Articoli
31/10/2017
Contenzioso & Arbitrati

Il punto della Suprema Corte sulla rivendita di strumenti finanziari alla clientela retail nella fase di “mercato grigio”

La fattispecie che fa da sfondo alla sentenza in commento è quella dell’emissione di un prestito obbligazionario, la cui struttura può essere descritta come segue:

  1. l’emittente delibera un prestito obbligazionario e lo colloca presso gli investitori istituzionali (fase di collocamento);
  2. l’intermediario (nel caso di specie, una banca) sottoscrive il prestito;
  3. il cliente retail acquista le obbligazioni dall’intermediario (fase di negoziazione).

I possibili profili di illegittimità dell’operazione sopra descritta emergono nella fase c.d. di grey market, nella quale l’intermediario vende le obbligazioni alla clientela retail prima della loro emissione ufficiale, ed attengono sia all’indeterminatezza dell’oggetto della vendita e sia alla violazione delle norme in tema di trasparenza previste dal TUF che detta vendita è suscettibile di integrare.

Con riguardo al primo profilo, la giurisprudenza previgente era sostanzialmente divisa tra chi riteneva che l’acquisto eseguito nella fase di grey market fosse pienamente valido ed efficace (cfr. Trib. Verona, 10 marzo 2011, Trib. Modena, 10 gennaio 2008, Trib. Roma, 8 ottobre 2004) e chi invece riteneva che detto contratto fosse nullo per indeterminatezza e/o indeterminabilità dell’oggetto: infatti, la circostanza che la vendita avvenisse prima dell’emissione ufficiale degli strumenti impediva di individuarne le caratteristiche di rilievo e, conseguentemente, di ritenere rispettato il disposto dell’art. 1325 c.c. (Trib. Milano, 26 ottobre 2005, Trib. Palermo, 14 gennaio 2010).

Quanto invece alla seconda questione, la tesi dei ricorrenti era quella per cui la violazione, da parte della banca, degli obblighi informativi  (sia quelli relativi alla fase precedente la conclusione del contratto sia quelli che si collocano nello svolgimento del rapporto e che concernono in particolare l’appropriatezza e adeguatezza dell’investimento rispetto al profilo di rischio dichiarato) impatta sulla validità del contratto, configurando violazione di norme imperative  e quindi nullità ex art. 1418 c.c.

La Suprema Corte affronta anzitutto la questione della censura di indeterminatezza dell’oggetto e rileva anzitutto come l’acquisto eseguito nella fase di grey market rientri nello schema della vendita di cosa futura espressamente consentita dall’ordinamento, e in particolare dall’art. 1472 c.c., e sia dunque valida. Inoltre, osserva la Corte di Cassazione, nel caso sottoposto al suo esame, ancorché la vendita fosse avvenuta prima dell’emissione ufficiale, le caratteristiche dello strumento (quali natura, scadenza, tasso di rendimento e codice identificativo) erano individuate e, dunque, conoscibili.

Rispetto poi alla nullità dell’acquisto per violazione di norme imperative, la Suprema Corte fa proprio l’orientamento ormai consolidato delle Sezioni Unite, le quali, già nel 2007, avevano rilevato che la violazione delle disposizioni in punto di obblighi informativi non può determinare la nullità dell’acquisto in quanto trattasi di norme che, pur avendo natura imperativa, attengono al comportamento dell’intermediario nella fase di esecuzione del rapporto e non invece al momento di formazione del contratto (Cass. Civ., SS. UU. 26724/2007). Dalla loro violazione può dunque semmai derivare la responsabilità pre-contrattuale o contrattuale, a seconda che la violazione si collochi nella fase antecedente la conclusione del contratto oppure in corso di rapporto.

 

 

 

 

Il contenuto di questo articolo ha valore solo informativo e non costituisce un parere professionale.
Per ulteriori informazioni contattare Federico Corti, Beatrice Gelmi e Allison Garofalo.

 

Log in with your credentials

Forgot your details?