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31/03/2016
Restructuring & Turnaround

L’art. 72-­quater l.fall. si applica anche al contratto di leasing risolto prima del fallimento?

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza del 9 febbraio 2016, n. 2538, conferma che la disciplina delle conseguenze dello scioglimento del contratto in corso di esecuzione, per scelta del curatore, non è estensibile alla diversa fattispecie della risoluzione per inadempimento già in precedenza intervenuta.
Il caso
La Suprema Corte si è pronunciata sul decreto del Tribunale di Lodi pronunciato in sede di opposizione allo stato passivo del fallimento dell’utilizzatore, sulla domanda promossa dalla società di leasing. Quest’ultima aveva chiesto l’ammissione al passivo in via chirografaria del proprio credito maturato successivamente alla risoluzione di un contratto di leasing avente ad oggetto un semirimorchio. Il Giudice Delegato in sede di verifica e, successivamente, il Tribunale in sede di opposizione allo stato passivo, hanno respinto le pretese creditorie dell’istante.
Le questioni
Il tema riguarda la possibilità di applicare, per quanto riguarda le conseguenze della risoluzione di un contratto di leasing anteriormente al fallimento:

  • l’art. 72-­‐quater l.fall. il quale prevede che, in caso di scioglimento del contratto, il concedente abbia diritto alla restituzione del bene e sia tenuto a versare alla curatela l’eventuale differenza fra la maggiore somma ricavata dalla vendita o da altra collocazione del bene a valori di mercato rispetto    al credito residuo in linea capitale, mentre in caso di valore del bene inferiore al residuo credito, il concedente ha diritto di essere ammesso al passivo; ovvero

  • la disciplina del Codice Civile e, quindi, secondo la consolidata interpretazione della Cassazione che distingue tra leasing traslativo (assimilabile alla vendita a rate) e leasing di godimento (assimilabile  alla locazione): come noto (i) nel primo caso, ai sensi dell’art. 1526 c.c., l’utilizzatore ha diritto alla restituzione di tutti i canoni (assimilati a rate di prezzo) mentre il concedente ha diritto alla restituzione del bene, oltre al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 1453 primo comma c.c., pari  alla differenza tra l’intero residuo corrispettivo contrattuale a carico dell’utilizzatore ed il valore del bene, secondo i prezzi correnti al tempo della liquidazione, (ii) nel secondo caso, invece, non sorgono obblighi restitutori a favore dell’utilizzatore (e neppure, quindi, del curatore fallimentare) in quanto i canoni di leasing sono assimilati a canoni di locazione.

La decisione della Corte
La Corte di Cassazione, collocandosi nel medesimo solco interpretativo della recente Cass. n. 8687/2015 ha confermato che, contrariamente a quanto deciso da varie pronunce di merito, la disciplina di cui all’art. 72-quater l.fall. non può applicarsi a una fattispecie di leasing risolto anteriormente alla dichiarazione di fallimento. Diversamente ragionando, secondo la Corte, si avrebbe un’interpretazione illegittimamente estensiva che verrebbe a superare “indebitamente, la distinzione strutturale esistente tra la nozione di risoluzione contrattuale e quella di scioglimento del contratto, facoltà riconosciuta ad una pluralità di rapporti pendenti tra il contraente e il fallito, tra i quali anche il leasing, che rientra nel novero dei contratti che restano sospesi secondo la regola generale di cui all’art. 72, primo comma, LF”.

Commento
La pronuncia in esame è significativa in quanto dà continuità all’orientamento di cui alla precedente Cass. n. 8687/2015 e si pone in contrasto con la corrente interpretativa inaugurata da parte della giurisprudenza di merito e della dottrina, secondo la quale, invece, l’art. 72-­quater l.fall. avrebbe dovuto applicarsi estensivamente anche ai contratti di leasing risolti prima della dichiarazione di fallimento, superando così la dicotomia tra leasing di godimento e traslativo. La nuova disciplina delle conseguenze dello scioglimento del leasing nel fallimento, infatti, era stata considerata più razionale al fine di determinare le conseguenze del venir meno del contratto per inadempimento dell’utilizzatore, in quanto considera il contratto di leasing secondo la sua vera natura e cioè di contratto di finanziamento rispetto al quale la proprietà del bene svolge una funzione di garanzia. Quest’ultima interpretazione è invero da preferire, mentre le motivazioni in senso contrario della Cassazione appaiono di carattere prevalentemente formalistico, posto che la disciplina dell’art. 72-­quater l.fall. non sembra ispirata a favorire gli interessi dell’una o dell’altra parte per quanto riguarda le conseguenze dello scioglimento del leasing. Alla luce dell’orientamento della Cassazione, peraltro, la società di leasing dovrà avere cura di formulare le domande di ammissione al passivo prospettando la causa petendi del proprio credito secondo la disciplina civilistica: infatti, una volta formulata la causa petendi secondo la disciplina fallimentare, non è consentito modificare il fondamento della domanda a seguito dell’iniziale rigetto, trattandosi di domanda nuova e quindi inammissibile, come la Cassazione ha espressamente deciso nel caso di specie.

Il contenuto di questo articolo ha valore solo informativo e non costituisce un parere professionale. Per ulteriori informazioni contattare Fabio Marelli, fabio.marelli@nctm.it

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