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20/11/2020
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La Corte di giustizia dell’Unione Europea decide sul caso Kanavape. Un importante traguardo nel mondo del CBD

Il 19 novembre 2020 la Corte di giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata su uno dei temi più dibattuti e controversi del momento: la commercializzazione dei prodotti a base di CBD.

Secondo la Corte europea “uno Stato Membro non può proibire la commercializzazione di cannabidiolo (CBD) legalmente prodotto in un altro Stato Membro qualora estratto dalla pianta di Cannabis sativa nella sua interezza e non soltanto dalle sue fibre e dai suoi semi” [1].

Nella sua sentenza, la Corte dichiara che il diritto dell’Unione, in particolare le disposizioni relative alla libera circolazione delle merci, osta a una normativa restrittiva come quella francese, oggetto del caso in esame.

Come anticipato nel nostro articolo del 5.06.2020 “What do we know about CBD? Opinion of Advocate General Evgeni Tanchev – Case C-663/2018, la legge nazionale francese consente la coltivazione, l’importazione, l’esportazione nonché l’uso industriale e commerciale della canapa limitatamente alle fibre e ai semi della pianta.

La controversia in esame trae origine dalla commercializzazione da parte di una società francese, la Kanavape, di sigarette elettroniche contenti liquido a base di cannabidiolo (CBD), importato dalla Repubblica Ceca, dove è, invece, ammessa l’estrazione dall’intera pianta di canapa, comprese foglie e fiori.

Il Tribunale penale di Marsiglia (Tribunal Correctionnel de Marseille), proprio sulla base delle limitazioni previste dalla normativa francese, condannava gli amministratori della società francese, tra l’altro, per violazione delle norme sul commercio delle piante velenose, rilevando che la produzione di olio di canapa destinato ad essere immesso nelle cartucce della sigaretta elettronica poteva considerarsi lecita solo se ottenuta mediante spremitura dei semi, mentre, poiché l’olio di CBD, importato dalla Repubblica Ceca, era stato estratto dalla pianta nella sua interezza, l’utilizzo doveva ritenersi illecito.

Successivamente, la Corte d’Appello di Aix-en-Provence, investita dell’impugnazione da parte della società francese, decideva di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte di Giustizia Europea una questione pregiudiziale sui profili di conformità della normativa francese al diritto dell’Unione Europea, in particolare con rifermento agli articoli 34 e 36 TFUE.

Orbene, la Corte di giustizia dell’Unione Europea chiarisce innanzitutto che i regolamenti relativi alla politica agricola comune (PAC) si applicano esclusivamente ai «prodotti agricoli» di cui all’allegato I dei Trattati, tra i quali non rientra il CBD estratto dalla pianta di Cannabis sativa nella sua interezza.

Ciò premesso, i giudici europei dichiarano che le disposizioni relative alla libera circolazione delle merci all’interno dell’Unione devono invece ritenersi applicabili, poiché il cannabidiolo (CBD) non può essere considerato uno “stupefacente”.

Il CBD, infatti, non è menzionato nella Convenzione sulle sostanze psicotrope stipulata a Vienna nel 1971, né, ad oggi, vi è alcuna evidenza scientifica del suo effetto psicotropo o di qualsiasi altro effetto dannoso sulla salute umana [2].

Ora, il divieto di commercializzazione del CBD costituirebbe una misura di effetto equivalente alle restrizioni quantitative delle importazioni, vietata dall’articolo 34 TFUE [3].

Com’è noto siffatta restrizione può essere giustificata soltanto nel caso in cui sussistano motivi di interesse generale indicati nell’articolo 36 TFUE: motivi di moralità pubblica, di ordine pubblico, di pubblica sicurezza, di tutela della salute e della vita delle persone e degli animali o di preservazione dei vegetali, di protezione del patrimonio artistico, storico o archeologico nazionale, o di tutela della proprietà industriale e commerciale. Tuttavia, tali divieti o restrizioni non devono costituire un mezzo di discriminazione arbitraria, né una restrizione dissimulata al commercio tra gli Stati Membri [4].

Benché quest’ultima valutazione spetti al giudice nazionale, i giudici europei spiegano le ragioni per cui, nel caso in esame, non possono ritenersi sussistenti i motivi generali di cui all’art.36 TFUE (in particolare, la tutela della salute pubblica), in base ai quali sarebbe consentito limitare le importazioni tra Stati gli Membri.

In primo luogo, il divieto di commercializzazione non riguarderebbe il CBD di sintesi.

In questo modo, precisa la Corte, la normativa di cui trattasi nel procedimento principale non sarebbe idonea a conseguire, in modo coerente e sistematico, il fine di tutelare la salute pubblica.

In secondo luogo, il giudice nazionale deve valutare i dati scientifici disponibili per poter affermare la sussistenza di un rischio reale per la salute dell’uomo.

Ebbene, come si è detto, ad oggi non ci sono evidenze scientifiche sugli effetti psicotropi, e dunque lesivi, del CBD.

Tanto ciò è vero che nel gennaio 2019 il Segretario generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomandava alle Nazioni Unite di modificare la tabella I allegata alla Convenzione Unica in modo da chiarire che il CBD non è uno stupefacente, da un lato, sopprimendo in tale tabella il riferimento agli «estratti e tinture di cannabis» e, dall’altro, inserendo una nota a piè di pagina indicante che “i preparati contenenti principalmente CBD e il cui tenore di THC non supera lo 0,20% non sono soggetti a controllo internazionale”.

La pronuncia in esame costituisce un precedente giurisprudenziale di portata eccezionale, sulla cui base intraprendere un processo di armonizzazione della regolamentazione europea sui prodotti a base di cannabis.

 

Il contenuto di questo articolo ha valore solo informativo e non costituisce un parere professionale. Per ulteriori informazioni contattare Paolo QuattrocchiGuido Foglia o Michelle Pepe.

 

 

[1] Court of Justice of the European Union, press release no. 141/2020, Luxembourg, 19 November 2020: “A Member State may not prohibit the marketing of cannabidiol (CBD) lawfully produced in another Member State when it is extracted from the Cannabis sativa plant in its entirety and not solely from its fibre and seeds”.
[2] Giova ribadire anche in questa sede che secondo un parere dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) del 2017:“the WHO Expert Committee on Drug Dependence (ECDD) concluded that, in its pure state, cannabidiol does not appear to have abuse potential or cause harm. As such, as CBD is not currently a scheduled substance in its own right (only as a component of cannabis extracts), current information does not justify a change in this scheduling position and does not justify scheduling of the substance”.
[3] L’articolo 34 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) prevede che “sono vietate fra gli Stati Membri le restrizioni quantitative all’importazione, nonché qualsiasi misura di effetto equivalente”.
[4] L’art. 36 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) stabilisce che: “le disposizioni degli articoli 34 e 35 lasciano impregiudicati i divieti o restrizioni all’importazione, all’esportazione e al transito giustificati da motivi di moralità pubblica, di ordine pubblico, di pubblica sicurezza, di tutela della salute e della vita delle persone e degli animali o di preservazione dei vegetali, di protezione del patrimonio artistico, storico o archeologico nazionale, o di tutela della proprietà industriale e commerciale. Tuttavia, tali divieti o restrizioni non devono costituire un mezzo di discriminazione arbitraria, né una restrizione dissimulata al commercio tra gli Stati Membri”.

 

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