Restructuring & Turnaround

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Nctm vanta una consolidata esperienza nell’ambito del diritto fallimentare e concorsuale in genere, delle procedure di ristrutturazione del debito, dei distressed investments e delle c.d. special opportunities.

Nctm assiste banche, investitori istituzionali, società italiane e gruppi multinazionali nelle diverse fasi della crisi dell’impresa e delle conseguenti procedure concorsuali, nonché in relazione a tutti i rilevanti aspetti fiscali ed ai contenziosi connessi a procedure concorsuali. Nctm assiste altresì gli organi delle procedure sia nei procedimenti giudiziali che nella gestione delle procedure stesse.

In particolare, Nctm vanta una considerevole esperienza nelle seguenti aree:

  • assistenza nell’elaborazione di progetti di turnaround, individuando gli strumenti più idonei per la soluzione della crisi;
  • assistenza nella predisposizione e negoziazione di piani di risanamento, accordi di ristrutturazione del debito, concordati preventivi e fallimentari, nonché in relazione a procedure di amministrazione straordinaria;
  • assistenza nelle acquisizioni di aziende, beni o crediti nel contesto delle liquidazioni degli attivi nelle procedure concorsuali;
  • assistenza per la tutela di posizioni creditorie nell’ambito delle procedure concorsuali e nei rapporti con gli organi delle procedure;
  • assistenza nell’ambito di giudizi instaurati dagli organi concorsuali, con particolare, ma non esclusivo, riguardo alle azioni revocatorie e di carattere risarcitorio connesse alla gestione dei rapporti con l’impresa insolvente prima del suo assoggettamento ad una procedura;
  • assistenza ad organi di procedure concorsuali sia nelle liti attive, sia nei giudizi che si svolgono all’interno della procedura, quali opposizioni allo stato passivo.
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31/05/2017
Restructuring & Turnaround

La Cassazione 20 aprile 2017, n. 9983 conferma un proprio precedente secondo cui la banca può essere ritenuta responsabile per concorso nell’illecito, distinguendo la fattispecie da quella della concessione abusiva di credito

Il caso
La curatela del fallimento di una società ha promosso azione risarcitoria nei confronti degli amministratori e di alcune banche in forza di una responsabilità concorrrente delle stesse nell’illecito ricorso al credito da parte della società, in relazione al danno consistente nell’aggravamento del dissesto.
Il Tribunale di Monza ha dichiarato il difetto di legittimazione della curatela per quanto riguarda l’azione  nei confronti delle banche ed ha comunque rigettato la domanda nel merito nei confronti degli amministratori.
La Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza impugnata, ritenendo che la pretesa nei confronti delle banche non configuri un’azione della massa, spettando invece ai singoli creditori. La Corte ha in particolare rilevato che le banche creditrici non possono assumere contemporaneamente una responsabilità per danni in forza dell’erogazione eseguita a favore della società. 

La questione
La giurisprudenza di legittimità ha da tempo chiarito (Cass. S.U. 28 marzo 2006, n. 7029) che la banca può incorrere in responsabilità per concessione abusiva di credito: il presupposto dell’azione è individuato nel fatto di aver continuato a concedere disponibilità finanziaria all’impresa, nella consapevolezza dello stato di insolvenza, traendo così in inganno i fornitori della stessa i quali, percependone invece un’apparente solvibilità, hanno proseguito nel rapporto commerciale. Secondo la Cassazione, si tratta di un’azione che spetta individualmente ai creditori, e non invece al curatore nell’interesse della massa.
Il ricorso abusivo al credito (art. 218 l.fall.) è invece un illecito penale di cui rispondono gli amministratori per avere continuato ad accedere a fonti di finanziamento, dissimulando lo stato di insolvenza. Il tema è quindi se del corrispondente illecito civilistico possa essere responsabile la banca per concorso con gli amministratori.

La decisione della Corte
La Cassazione dà continuità ad un orientamento inaugurato con la sentenza 1° giugno 2010, n. 13413 e distingue nettamente le due diverse fattispecie della concessione abusiva di credito e del ricorso abusivo al credito: il primo è illecito proprio della banca a danno di singoli creditori, il secondo è invece illecito proprio dell’amministratore a danno della società, del quale la banca può essere chiamata a rispondere a titolo di concorso.
La Cassazione ha quindi riformato le sentenze di merito che avevano rigettato la domanda inquadrandola erroneamente nella prima fattispecie, anziché nella seconda.
Il danno risarcibile viene individuato nell’aggravamento del passivo, che può essere liquidato secondo i criteri ormai ben definiti dalla Cassazione e cioè sulla base di un preciso nesso di causalità ovvero anche secondo criteri equitativi tra cui quello della differenza dei netti patrimoniali trea il momento dell’illecito e quello della dichiarazione di fallimento.

Commento
In forza dell’orientamento che viene così a consolidarsi, si ampliano significativamente le prospettive per la promozione di azioni risarcitorie nei confronti delle banche da parte delle curatele. Come noto, fino alla riforma del 2005, le procedure ricorrevano sistematicamente all’azione revocatoria fallimentare nei confronti delle banche al fine di recuperare attivo a beneficio dei creditori concorsuali. A fronte delle numerose limitazioni oggi vigenti rispetto al tradizionale strumento a loro disposizione, le curatele tendono ad avvalersi invece della responsabilità della capogruppo per abusiva attività di direzione e coordinamento, mentre nei confronti delle banche la Cassazione conferma (anche con la decisione qui segnalata) che l’azione per abusiva concessione di credito spetta ai singoli creditori danneggiati.
La diversa azione per concorso nell’illecito degli amministratori che hanno fatto ricorso abusivamente al credito può invece essere promossa dal curatore, il quale agisce non per conto dei creditori, ma della stessa società fallita e non incontra quindi alcun limite di legittimazione attiva.
La domanda va formulata con precisione nei termini indicati dalla Corte, diversamente incorrendo nella preclusione delle nuove domande, se inizialmente formulata in relazione alla concessione abusiva di credito (così nel caso della sentenza n. 13413/2010). Il fondamento della responsabilità può essere rinvenuto nella condanna in concorso dell’amministratore e del funzionario della banca in sede penale, diversamente spetta al giudice del merito accertare i presupposti di fatto nel caso specifico.

 

 

Il contenuto di questo articolo ha valore solo informativo e non costituisce un parere professionale.

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31/05/2017
Restructuring & Turnaround

La Cassazione 3 aprile 2017, n. 8632 ha stabilito che il decreto di omologazione può essere reclamato, anche in assenza di opposizioni, in relazione ad addizioni estranee alla proposta introdotte d’imperio dal Tribunale, che non rappresentino semplici formule organizzative della fase di esecuzione del concordato

Il caso
Una società ha presentato una proposta di concordato, con il supporto anche dell’impegno di un terzo ad assumere determinate obbligazioni. La proposta è stata approvata dalla maggioranza dei creditori.
In sede di omologazione è stata proposta opposizione da parte dell’Agenzia delle Entrate, in seguito rinunciata.
Il Tribunale ha quindi omologato il concordato, prevedendo però tra altre modifiche sostanziali della proposta un impegno a carico del terzo di entità superiore a quella prevista nella proposta, nonché il soddisfacimento dei creditori chirografari in misura del 25% anziché del 20%.
La società debitrice ed il terzo hanno proposto reclamo alla Corte d’appello, dichiarato inammissibile.

Le questioni
In sede di omologazione, in assenza di opposizioni, il Tribunale esercita un controllo di legittimità della proposta e di regolarità formale della procedura, senza poter compiere alcuna valutazione di merito.
Ai sensi dell’art. 180 l.fall., il decreto con cui il Tribunale omologa il concordato in assenza di opposizioni non è soggetto a gravame.
Si pone quindi il tema se il Tribunale possa introdurre modificazioni nella proposta ai fini dell’omologazione e quale sia il rimedio con il quale possa essere denunciata l’illegittimità del decreto del Tribunale che abbia violato i limiti delle proprie attribuzioni.

La decisione della Corte
La Cassazione ha accolto il ricorso, ritenendo che il Tribunale non avesse il potere di introdurre modificazioni sostanziale alla proposta del debitore approvata dai creditori e che non ricorresse invece (come suggerito dalla Corte d’appello) una fattispecie di mero errore materiale del provvedimento suscettibile di correzione da parte del Tribunale.
La Cassazione ha quindi ritenuto che il rimedio esperibile sia il reclamo ex art. 183 l.fall. alla Corte d’appello, stante l’illegittimità del provvedimento del Tribunale: la non impugnabilità prevista dalla legge, in assenza di opposizioni, presuppone infatti che il Tribunale si sia limitato a svolgere il controllo di legittimità e di regolarità della procedura ad esso demandato dalla legge in assenza di opposizioni all’omologazione.
La Corte si discosta da un proprio precedente (sentenza n. 1237/2013) con la quale aveva invece ritenuto che il rimedio avverso il provvedimento illegittimo del Tribunale fosse non il reclamo alla Corte d’appello, escluso dalla legge, quanto piuttosto il ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 cost., trattandosi di provvedimento decisorio e definitivo.

Commento
La decisione dalla Cassazione secondo cui il Tribunale non ha il potere di modificare in sede di omologazione la proposta del debitore approvata dalla maggioranza dei creditori non solleva incertezze, posto che non si tratta nella fattispecie di disposizioni inerenti all’esecuzione della proposta che spettano invece al Tribunale ai sensi dell’art. 185 l.fall.
Dalla decisione sembra emergere che le modificazioni introdotte dal Tribunale non fossero rese necessarie per adeguare la proposta a disposizioni inderogabili di legge, che avrebbero diversamente condotto al rigetto dell’omologazione. Solo in questo caso, infatti, si potrebbe discutere se il Tribunale possa rimediare a carenze della proposta del debitore, che ormai non può più essere modificata, ove ciò sia comunque nell’interesse dei creditori e dello stesso debitore.
Anche in questo caso, peraltro, si dovrebbe consentire il rimedio del reclamo, pur in assenza di opposizioni, stante la diversità della proposta omologata rispetto a quella presentata ed approvata.
Quanto al rimedio esperibile del reclamo, è da condividere la decisione là dove esclude si debba invece ricorrere al ricorso straordinario per cassazione avverso il decreto del Tribunale. Ciò in quanto l’esclusione del reclamo per il caso di omologazione in assenza di opposizioni presuppone che il Tribunale si sia limitato a constatare il raggiungimento delle maggioranze e la regolarità della procedura, ciò che non ricorre in presenza di qualsiasi difformità della proposta omologata rispetto a quella presentata.

 

 

Il contenuto di questo articolo ha valore solo informativo e non costituisce un parere professionale.

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31/05/2017
Restructuring & Turnaround

Con decreto del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) del 2 maggio 2017 è stata disposta la procedura di amministrazione straordinaria di Alitalia Società Aerea Italiana S.p.A. ai sensi del d.l. n. 347/2003 (c.d. legge Marzano) e con sentenza del Tribunale di Civitavecchia dell’11 maggio 2017 è stato dichiarato lo stato di insolvenza

Le due procedure di amministrazione straordinaria Alitalia
Mentre prosegue avanti al Tribunale di Roma la procedura di amministrazione straordinaria di Alitalia Linee Aeree Italiane S.p.A. e delle altre società del gruppo (tra cui Alitalia Airport S.p.A., Alitalia Servizi S.p.A. e Alitalia Express S.p.A.) aperta nel 2008, il soggetto che si rese acquirente dei complessi aziendali nell’ambito di quella procedura (Alitalia Società Aerea Italiana S.p.A., in breve “Alitalia SAI”) è divenuto a sua volta insolvente ed è stato quindi assoggettato anch’esso ad amministrazione straordinaria, avanti al Tribunale di Civitavecchia.

La procedura di amministrazione straordinaria in generale
A differenza del fallimento, la procedura si caratterizza per la finalità conservativa dei complessi produttivi della grande impresa insolvente: qualora ciò non sia realizzabile, si procede alla conversione in fallimento.
La procedura prevede due momenti: (i) l’accertamento del passivo ed il riparto ai creditori, affidati all’Autorità Giudiziaria, come nel fallimento; (ii) il “salvataggio” e gestione dell’impresa, sotto il controllo e la direzione del Ministero dello Sviluppo Economico, attraverso i Commissari straordinari.
Nell’ambito della procedura deve essere adottato e realizzato un programma di recupero dell’equilibrio economico delle attività imprenditoriali che può essere realizzato alternativamente (art. 27, secondo comma, lett. a, b e b-bis) attraverso (a) la cessione dei complessi aziendali, (b) il risanamento con ristrutturazione economica e finanziaria dell’impresa, ovvero (b-bis) per le sole società operanti – come Alitalia SAI – nel settore dei servizi pubblici essenziali, la cessione di complessi di beni e contratti sulla base di un programma di prosecuzione dell’esercizio dell’impresa per un periodo non superiore ad un anno.
La procedura è disciplinata dal d.lgs. n. 270/1999 (c.d. “Prodi-bis”) che prevede la disciplina generale applicabile, salve le disposizioni particolari di cui al d.l. n. 347/2003 (c.d. legge “Marzano”) per il caso che (come per Alitalia SAI) la società abbia fatto istanza per l’ammissione alla versione c.d. “speciale” dell’amministrazione straordinaria.

La procedura di Alitalia SAI
I Commissari straordinari nominati con il decreto del MISE sono Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari. Il Giudice delegato nominato dal Tribunale di Civitavecchia è il dott. Luigi Bianchi.
Con decreto del MISE in data 12 maggio 2017 è stata disposta l’amministrazione straordinaria (nell’ambito della stessa procedura) di Alitalia Cityliner S.p.A.
Con d.l. 2 maggio 2017, n. 55 è stato concesso dallo Stato un finanziamento ponte di euro 600 milioni per un periodo di sei mesi, assistito dalla prededucibilità rispetto ad ogni altro debito della procedura, al fine di garantire l’operatività del servizio svolto da Alitalia SAI.
Lo stesso decreto legge ha stabilito che i Commissari straordinari pubblicizzino un invito per la raccolta di manifestazioni di interesse in relazione alla predisposizione del programma.
La sentenza del Tribunale ha stabilito la data dell’adunanza per l’esame dello stato passivo per il 17 ottobre 2017 ed il termine di 120 giorni dalla pubblicazione della sentenza (8 settembre 2017) per la presentazione delle domande di ammissione dei crediti esistenti alla data del 2 maggio 2017, da inviare all’indirizzo PEC che sarà comunicato dai Commissari straordinari.

Effetti della procedura per i fornitori
Stante la prosecuzione dell’attività di Alitalia SAI da parte dei Commissari straordinari, i contratti con i fornitori di beni e servizi proseguono con la procedura e tutte le nuove prestazioni eseguite successivamente al 2 maggio 2017 beneficiano della prededuzione. Per quanto riguarda i crediti anteriori da parte di fornitori strategici, il Giudice delegato può autorizzarne il pagamento, “quando ciò è necessario per evitare un grave pregiudizio alla continuazione dell’attività d’impresa o alla consistenza patrimoniale dell’impresa stessa”. Resta ferma la possibilità di compensare i crediti anteriori con eventuali debiti del fornitore nei confronti di Alitalia SAI.
Se non ritengono utile la prosecuzione dei contratti in corso, i Commissari straordinari possono sciogliersi dagli stessi ai sensi dell’art. 50 del d.lgs. n. 270/1999.

 

 

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30/03/2017
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La recente decisione del Tribunale di Padova (31 dicembre 2016) viene messa a raffronto con i pochi precedenti editi in tema di estensione degli effetti degli accordi di ristrutturazione dei debiti a creditori finanziari non aderenti.

Il caso
Due società con un indebitamento prevalentemente nei confronti di banche e società di leasing hanno presentato congiuntamente domanda di omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti, il quale prevede una moratoria biennale per il pagamento del capitale ed una rimodulazione degli interessi.
Le società debitrici hanno chiesto l’estensione dell’accordo nei confronti di una banca dissenziente, mentre accordi ad hoc per il rientro dall’esposizione sono stati raggiunti con altre banche non aderenti.

Le questioni
L’art. 182-septies l.fall. prevede che gli effetti di un accordo di ristrutturazione dei debiti raggiunto con altri creditori appartenenti ad una categoria omogenea e rappresentanti il 75% del valore dei crediti della categoria possano essere estesi a creditori finanziari non aderenti se, tra altri altre condizioni, possano risultare soddisfatti, in base all’accordo, in misura non inferiore rispetto alle alternative concretamente praticabili.
Diverse questioni restano di incerta soluzione, tra cui quelle del necessario inserimento di tutti i creditori finanziari in categorie omogenee, i criteri da seguire per la valutazione di convenienza dell’accordo per i creditori non aderenti, l’eventualità che siano stipulati accordi separati con alcuni creditori finanziari rispetto all’accordo soggetto ad omologazione e estensione.

La decisione
Il Tribunale di Padova ha omologato l’accordo ed ha esteso gli effetti alla banca non aderente, valutando che essa sarebbe stata soddisfatta in misura non inferiore rispetto all’alternativa rappresentata dalla liquidazione fallimentare del patrimonio immobiliare delle società debitrici.
Non si ponevano nella fattispecie particolari questioni in termini di omogeneità della categoria, posto che si trattava di creditori chirografari e di proposta uniforme, salvo che per il fatto che dalla motivazione emerge che con alcune banche non aderenti sono stati raggiunti accordi separati per il rientro dall’esposizione.

Commento
La giurisprudenza ha sinora fatto emergere solo sporadici casi di applicazione dell’art. 182-septies l.fall., a quasi due anni dall’introduzione della disposizione nel giugno 2015:

  1. a) una decisione del Tribunale di Milano del 16 febbraio 2016, dalla quale risulta che i creditori bancari erano stati suddivisi in tre categorie, anche se la banca non aderente vantava crediti appartenenti a due soltanto di esse;
  2. b) una decisione del Tribunale di Forlì del 5 maggio 2016, che si è soffermata sulla congruità della formazione della categoria di creditori garantiti, ritenuta non corretta a motivo del fatto di avere considerato a tal fine le sole garanzie reali su beni del debitore e non anche garanzie personali prestate da terzi. Il Tribunale ha comunque omologato l’accordo con estensione degli effetti alla banca non aderente ed opponente, dopo avere riformulato le categorie ed averne considerata una terza (non prevista dal debitore), giungendo alla conclusione del rispetto dei presupposti di legge.

Per quanto riguarda il criterio della convenienza dell’accordo per i creditori non aderenti, entrambe le decisioni sono allineate con quella del Tribunale di Padova, individuando l’alternativa nella liquidazione fallimentare. In merito alla classificazione di tutti i creditori finanziari in categorie omogenee, emerge dalla motivazione di entrambe le decisioni che ciò era stato in effetti previsto dal debitore, anche se la banca non aderente rientrava solo in alcune di esse. Su questo aspetto si deve confermare che non vi è alcuna necessità di integrale classificazione, come nel concordato, posto che (i) la legge lo richiede solo per quanto riguarda il requisito dell’adesione del 75% degli altri creditori appartenenti alla stessa categoria e (ii) per ogni altro aspetto l’accordo di ristrutturazione dei debiti può prevedere trattamenti differenziati per ciascun creditore che abbia aderito all’accordo. In un caso seguito dallo Studio, in cui l’omologazione è stata concessa dal Tribunale di Vicenza, le categorie sono state limitate alle banche aventi posizione ed interessi omogenei rispetto a quelle interessate dall’estensione ex art. 182-septies l.fall. (una peculiarità dell’accordo era anche di prevedere espressamente la facoltà di adesione successiva dei creditori che non lo avevano inizialmente sottoscritto).

Un aspetto messo in luce dalla decisione del Tribunale di Padova riguarda la stipulazione di accordi ad hoc con alcuni creditori finanziari, che il debitore scelga di non inserire nell’accordo di cui chiede l’omologazione. Potrebbe in effetti porsi in dubbio che tali creditori siano qualificabili come «non aderenti», posto che l’accordo di ristrutturazione dei debiti ex art. 182-bis l.fall. può essere costituito anche da un fascio di accordi separati che il debitore consideri poi unitariamente dal punto di vista degli effetti ai fini dell’omologazione. L’unico limite ad una selezione da parte del debitore degli accordi in questo senso sembra peraltro potersi riconoscere solo nel caso in cui ciò abbia l’effetto di alterare i requisiti di legge per l’omologazione ovvero l’estensione ai non aderenti.

 

 

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30/03/2017
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Il Tribunale di Firenze (2 novembre 2016) ha confermato che il debitore può conservare parte dell’attivo, in un’ottica di favore verso il risanamento dell’impresa ed in deroga ai principi della responsabilità patrimoniale

Il caso
Una società ha presentato una domanda di concordato c.d «misto», fondato su una componente liquidatoria relativa al patrimonio non funzionale all’esercizio dell’impresa ed un’altra in continuità «diretta», con la conservazione dei beni sociali funzionali alla prosecuzione dell’attività imprenditoriale.
Un creditore si è opposto all’omologazione del concordato, contestando l’insufficiente attribuzione ai creditori delle utilità generate dalla gestione dell’impresa.

La questione
Nella forma più comune di proposta di concordato, conformata secondo lo schema della cessione dei beni, tutto il patrimonio dell’imprenditore è destinato ai creditori nel rispetto delle cause legittime di prelazione. Il concordato con continuità aziendale, invece, non prevede la liquidazione dei beni, che vengono conservati dal debitore per generare con l’esercizio dell’attività di impresa i flussi futuri da attribuire ai creditori.

La decisione del Tribunale
Il Tribunale di Firenze ricorda innanzitutto che la giurisprudenza che ha escluso una destinazione solo parziale del patrimonio del debitore al soddisfacimento dei creditori – con riferimento al concordato di tipo liquidatorio ed in relazione al principio della responsabilità patrimoniale del debitore sancito dall’art. 2740 c.c. – ha richiamato proprio la possibilità che il debitore possa conformare la proposta alllo schema di cui all’art. 186-bis l.fall., il quale prevede la prosecuzione dell’attività d’impresa con possibile liquidazione dei beni a ciò non funzionali: nel concordato con continuità «diretta» il debitore non è quindi tenuto a liquidare tutto il proprio patrimonio, ma può conservare i beni necessari all’esercizio dell’attività di impresa.
Quanto al tema dell’attribuzione ai creditori di tutte le risorse generate dalla continuazione dell’attività, il Tribunale ricorda che il concordato con continuità aziendale è figura strutturalmente e funzionalmente ben distinta rispetto al concordato liquidatorio e costuisce una modalità di soddisfazione dei creditori che si attua in modo alternativo rispetto all’alienazione del patrimonio del debitore: la finalità perseguita dal legislatore di consentire il risanamento e la conservazione dell’impresa giustifica la deroga al principio di responsabilità patrimoniale di cui all’art. 2740 c.c. ed il debitore può dunque conservare parte delle risorse generate dall’esercizio dell’attività d’impresa, onde assicurare una patrimonializzazione sufficiente e comunque porre condizioni adeguate a prevenire future situazioni di crisi.
Al debitore è richiesto di garantire ai creditori un trattamento economico più vantaggioso rispetto alla liquidazione del patrimonio (concordataria o fallimentare), che costituisce l’alternativa alla prosecuzione dell’attività. Il termine di paragone deve poi riferirsi alle ipotesi concretamente praticabili e non a tutte quelle in astratto percorribili, in quanto ciò richiederebbe uno sforzo incompatibile con la stretta tempistica dello stato di crisi.
Il Tribunale di Firenze ha rigettato l’opposizione e, rilevato che la proposta concordataria soddisfa il requisito del miglior soddisfacimento dei creditori rispetto all’alternativa liquidatoria, ha omologato il concordato.

Commento
La pronuncia in commento si segnala per il rilievo attribuito in motivazione al principio di cui all’art. 2740 c.c., ferma la migliore soddisfazione dei creditori rispetto allo scenario liquidatorio: il concordato preventivo è mezzo di attuazione della garanzia patrimoniale, ma questa va considerata in riferimento ai soli valori di liquidazione.
Ampliando la prospettiva, come ha osservato la dottrina più avvertita (Fabiani, “La residualità del dogma della responsabilità patrimoniale e la de-concorsualizzazione del concordato preventivo”), nell’angolo visuale della continuità aziendale il dogma della garanzia patrimoniale nel concorso dei creditori sul patrimonio deve essere ripensato. Secondo questa analisi, pienamente condivisibile, il punto di caduta è rappresentato dal valore del patrimonio effettivamente realizzabile nell’alternativa liquidatoria, ma le risorse generate dalla prosecuzione dell’attività possono essere distribuite secondo criteri che non realizzano rigidamente la par condicio ed anche a beneficio del debitore, a condizione che ciò garantisca il miglior soddisfacimento dei creditori: ciò considerato che il nuovo sistema delle proposte concorrenti di concordato consente ai creditori di contrastare la proposta del debitore e rende quindi contendibile e disponibile il surplus derivante dalla continuità.
Si prestano quindi ad essere rimeditati criticamente gli orientamenti che ancora si registrano con posizioni di netta chiusura, come in una recente pronuncia del Tribunale di Milano del 15 dicembre 2016, secondo cui «la prosecuzione dell’attività di impresa in sede concordataria non può comportare il venir meno della garanzia patrimoniale del debitore» e non è «consentito azzerare in sede concordataria il rispetto delle cause legittime di prelazione (art. 2741 c.c.), che è un corollario della responsabilità patrimoniale, principio che viene meno solo a seguito delle attività liquidatorie poste in essere in sede di vendite coattive».

 

 

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La legge portuale italiana vieta ad un operatore la gestione di più aree demaniali aventi ad oggetto la stessa attività di impresa in un medesimo porto. Analizziamo come questo divieto potrebbe essere stato modificato a seguito della recente riforma del 2016.

Proseguiamo ad esaminare una recente sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale della Toscana, la quale ha chiarito gli obblighi gravanti sull’Amministrazione Pubblica in caso di espropriazione di aree private nei porti italiani.

La recente estensione del campo di applicazione del Regolamento generale di esenzione per categoria (2014) alla concessione di aiuti di stato a porti ed aeroporti dell’UE ci induce a ricordare due recenti sentenze della Corte di Giustizia in merito agli aiuti di Stato nel settore marittimo e – in particolare – alla compensazione degli obblighi di servizio pubblico alle imprese incaricate della gestione di servizi d’interesse economico generale.

Poi, analizziamo due sentenze, provenienti da Regno Unito e Spagna, riguardanti l’applicazione di due importanti convenzioni internazionali nell’ambito de trasporti internazionali, le Hague-Visby Rules e la CMR. La sentenza inglese conferma che la mancata materiale emissione di una polizza di carico non rileva al fine di escludere l’applicabilità della normativa uniforme, mentre la sentenza spagnola ci fornisce una definizione di “colpa parificata a dolo” ai fini dell’esclusione del limite di responsabilità vettoriale.

Anche la Corte di Cassazione italiana ha emesso due interessanti sentenze in materia di trasporti. La Suprema Corte italiana ha negato al portatore della polizza di carico la titolarità ad agire nei confronti di un vettore marittimo per danni alla merce, in caso di mancata girata della polizza di carico dal ricevitore al portatore, e ha considerato uno “scambio di contenitori” quale ipotesi di colpa grave del vettore stradale.

Infine, analizziamo una sentenza della Commissione Tributaria di Roma, relativa alla IRESA, la tassa sul rumore negli aeroporti italiani. Tale sentenza, in considerazione del fatto che la Regione Lazio ha disatteso i principi e le finalità previsti dalla normativa nazionale ed europea relativi alla destinazione del gettito derivante dall’imposta, ha concluso per la disapplicazione dell’IRESA per come prevista dalla normativa regionale.

Alberto Rossi

There’s a fair European wind blowing

Probably the most important outcome of the French election is not so much the actual electoral defeat of the National Front but the decision of that party to remove from its policy programme the idea of withdrawing from the Euro and promoting a referendum on Frexit. In other words, those parties which have based their political offer to the electorate on the negative impact of globalization and the hard impact of immigration, no longer see the solution as the break-up of the EU.

The same in happening in the Netherlands and even in the UK where the May government is promoting the need to address the negative aspects of globalization and migration in a substantive manner and not long saying that Brexit itself is the answer.

This is a window of opportunity that the EU must embrace. The underlying issues of migration and globalization must be addressed. But if they are addressed in a satisfactory manner the EU itself is not being challenged. There is a recognition in France and in the Netherlands, and even in Germany given the results in the recent Lander elections among the vast majority of the electorate that the EU remains a valid project and that the solutions are best found within its remit.

If Macron and Merkel can get together with the Italy and Spain, much can be done. From an insider’s point of view the only possible hiccup in catching this favourable wind is the capacity of the Commission to recognize it.

 

Alitalia: amministrazione straordinaria secondo round
Con decreto del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) del 2 maggio 2017 è stata disposta la procedura di amministrazione straordinaria di Alitalia Società Aerea Italiana S.p.A. ai sensi del d.l. n. 347/2003 (c.d. legge Marzano) e con sentenza del Tribunale di Civitavecchia dell’11 maggio 2017 è stato dichiarato lo stato di insolvenza.

Il Tribunale può inserire in sede di omologazione clausole modificative della proposta di concordato?
La Cassazione 3 aprile 2017, n. 8632 ha stabilito che il decreto di omologazione può essere reclamato, anche in assenza di opposizioni, in relazione ad addizioni estranee alla proposta introdotte d’imperio dal Tribunale, che non rappresentino semplici formule organizzative della fase di esecuzione del concordato.

La banca risponde del danno causato alla società dagli amministratori per ricorso abusivo al credito?
La Cassazione 20 aprile 2017, n. 9983 conferma un proprio precedente secondo cui la banca può essere ritenuta responsabile per concorso nell’illecito, distinguendo la fattispecie da quella della concessione abusiva di credito.

Cause di ineleggibilità e decadenza del sindaco professionista in uno studio associato
Ai sensi dell’art. 2399, lett. c), c.c. è ineleggibile, e se eletto decade dall’ufficio, il sindaco che intrattiene con la società o sue controllate rapporti di natura patrimoniale che ne compromettano l’indipendenza. Ci si interroga se il caso in cui il sindaco sia parte di uno studio associato che presta attività di consulenza alla medesima società integri l’ipotesi prevista dalla legge. Sebbene il quesito sia risolto tendenzialmente in senso affermativo, permangono tuttavia dubbi circa i criteri adottati dalla Corte di Cassazione al fine di determinare i casi in cui, concretamente, l’indipendenza del sindaco possa dirsi compromessa.

La portata della delega gestoria nelle s.r.l.: contenuto e limiti
La Suprema Corte, con sentenza n. 25085 del 7 dicembre 2016, ha riconosciuto la legittimità di una delega di gestione di carattere generale, da parte del consiglio di amministrazione a favore di singoli consiglieri delegati con esercizio disgiunto dei poteri, nella misura in cui la stessa non sia diretta ad escludere l’esercizio di un concorrente potere di gestione da parte dell’organo collegiale amministrativo.

Trattamento di dati per finalità di marketing: la tutela delle persone giuridiche
Il Garante per la Protezione dei Dati Personali, con provvedimento n. 4 del 12 gennaio 2017, ha precisato la disciplina relativa al trattamento di dati personali per finalità di marketing, dichiarando illegittimo sia  il trattamento di dati raccolti per il tramite di moduli presenti all’interno dei siti internet delle società sia il trattamento di dati (i.e. le utenze telefoniche) autonomamente reperiti sul web.

La responsabilità amministrativa degli enti ex d.lgs. n. 231/2001 all’interno dei gruppi di imprese
È ammissibile una responsabilità, ai sensi del d.lgs. n. 231 del 2001, della società capogruppo per reati commessi nell’ambito delle attività svolte dalle società da essa controllate a condizione che a) il soggetto che agisce per conto della holding concorra con il soggetto che commette il reato per  conto  della persona giuridica controllata; e che b) possa ritenersi che la holding abbia ricevuto un concreto vantaggio o perseguito un effettivo interesse a mezzo del reato commesso nell’ambito dell’attività svolta dalla società controllata.

Considerazioni in merito alla rinunciabilità dell’effetto risolutorio della diffida ad adempiere
La sentenza della Corte di Cassazione, sez. II, n. 4205 del 3 marzo 2016 offre l’opportunità per dare brevemente conto delle diverse posizioni di giurisprudenza e dottrina in materia di rinunciabilità dell’effetto risolutorio della diffida ad adempiere.

La responsabilità degli amministratori non operativi e il dovere di agire in modo informato
La responsabilità degli amministratori privi di deleghe operative, alla luce della sentenza della Corte di Cassazione Civile, Sez. I, 31 agosto 2016, n. 17441 in commento, non può discendere da una generica condotta di omessa vigilanza – tale da essere identificata nei fatti come una responsabilità oggettiva – ma deve essere ricondotta alla violazione del dovere di agire informati, sia sulla base delle informazioni che devono essere rilasciate da parte degli amministratori operativi, sia sulla base delle informazioni che gli amministratori non operativi possono acquisire di propria iniziativa. L’individuazione dei presupposti della responsabilità degli amministratori deleganti si inquadra, pertanto, in un discorso che valorizza la differenziazione dei doveri imposti agli amministratori delegati e quelli tipici degli amministratori non esecutivi.

 

Patti parasociali di rinuncia preventiva all’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori
Con sentenza 28 settembre 2015, n. 19193, la sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Roma, nell’affrontare il tema della rinuncia pattizia all’azione di responsabilità verso gli amministratori di una società, ha affermato la validità delle clausole dei patti parasociali, con le quali i soci “entranti” si impegnano a non esercitare l’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori “uscenti” o comunque a non votare favorevolmente in assemblea.

La Suprema Corte cambia orientamento: invalido il contratto bancario e finanziario firmato dal solo cliente
La Suprema Corte torna sulla questione della validità dei contratti c.d. monofirma, ossia della copia del contratti bancari e finanziari conservati negli archivi della banca recanti la sola sottoscrizione del cliente e privi invece della firma dell’istituto di credito, affermando che detti contratti sono nulli e, come tali, inopponibili al correntista.

Acquisto di quote di s.n.c.: l’errore sul valore della partecipazione può essere fondatamente dedotto come errore essenziale?
Il Tribunale di Milano ha affermato che di regola – anche con riferimento alle compravendite di quote di s.n.c. – l’accoglimento della domanda di annullamento del contratto per errore essenziale non può prescindere dall’esistenza nel contratto di una esplicita garanzia circa il valore del patrimonio e la qualità dei beni della società (garanzia che nella concreta fattispecie, a giudizio del Tribunale, mancava). 

Le nuova disciplina del giudizio davanti alla Corte di cassazione (D.L. 168/2016, convertito dalla L. 197/2016)
Con un nuovo intervento di fine estate, il legislatore è intervenuto ancora una volta in via d’urgenza sulla disciplina del codice di procedura civile, in particolare sulla disciplina del giudizio davanti alla Corte di cassazione: il 31 agosto 2016 è stato infatti pubblicato il decreto legge 168/2016, recante “Misure urgenti per la definizione del contenzioso presso la Corte di cassazione e per l’efficienza degli uffici giudiziari” (“D.L. 168/2016”).

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sulla qualificazione e l’impugnazione del lodo non definitivo e del lodo parziale
Lodo che decide parzialmente il merito della controversia, immediatamente impugnabile a norma dell’art. 827 c.p.c., comma 3, è sia quello di condanna generica ex art. 278 c.p.c. sia quello che decide una o alcune delle domande proposte senza definire l’intero giudizio, non essendo immediatamente impugnabili i lodi che decidono questioni pregiudiziali o preliminari.

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