Rassegna Stampa
16/10/2017
D - la Repubblica

Correre di gran carriera

Tratto da D – la Repubblica

Lo smartphone vibra, arriva una mail che non finirà insieme alle altre mille da leggere (chissà quando). La manda il capo: va letta. Ha organizzato una sessione di jogging per parlarvi di un nuovo cliente, l’appuntamento è domani alle 11 all’Idroscalo Club, Milano. Ve le ricordate le confortevoli colazioni di lavoro? Dimenticatele. E avete presente gli aperitivi in terrazza? Cancellate pure quelli. Il cuore delle relazioni pubbliche, da Londra a Milano, sta sulla morbida striscia rossa di poliuretano del parco, nello spogliatoio di una piscina, tra le pedalate e le gocce di sudore versate sulla salita del Passo dello Stelvio. Due le possibili reazioni al nuovo trend: c’è chi istintivamente si sente Fantozzi alla gara ciclistica aziendale Coppa Cobram (Cobram era il nome del mega-direttore) ed è colto da profondissimo disagio all’idea di arrancare in compagnia del capo; e chi non vede l’ora di infilare le scarpette per dimostrare al boss di essere sulla stessa frequenza. Chi dei due farà carriera? Diciamo che il secondo parte avvantaggiato, ma il primo ha almeno un paio d’anni per allenarsi, prima che tutti i manager aziendali d’Italia si uniformino al nuovo corso.

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Gli effetti positivi dello sport sull’affiatamento professionale non sono certo sfuggiti ai grandi capi della City di Londra. Provate a fare un giro nel distretto finanziario all’ora di pranzo e rischierete di essere travolti da qualche broker in fase d’allenamento per la prossima Standard Chartered Great City Race, una 5 chilometri riservata ai dipendenti delle società d’affari con base a Londra, tant’è che le classifiche sono state divise per settori professionali (Legal, Insurance, Accountancy, Banking) e per iscriversi è necessario dimostrare di essere un businessman. O woman; perché un indiscusso vantaggio di questa nuova tendenza è l’abbattimento del gender gap: chiunque può far parte del team sportivo aziendale, a patto che sappia correre per vincere. L’ultima edizione si è tenuta a luglio, c’erano 26mila iscritti, così tanti che la competizione è iniziata all’atto dell’iscrizione: le immense liste d’attesa cominciano con oltre un anno d’anticipo. La corsa londinese è l’interpretazione europea dello spirito di gruppo nipponico, e replica l’affiatamento tra team aziendali: «Si perde la distinzione di ruoli, il top manager corre al fianco dello stagista, e vengono abbattute le distinzioni di genere», spiega Guido Bartalini , socio dello studio legale Nctm di Milano e appassionato di corsa, al punto da avere deciso di fare della Salomon Running Milano di metà settembre una maratona per professionisti, proprio come quella londinese. Nasce così la Nctm Corporate Run: per individuare i settori professionali dei partecipanti alla Salomon Running. Per predisporre apposite classifiche, all’atto dell’iscrizione è stato reso obbligatorio rivelare il proprio ambito lavorativo. Sempre Nctm è stato promotore del progetto Wellness Corporate, che ha allenato 10 professionisti – avvocati, manager, liberi professionisti – per la Salomon Running e ne ha analizzato le prestazioni, grazie a un team di personal trainer e psicologi. «Sul piano cognitivo si rileva una migliore capacità di focalizzazione e, nel complesso, una maggiore disponibilità energetica per far fronte alle sfide professionali. Dall’analisi dei dati si osserva una decisa soddisfazione per quanto riguarda la capacità di rimanere concentrati e la gestione del proprio tempo. Per qualcuno è anche migliorata la capacità di pensare in modo creativo, trovando soluzioni non convenzionali ai problemi. Visto il tempo ridotto di osservazione (10 settimane), per il momento sono meno evidenti i miglioramenti sul piano delle relazioni professionali», spiega Matteo Torre di Indafow, la società che ha realizzato la ricerca. Torre prosegue: «Una sana competizione sportiva favorisce rendimento e unione sul lavoro. Sono sempre di più le aziende che sostengono la creazione di team, spesso voluti proprio dall’amministratore delegato, che è un appassionato di sport di resistenza». Ma perché così tanti manager si danno alla corsa, alla bici e al triathlon? «Perché sono tipologie sportive che ben si adattano a persone competitive e motivate. Stiamo parlando di executive abituati a raggiungere gli obiettivi che si prefiggono e che provano soddisfazione nel perseguirli. Lo sport di endurance, quindi, è loro congeniale». Capita che le imprese creino team aziendali, e che forniscano maglie e gadget con il logo «anche per una questione di marketing, di visibilità, e per offrire all’esterno un’immagine positiva», spiega Bartalini. Che racconta come l’attitudine italiana alla creazione di team aziendali non sia ancora massiccia come in Giappone, Inghilterra e Francia, ma quella è la direzione. Tant’è che l’Efcs, European Federation for Company Sport, sta sviluppando un progetto per trasformare la Milano Marathon in campionato europeo dei team aziendali, come Nctm o come la squadra dell’industria Tamini Trasformatori di Varese. Là il team è nato perché l’amministratore delegato è Pierpaolo Cristofori, oro nel pentathlon alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. «Lo sport entra nelle aziende italiane se e quando ai vertici ci sono manager appassionati che cercano di coinvolgere i dipendenti. Ma sempre più, grazie alle agevolazioni portate dalle normative a favore del welfare aziendale, le società organizzano al loro interno spazi dedicati a sport e benessere. Il risultato è una partecipazione allargata dei colletti bianchi al fitness», conclude Bartalini. C’è una correlazione diretta tra sport e professionalità, come dice la ricerca del Center for Financial Studies degli Stati Uniti, che ha creato una banca dati unendo i risultati raccolti dalle 15 più importanti maratone americane (dal 2001 al 2013) con quelli della partecipazione dei capi delle 1500 aziende più importanti d’America. È venuto fuori che fisici allenati sopportano meglio lo stress da lavoro, dispongono di più riserve di energia, sono più efficienti e rendono meglio.

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