Rassegna Stampa
11/05/2019
Arena di Verona
Corporate & Commercial

«Azienda ai figli? Pensarci in tempo»

Uno dei momenti più delicati nella vita dell’impresa

Solo un terzo esce indenne dal cambio di leadership

Ecco gli errori più frequenti e i consigli degli esperti

Programmare per tempo il passaggio generazionale all’interno dell’impresa, senza farsi condizionare dai timori fiscali, e avendo ben chiara la distinzione tra patrimonio personale e aziendale. Sono solo alcuni dei suggerimenti emersi ieri, nel convegno «Come favorire i passaggi generazionali: errori conclamati e possibili rimedi», promosso dallo Studio Sonato e dallo studio legale Nctm, ieri nella sede di Confindustria Verona.

«Le imprese familiari sono la tipologia più diffusa sul nostro territorio, dotate di grande operosità, in grado di resistere alla crisi e di internazionalizzare, ma fortemente dipendenti dalle vicende familiari», ha esordito Carlo Fratta Pasini, presidente del Banco Bpm. «Il passaggio generazionale va studiato e vanno utilizzati strumenti normativi e giuridici adeguati alla tipologia di azienda, come un vestito da cucire addosso ai singoli casi». E un consiglio su tutti emerso a conclusione: «Separare le proprietà e la gestione della famiglia da quelle dell’azienda», ha riassunto Fratta Pasini.

A raccontare il tessuto imprenditoriale di Verona e del Veneto, è stato Maurizio Cattaneo, direttore de L’Arena e di Bresciaoggi: «In Italia l’85% delle imprese è a conduzione familiare, in Veneto oltre il 90%. Ogni anno sono 60mila le imprese che devono affrontare la sfida del passaggio generazionale e solo un terzo sopravvive, meno di un quinto supera la seconda generazione e solo il 4% arriva alla quarta generazione».

Quali sono gli errori più frequenti? «Spesso viene anticipato il passaggio generazionale per evitare di pagare le imposte di successione, senza considerare che in futuro molti fattori potrebbero cambiare», ha osservato Alfonso Sonato, fondatore dello Studio Sonato. «Inoltre, frequentemente l’imprenditore non riesce a distinguere il patrimonio personale da quello aziendale e non è in grado di avvalersi di attori esterni indipendenti».

Altri errori quelli elencati da Daniela Montemerlo, professore ordinario dell’Università Insubria: dall’eccessiva autoreferenzialità dell’imprenditore ai percorsi poco curati e strutturati nell’inserimento dei figli nell’azienda, dall’assenza di regole di accesso e di valutazione dei ruoli di responsabilità alla governance debole.

Un aspetto, quest’ultimo, sottolineato anche da Gian Carlo Sessa, partner Nctm. «L’imprenditore deve evitare di lasciare la società senza una governance e senza regole chiare, spesso all’origine di liti di difficile risoluzione», ha affermato Sessa. “Se si introducono poi delle clausole di consolido, bisogna prestare molta attenzione a come vengono costruite. Inoltre, è preferibile non utilizzare i trust».

A far sentire la voce delle aziende è stato Sandro Veronesi, presidente e fondatore del Gruppo Calzedonia. «Tutti questi caveat fanno apparire l’imprenditore come poco razionale sul tema del passaggio generazionale, ma l’imprenditore non è una persona normale, è abituato ad andare contro corrente», ha rimarcato. «Certo, dobbiamo accettare la realtà di non essere immortali, e questo non è facile. Così come nella vita normale dell’azienda abbiamo una scala di valori che ci aiuta a prendere delle decisioni, altrettanto la dobbiamo avere al momento del passaggio generazionale. Dalla famiglia, all’azienda al bene sociale, ognuno ha la sua scala di valori e deve comportarsi di conseguenza».

Dario Stevanato, professore ordinario di Diritto tributario dell’Università di Trieste, ha invitato a non sopravvalutare, ma nemmeno sottovalutare il carico fiscale connesso al passaggio generazionale, dal momento che «le aliquote dell’imposta di successione ora sono molto ridotte ma ci sono riorganizzazioni degli assetti societari che comportano costi onerosi».

Alessandro Varaldo, amministratore delegato della Banca Aletti, ha sottolineato come le aziende oggi siano sottodimensionate e debbano guardarsi dalla «trappola della liquidità reale»: «Oggi i tassi di interesse sono molto bassi e ciò dovrebbe spingere a fare investimenti. In Italia, invece, non si investe e non solo per mancanza di fiducia, ma anche per miopia».

 

Tratto da L’Arena di Verona

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