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01/11/2015
Diritto dei Trasporti Marittimi, Aerei, Terrestri

Si può ancora parlare di costi minimi obbligatori nel trasporto merci?

Come noto il sistema italiano dei c.d. «costi minimi di esercizio» in materia di autotrasporto è stato dichiarato incompatibile con la normativa europea dalla Corte di Giustizia con sentenza del 4 settembre 2014.

Il Governo Italiano, con legge n. 190 del 23 dicembre 2014 (c.d. Legge di Stabilità 2015), ha incaricato il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, tenuto anche conto delle rilevazioni effettuate mensilmente dal Ministero dello Sviluppo Economico sul prezzo medio del gasolio per autotrazione, di pubblicare e aggiornare nel proprio sito internet i «valori indicativi di riferimento dei costi di esercizio dell’impresa di autotrasporto per conto di terzi».

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha quindi provveduto, a partire dal mese di gennaio 2015, a pubblicare i suddetti valori indicativi (ancora oggi reperibili sul suo sito internet all’indirizzo: http://www.mit.gov.it/mit/site.php?p=cm&o=vd&id=3990).

I valori in questione sono stati determinati attraverso l’indicazione, su base astratta, di specifiche voci di costo[1].

Tuttavia, neppure tali «valori indicativi» hanno incontrato il favore dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato la quale li ha ritenuti costituire «un sistema che di fatto può riprodurre il meccanismo dei costi minimi previsto nel precedente regime […] reintroducendo un vincolo artificiale alla libera determinazione di prezzi e condizioni contrattuali» (cfr. parere AGCM pubblicato sul Bollettino n. 27 del 27 luglio 2015, pubblicato sul sito ufficiale dell’Autorità al seguente indirizzo: http://www.agcm.it/bollettino-settimanale/7807-bollettino-272015.html).

A parere dell’Autorità, infatti, la decisione del Ministero configurava il rischio di agevolare un ampio coordinamento di settore, condizionando la libera contrattazione tra le parti e risultando in definitiva fortemente restrittivo della concorrenza.

I valori indicati dal Ministero, per dirlo con parole dell’Autorità, comportavano «un’artificiosa fissazione della principale componente del prezzo» poiché forniscono agli operatori valori economici di riferimento e ne facilitano la concertazione su livelli potenzialmente superiori a quelli derivanti da scelte autonome dei singoli operatori, con effetti distorsivi della concorrenza anche con riferimento al commercio tra Stati membri dell’Unione Europea.

A fronte di questa ennesima censura, il Ministero ha quindi cambiato radicalmente rotta e, con nota del 9 luglio 2015, ha pubblicato nuovi «valori indicativi di riferimento  dei costi di esercizio dell’impresa di autotrasporto per conto terzi» (http://www.mit.gov.it/mit/mop_all.php?p_id=23415).

Pur mantenendo l’indicazione delle principali voci di costo applicabili, il Ministero ha fatto ricorso a elementi certi e oggettivi per la loro quantificazione.

Ad esempio, per determinare il costo di acquisto degli automezzi viene fatto riferimento ai prezzi di listino delle case costruttrici e per il calcolo del costo della manodopera si rinvia ai contratti collettivi nazionali di lavoro.

Tali modifiche sono state accettate dall’Autorità Garante che ne ha validato i contenuti in quanto non suscettibili di falsare il gioco della concorrenza (vedasi il comunicato pubblicato sul predetto Bollettino n. 27 del 27 luglio 2015 dell’Autorità).

Il sistema dei costi minimi è stato quindi definitivamente archiviato e risultano caduti tutti i limiti capaci di turbare la libera determinazione dei corrispettivi del trasporto.

La committenza e le imprese sono oggi libere di stabilire i corrispettivi in piena autonomia, senza soggiacere a vincoli di sorta.

Nell’ambito della negoziazione dei contratti, potranno ovviamente essere prese in considerazione – a livello indicativo e non più vincolante – le voci di costo indicate dal Ministero.

[1] Quali, ad esempio, il «costo acquisto trattore» pari a Euro 95.000, o il «costo del lavoro di un autista» pari a Euro 33.820.

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