it is still to early to provide any comment on those compulsory insurances, mainly because a number of minimal provisions still need to be clarified by means of a ministrial decree to be published. We will return to this issue in a subsequent edition of Across.

Brief remarks on the European framework
Some of the principles behind the the Gelli Law are already in place in other European countries. For example:

(i) France has required, since 2002 (Law No. 4 March 2002 No. 203), an obligation to subscribe to professional liability insurance by the health facilities and professionals;

(ii) Sweden provides that medical professionals are obliged to subscribe to policies for professional liability insurance.

With regard to the medical malpractice insurance schemes, the example of England and Wales lays down that the liability for negligence of employees is undertaken by the National Health Service Trusts. This means that medical professionals not employed by the National Health Service obtain indemnity through a medical defense organization or private insurance.
With reference to liability, in the majority of European territories, medical malpractice claims are typically tort claims brought against an individual professional for negligence, or claims brought against a medical institution under the principle of vicarious liability.

In the UK, as a general rule, if a doctor is employed by the National Health Service, the latter is vicariously liable for the doctor’s negligent acts and omissions.
However, if a doctor is exempted from the indemnity programme coverage, he or she can be sued directly for negligence.
In Germany, medical malpractice law is based on the relevant Civil Code provisions on liability and on causes of action only developed by case law.
In light of all the above, only the future enactment of all the relevant implementing decrees and the future case law will show whether Gelli Law will be consistent with the principles expressed by the other European countries and the goal of a general harmonization of such principles will be achieved.

Conclusions
It seems clear that the new regulation on medical malpractice is an important piece of legislation which introduces greater certaintly to an area that was previously uncertain. It goes without saying that the previous uncertainty has been one of the reasons for the increase in litigation in the medical sector and one of the aims of the reform is to try to decrease such litigation.
Obviously the principles on medical malpractice liability appears to be strongly affected by the structure of the National Health Systems in the different EU countries and due to the differences in the national legislations, they do not seem to be easily armonized.
However, having a set of rules reducing the areas of uncertainties appears to simplify the market and also grants a clearer system in the EU arena.

 

 

 

1/06/2017
Contenzioso & Arbitrati - Diritto Amministrativo, Pubblico Comunitario

In 2008 the European Union adopted the EU Directive on Certain Aspects of Mediation in Civil and Commercial Matters (2008/52/EC) on mediation in civil and commercial disputes. The objective is to “create a workable, light-touch Directive, which reflects existing guidelines and best practice and can serve to encourage the wider use of mediation across the EU. The Directive was not the first attempt to promote mediation. The EU  has published a Green paper, two Directives on Alternative Dispute Resolution (ADR) in consumer disputes and Online Dispute Resolution, and has sponsored the drafting of a European Code of Mediators. In addition, at the supranational level, UNCITRAL had approved a set of conciliation rules in 1980, and a model law in 2002 on international commercial conciliation.

The EU Directive requires Member States to establish mediation systems in cross-border disputes, but also invites Member States to consider if such systems can be made applicable to domestic matters, even if some Member States had already introduced non-adjudicative methods in their legal systems. The Directive covers the essential issues concerning mediation, within a lightly-regulated framework: with regard to confidentiality (Art. 7) what is disclosed in a mediation session must not be disclosed later by the parties in a judicial or arbitral proceedings (exceptions may be established only for the protection of fundamental public interest, such as personal or psychological integrity); limitation periods will be suspended during mediation (Art. 8); judicial enforceability of the settlement agreement must be guaranteed (Art. 6).

Three approaches to the promotion of mediation exist today in continental Europe[1]: the “pragmatic approach” exemplified by Denmark and the Netherlands, and consisting of first experimenting with pilot-projects, followed by regulation; the “cultural approach” exemplified by Switzerland, where the education of lawyers to non-adjudicative methods is paramount, and where a number of traditional conciliation practices within the judiciary itself render litigation a “last resort method”; the “legalistic approach” exemplified by some major European states, among them France, Spain and Italy, where first a comprehensive regulation on mediation is established, and then the results are evaluated.

Once the choice to regulate has been made, there can be different ways to approach regulation itself: 1) market regulation (generally recommended only for high-end commercial disputes); 2) self-regulation by a community or industry; 3) formal regulating framework, defined by legal parameters; 4) formal comprehensive legislation.

The EU approach has been to create a “formal framework”. Incentives, sanctions and detailed regulation have been left to the Member States to decide. The formal framework is therefore a flexible one, allowing to adopt a variety of mechanisms. Out of the 28 EU members, 22 have established an accreditation system for mediators, and 15 provide legal aid for destitute litigants in mediation. Only 10 Member States allow the judge to order the parties to attempt mediation before commencing litigation, and just 6 States have some form of mandatory mediation on the basis of the disputed matter[2].

EU Member States in fact are not prevented from requiring that parties participate in a mediation proceeding, or to an informative session on mediation, as long as the right to having one’s day in court is preserved, and the proceeding is not exceedingly long or expensive[3]. Compelling mediation is a less than optimal solution, but in the short- to medium-term, it might be considered the only option to jumpstart mediation in the legal system.

Training and selection of the mediators is not regulated by the Directive. Member states have to ensure the quality of mediators by encouraging training and the adoption of codes of conduct, and by providing quality control on mediation procedures. However, only 5 Member States include mediation in the legal education curriculum, and in most countries, a 40 to 50 hours-course in generally sufficient for accreditation. The aspect of training and job incentives is going to be crucial if mediation has to become mainstream, as the European institutions hope. Virtually all European countries leave the fees to be paid to mediators to the market, since they provide no court-sponsored or financed mediaton programmes. This may be a problem where these fees are instead controlled or capped, such as in Italy. By not committing the financial resources that are needed to reneder this service commercially viable, States may derail the ADR market. In the first years after the Directive, a large number of mediators were accredited, and therefore most mediators still mediate only a handful of cases per year. As a result, where mandatory mediation is established together with price control, civil and commercial mediators work virtually pro bono.
Mediation legislation has now been implemented in all Member States, but for some years the inflow of mediation proceedings has been limited to say the least, as it was in the past, with the notable exception of the few countries where mandatory mediation was introduced[4]. Some Member States have started a discussion to modify legislation, and have set up opt-out systems, where the parties must see a mediator in person, before deciding explicitly that they do not intend to take advantage of the process: if the party and/or their lawyer do not comply with this obligation, the judge may later award some of the legal costs to the counterparty, no matter what the decision on the dispute is.

Resorting to mediation implies a change in the legal culture, which can only be achieved gradually. The path towards a more balanced use of adjudication to resolve indiscriminately all types of conficts, will probably take longer than anyone expected.

 

 

 

 

 

 

[1] Alexander, N. (2008), Mediation and the Art of Regulation. Queensland University of Technology Law and Justice Journal, 8(1), 1–23.

[2] For a comprehensive comparison table on mediation legislation in the EU member countries, see: Schonewille, M., & Schonewille, F. (2014), The Variegated Landscape of Mediation. A Comparative Study of Mediation Regulation and Practices in Europe and the World. The Hague: Eleven International Publishing.

[3] Judgment of the Court (Fourth Chamber) of 18 March 2010. Rosalba Alassini v Telecom Italia SpA (C-317/08).

[4] De Palo, G., D’Urso, L., Trevor, M., Branon, B., Canessa, R., Cawyer, B., & Florence, L. R. (2014), “Rebooting” the mediation directive: assessing the limited impact of its implementation and proposing measures to increase the number of mediations in the EU. Retrieved from http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/etudes/join/2014/493042/IPOL-JURI_ET%282014%29493042_EN.pdf.

1/06/2017
Diritto Amministrativo, Pubblico Comunitario

“To simultaneously solve the dilemma of energy demand, waste management, and greenhouse gas emission for communities globally, the waste-to-energy (WTE) supply chain as district energy system should be a viable method towards circular industrial economy. Several essential state-of-the-art WTE technologies including combustion gasification and anaerobic digestion were evaluated. Portfolio options of technologies for different types of WTE supply chains must be examined for achieving circular economy system”[1].

For a better understanding of this process, it seems to be relevant to read the European Commission Communication titled “The Role of waste-to-energy in the Circular Economy”. EU legislation on waste, including recent proposals for higher recycling targets for municipal and packaging waste and for reducing landfill, is guided by the waste hierarchy and aims to shift waste management upwards towards prevention, reuse and recycling.

The Communication focuses on energy recovery from waste and its place in the circular economy. Waste-to-energy is a broad term that covers much more than waste incineration. It encompasses various waste treatment processes generating energy (e.g. in the form of electricity/or heat or produce a waste-derived fuel), each of which has different environmental impacts and circular economy potential.

Waste-to-energy process can play a role in the transition to a circular economy provided that EU waste hierarchy is used as a guiding principle and that choices made do not prevent higher levels of prevention, reuse and recycling. This is essential in order to ensure the full potential of a circular economy, both environmentally and economically and to reinforce the European leadership in green technology. Moreover, it is only by respecting the waste hierarchy that waste-to-energy can maximise the circular economy’s contribution to decarbonisation, in line with the Energy Union Strategy and the Paris Agreement. As mentioned earlier, it is waste prevention and recycling that deliver the highest contribution in terms of energy savings and reductions in GHGs emission.

At the basis of this Communication we find some considerations on the EU waste hierarchy: it is necessary to ensure that the recovery of energy from waste in the EU supports the objectives of the circular economy action plan. Also, the role of waste-to-energy processes would be optimised to play a part in meeting the objectives set out in the Energy Union Strategy and in the Paris Agreement. At the same time, by highlighting proven energy-efficient technology the approach to waste-to-energy set out in the Communication is meant to provide incentives for innovation and help create high-quality jobs.

The Waste Hierarchy[2] is the cornerstone of EU policy and law on waste and is a key to the transition to the circular economy. Its primary purpose is to establish an order of priority that minimises adverse environmental effects and optimises resources efficiency in waste prevention and management.

Consequently, this Hierarchy could help to clarify the position of different waste-to-energy processes; to provide guidance to the Member States on how to make better use of economic instruments and capacity planning with a view to avoiding or addressing potential overcapacity in waste incineration; to identify the technology and processes which currently hold the greatest potential to optimise energy and material outputs, taking into account expected changes in the feedstock for waste-to-energy processes.

The main waste-to-energy processes as identified by the European Commissions are the follows:

  • co-incineration of waste in combustion plants and in cement ad lime production;
  • waste incineration in dedicated facilities;
  • anaerobic digestion of biodegradable waste;
  • production of waste-derived solid, liquid or gaseous fuels;
  • other processes including indirect incineration following a pyrolysis or gasification step.

These processes have different impacts and rank differently the waste hierarchy.

The Communication stresses that the waste hierarchy also broadly reflects the preferred environmental option from a climate perspective: disposal, in landfills or through incineration with little or no energy recovery, is usually the least favourable option for reducing greenhouse gas (GHG) emissions; conversely waste prevention, reuse and recycling have the highest potential to reduce GHG emissions.

It is also relevant to recall that Article 2(6) of the Commission Decision 2011/753/EU[3] gives to the Member States some flexibility in the application of the hierarchy, as the ultimate goal is to encourage those waste management options that deliver the best environmental outcome. For some specific waste streams, achieving the best environmental outcome may entail departing from the priority order of the hierarchy, i.a. for reasons of technical feasibility, economic viability and environmental protection. [4] For instance, in some specific and justified cases (e.g. materials) that contain certain

substances of very high concern), disposal or energy recovery may be preferable to recycling.

Finance
At EU level, the transition towards more sustainable waste management systems receives financial support, mainly through the co-financing of the Cohesion Policy Funds. In the case of these funds, pre-conditions must be met to ensure that new investments in the waste sector are in line with waste management plan designed by Member States to meet their preparation for reuse ad recycling targets. As stated in the Circular Economy Action Plan, this means that investments in treatment facilities for residual waste, such as extra incineration capacity would only be granted in limited and well justified cases, where there is no risk of overcapacity and the objectives of the waste hierarchy are fully respected.

Investments channelled through other EU financial mechanisms, such as the European Fund for Strategic Investments (EFSI) also have an important role to play in attracting private financing to the best and most “circular” solutions for waste management through loans, guarantees, equity and other risk-bearing mechanisms. In addition, available EU financial support for research and innovation in waste-to-energy technologies (e.g. Horizon 2020, but also Cohesion Policy funds) contributes to ensuring continued EU leadership and bringing advanced energy-efficient technologies to the market.

At national Level, public financial support has also often played a key role in developing more sustainable waste management solutions and in promoting renewable energy and energy efficiency. When assessing public financial support for waste-to-energy processes, it is particularly important not to undermine the waste hierarchy by discouraging waste management options with higher circular economy potential. This is clearly reflected in the existing guidelines on state aid for environmental protection and energy which state that support for energy from renewable sources using waste or support for cogeneration and district heating installations using waste can make a positive contribution to environmental protection provided it does not circumvent the energy hierarchy.
Public funding should have also avoid creating overcapacity for non-recyclable waste treatment such as incinerators. In this respect, it should be borne in mind that mixed waste as a feedstock for waste-to-energy processes is expected to fall as a result of separate collection obligations and more ambitious EU recycling targets. For these reasons, Member States are advised to gradually phase-out public support for the recovery of energy from mixed waste.

 

 

 

[1] As set out in Article 4 of Directive 2008/98/EC on Waste and repealing certain Directives, in OJ L 312, 22.11.2008.

[2] The Decision establish rules and calculation method for verifying compliance with the targets set in Article 11(2) od Directive 2008/98/EC .

[3] This must be justified in line with the provision laid out in Article 4(2) of the Waste Framework Directive 2008/98/EC “Supporting environmentally sound decisions for waste management”.

[4]Strategies on implementation of waste-to-energy ( WTE )supply for circular economy system: a review”, Yuan Pan, Micheal Alex and others, in Journal of Cleaner Production, Vol. 108, Part A, December 2015.

La legge portuale italiana vieta ad un operatore la gestione di più aree demaniali aventi ad oggetto la stessa attività di impresa in un medesimo porto. Analizziamo come questo divieto potrebbe essere stato modificato a seguito della recente riforma del 2016.

Proseguiamo ad esaminare una recente sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale della Toscana, la quale ha chiarito gli obblighi gravanti sull’Amministrazione Pubblica in caso di espropriazione di aree private nei porti italiani.

La recente estensione del campo di applicazione del Regolamento generale di esenzione per categoria (2014) alla concessione di aiuti di stato a porti ed aeroporti dell’UE ci induce a ricordare due recenti sentenze della Corte di Giustizia in merito agli aiuti di Stato nel settore marittimo e – in particolare – alla compensazione degli obblighi di servizio pubblico alle imprese incaricate della gestione di servizi d’interesse economico generale.

Poi, analizziamo due sentenze, provenienti da Regno Unito e Spagna, riguardanti l’applicazione di due importanti convenzioni internazionali nell’ambito de trasporti internazionali, le Hague-Visby Rules e la CMR. La sentenza inglese conferma che la mancata materiale emissione di una polizza di carico non rileva al fine di escludere l’applicabilità della normativa uniforme, mentre la sentenza spagnola ci fornisce una definizione di “colpa parificata a dolo” ai fini dell’esclusione del limite di responsabilità vettoriale.

Anche la Corte di Cassazione italiana ha emesso due interessanti sentenze in materia di trasporti. La Suprema Corte italiana ha negato al portatore della polizza di carico la titolarità ad agire nei confronti di un vettore marittimo per danni alla merce, in caso di mancata girata della polizza di carico dal ricevitore al portatore, e ha considerato uno “scambio di contenitori” quale ipotesi di colpa grave del vettore stradale.

Infine, analizziamo una sentenza della Commissione Tributaria di Roma, relativa alla IRESA, la tassa sul rumore negli aeroporti italiani. Tale sentenza, in considerazione del fatto che la Regione Lazio ha disatteso i principi e le finalità previsti dalla normativa nazionale ed europea relativi alla destinazione del gettito derivante dall’imposta, ha concluso per la disapplicazione dell’IRESA per come prevista dalla normativa regionale.

Alberto Rossi

There’s a fair European wind blowing

Probably the most important outcome of the French election is not so much the actual electoral defeat of the National Front but the decision of that party to remove from its policy programme the idea of withdrawing from the Euro and promoting a referendum on Frexit. In other words, those parties which have based their political offer to the electorate on the negative impact of globalization and the hard impact of immigration, no longer see the solution as the break-up of the EU.

The same in happening in the Netherlands and even in the UK where the May government is promoting the need to address the negative aspects of globalization and migration in a substantive manner and not long saying that Brexit itself is the answer.

This is a window of opportunity that the EU must embrace. The underlying issues of migration and globalization must be addressed. But if they are addressed in a satisfactory manner the EU itself is not being challenged. There is a recognition in France and in the Netherlands, and even in Germany given the results in the recent Lander elections among the vast majority of the electorate that the EU remains a valid project and that the solutions are best found within its remit.

If Macron and Merkel can get together with the Italy and Spain, much can be done. From an insider’s point of view the only possible hiccup in catching this favourable wind is the capacity of the Commission to recognize it.

 

Alitalia: amministrazione straordinaria secondo round
Con decreto del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) del 2 maggio 2017 è stata disposta la procedura di amministrazione straordinaria di Alitalia Società Aerea Italiana S.p.A. ai sensi del d.l. n. 347/2003 (c.d. legge Marzano) e con sentenza del Tribunale di Civitavecchia dell’11 maggio 2017 è stato dichiarato lo stato di insolvenza.

Il Tribunale può inserire in sede di omologazione clausole modificative della proposta di concordato?
La Cassazione 3 aprile 2017, n. 8632 ha stabilito che il decreto di omologazione può essere reclamato, anche in assenza di opposizioni, in relazione ad addizioni estranee alla proposta introdotte d’imperio dal Tribunale, che non rappresentino semplici formule organizzative della fase di esecuzione del concordato.

La banca risponde del danno causato alla società dagli amministratori per ricorso abusivo al credito?
La Cassazione 20 aprile 2017, n. 9983 conferma un proprio precedente secondo cui la banca può essere ritenuta responsabile per concorso nell’illecito, distinguendo la fattispecie da quella della concessione abusiva di credito.

Cause di ineleggibilità e decadenza del sindaco professionista in uno studio associato
Ai sensi dell’art. 2399, lett. c), c.c. è ineleggibile, e se eletto decade dall’ufficio, il sindaco che intrattiene con la società o sue controllate rapporti di natura patrimoniale che ne compromettano l’indipendenza. Ci si interroga se il caso in cui il sindaco sia parte di uno studio associato che presta attività di consulenza alla medesima società integri l’ipotesi prevista dalla legge. Sebbene il quesito sia risolto tendenzialmente in senso affermativo, permangono tuttavia dubbi circa i criteri adottati dalla Corte di Cassazione al fine di determinare i casi in cui, concretamente, l’indipendenza del sindaco possa dirsi compromessa.

La portata della delega gestoria nelle s.r.l.: contenuto e limiti
La Suprema Corte, con sentenza n. 25085 del 7 dicembre 2016, ha riconosciuto la legittimità di una delega di gestione di carattere generale, da parte del consiglio di amministrazione a favore di singoli consiglieri delegati con esercizio disgiunto dei poteri, nella misura in cui la stessa non sia diretta ad escludere l’esercizio di un concorrente potere di gestione da parte dell’organo collegiale amministrativo.

Trattamento di dati per finalità di marketing: la tutela delle persone giuridiche
Il Garante per la Protezione dei Dati Personali, con provvedimento n. 4 del 12 gennaio 2017, ha precisato la disciplina relativa al trattamento di dati personali per finalità di marketing, dichiarando illegittimo sia  il trattamento di dati raccolti per il tramite di moduli presenti all’interno dei siti internet delle società sia il trattamento di dati (i.e. le utenze telefoniche) autonomamente reperiti sul web.

La responsabilità amministrativa degli enti ex d.lgs. n. 231/2001 all’interno dei gruppi di imprese
È ammissibile una responsabilità, ai sensi del d.lgs. n. 231 del 2001, della società capogruppo per reati commessi nell’ambito delle attività svolte dalle società da essa controllate a condizione che a) il soggetto che agisce per conto della holding concorra con il soggetto che commette il reato per  conto  della persona giuridica controllata; e che b) possa ritenersi che la holding abbia ricevuto un concreto vantaggio o perseguito un effettivo interesse a mezzo del reato commesso nell’ambito dell’attività svolta dalla società controllata.

Considerazioni in merito alla rinunciabilità dell’effetto risolutorio della diffida ad adempiere
La sentenza della Corte di Cassazione, sez. II, n. 4205 del 3 marzo 2016 offre l’opportunità per dare brevemente conto delle diverse posizioni di giurisprudenza e dottrina in materia di rinunciabilità dell’effetto risolutorio della diffida ad adempiere.

La responsabilità degli amministratori non operativi e il dovere di agire in modo informato
La responsabilità degli amministratori privi di deleghe operative, alla luce della sentenza della Corte di Cassazione Civile, Sez. I, 31 agosto 2016, n. 17441 in commento, non può discendere da una generica condotta di omessa vigilanza – tale da essere identificata nei fatti come una responsabilità oggettiva – ma deve essere ricondotta alla violazione del dovere di agire informati, sia sulla base delle informazioni che devono essere rilasciate da parte degli amministratori operativi, sia sulla base delle informazioni che gli amministratori non operativi possono acquisire di propria iniziativa. L’individuazione dei presupposti della responsabilità degli amministratori deleganti si inquadra, pertanto, in un discorso che valorizza la differenziazione dei doveri imposti agli amministratori delegati e quelli tipici degli amministratori non esecutivi.

 

Patti parasociali di rinuncia preventiva all’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori
Con sentenza 28 settembre 2015, n. 19193, la sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Roma, nell’affrontare il tema della rinuncia pattizia all’azione di responsabilità verso gli amministratori di una società, ha affermato la validità delle clausole dei patti parasociali, con le quali i soci “entranti” si impegnano a non esercitare l’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori “uscenti” o comunque a non votare favorevolmente in assemblea.

La Suprema Corte cambia orientamento: invalido il contratto bancario e finanziario firmato dal solo cliente
La Suprema Corte torna sulla questione della validità dei contratti c.d. monofirma, ossia della copia del contratti bancari e finanziari conservati negli archivi della banca recanti la sola sottoscrizione del cliente e privi invece della firma dell’istituto di credito, affermando che detti contratti sono nulli e, come tali, inopponibili al correntista.

Acquisto di quote di s.n.c.: l’errore sul valore della partecipazione può essere fondatamente dedotto come errore essenziale?
Il Tribunale di Milano ha affermato che di regola – anche con riferimento alle compravendite di quote di s.n.c. – l’accoglimento della domanda di annullamento del contratto per errore essenziale non può prescindere dall’esistenza nel contratto di una esplicita garanzia circa il valore del patrimonio e la qualità dei beni della società (garanzia che nella concreta fattispecie, a giudizio del Tribunale, mancava). 

Le nuova disciplina del giudizio davanti alla Corte di cassazione (D.L. 168/2016, convertito dalla L. 197/2016)
Con un nuovo intervento di fine estate, il legislatore è intervenuto ancora una volta in via d’urgenza sulla disciplina del codice di procedura civile, in particolare sulla disciplina del giudizio davanti alla Corte di cassazione: il 31 agosto 2016 è stato infatti pubblicato il decreto legge 168/2016, recante “Misure urgenti per la definizione del contenzioso presso la Corte di cassazione e per l’efficienza degli uffici giudiziari” (“D.L. 168/2016”).

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sulla qualificazione e l’impugnazione del lodo non definitivo e del lodo parziale
Lodo che decide parzialmente il merito della controversia, immediatamente impugnabile a norma dell’art. 827 c.p.c., comma 3, è sia quello di condanna generica ex art. 278 c.p.c. sia quello che decide una o alcune delle domande proposte senza definire l’intero giudizio, non essendo immediatamente impugnabili i lodi che decidono questioni pregiudiziali o preliminari.

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