Rassegna Stampa
18/03/2019
HR On Line
Diritto del Lavoro e delle Relazioni Industriali

Digitalizzazione, progresso tecnologico ed etica; come interagiranno nel mondo del lavoro

Ogni giorno, con sempre maggior frequenza, si discute degli effetti che la digitalizzazione provocherà nel mondo del lavoro. La verità è che siamo già di fronte ad un fenomeno ormai consolidato; il fatto che se ne parli ora con continuità è il segno che la digitalizzazione dell’impresa è ormai entrata in una seconda fase, di presa d’atto collettiva, che segue quella in cui la stessa ha fatto ingresso in fabbrica e in ufficio senza troppo clamore.

Ai fini del presente scritto mi limiterò a tratteggiare alcuni aspetti sui quali è necessario porre la nostra attenzione di operatori del mondo delle risorse umane: attengono ad ambiti differenti, che presentano però ampie aree di intersezione.

Innanzi tutto, gli effetti che le nuove tecnologie stanno provocando e provocheranno nel prossimo futuro: non c’è dubbio che i nuovi strumenti che la digitalizzazione ha sviluppato abbiano creato già alcuni profondi cambiamenti.

Esse hanno, in primo luogo, creato due macro-fenomeni che hanno segmentato il mercato. Sul lato delle attività lavorative a minor valore aggiunto, esse hanno posto le basi per l'”industria del lavoretti” (in inglese, GIG economy), ossia una cottimizzazione delle attività del singolo, ormai capaci di enucleare e misurare l’attività del lavoratore con precisione chirurgica; individuando il tempo effettivamente impiegato per la prestazione manuale, sempre più impoverita di contenuti, ora gestiti da macchine e algoritmi. In tale situazione il corrispettivo per è per la (sola) attività stessa, senza alcuna considerazione per il tempo in cui il lavoratore deve essere a disposizione del committente in attesa del prossimo incarico. Tutto ciò in attesa che la tecnologia metta a punto macchine sufficientemente affidabili da sostituire in toto la attività umana; ad esempio, vetture che non necessitano di un conducente e merci che possono essere consegnate con droni o altri mezzi che non necessitano di ausilio umano.

Sul lato delle professioni a maggior valore aggiunto la tecnologia non sostituisce l’uomo ma, da un lato, ne riduce la domanda e, dall’altro lato, ne aumenta le potenzialità; ciò, nel secondo caso, a patto che il lavoratore sia in grado di gestire le nuove tecnologie. In questo secondo ambito, quindi, si registrano già da tempo due fenomeni: quello della riduzione del personale- necessario in misura inferiore rispetto al passato – e quello della necessità di sostituirlo con personale diversamente qualificato, là ove si giunga alla conclusione della impossibilità di aggiornare quello esistente.

Entrambi gli aspetti descritti (ridotta necessità di manodopera e richiesta di differenti skills) pongono spesso capo a provvedimenti espulsivi (i primi, per così dire classici, per sopravvenuta riduzione del personale e i secondi propedeutici a sostituzione con personale maggiormente qualificati e definiti “tecnologici” sui quali la giurisprudenza e la dottrina si sono assai impegnate); di esempi se ne potrebbero già citare moltissimi. In altri casi è soccorsa e soccorrerà la maggior flessibilità nella assegnazione di diverse mansioni per salvaguardare iposti di lavoro che dal 2015 è stata introdotta dal legislatore italiano.

Il numero di lavoratori coinvolti nei fenomeni sopra descritti e destinati a non riuscire a rientrare sul mercato del lavoro, secondo le previsioni di molti osservatori, è destinato ad aumentare vertiginosamente nel futuro, tanto da costituire un vero e proprio allarme sociale. I governi e le organizzazioni internazionali (tra i tanti l’Unione Europea, l’Organizzazione Mondiale del Lavoro) hanno pubblicato diversi importanti studi sul fenomeno, nella ricerca di una soluzione ad un problema che vedrà coinvolti milioni e milioni di lavoratori nella sola Europa.

Un secondo punto che la digitalizzazione impone al mondo del lavoro è di natura etica. Potrei sintetizzarlo con la seguente, universalmente nota, affermazione: “non tutto già che si può tecnicamente realizzare è bene che sia realizzato”. Tema che si è posto ben prima dell’avvento della digitalizzazione ma che questa ultima ha rilanciato con grande forza.

Il primo – forse più scontato – quesito che declina tale affermazione e sul quale alcune correnti di pensiero pongono l’accento verte sulla domanda stessa se sia un bene che la digitalizzazione sia sviluppata, tenuto conto che – come illustrato poc’anzi – essa “precarizza” larghe fasce di popolazione e ne espelle definitivamente altre dal mondo del lavoro.

Sottostanno a questo pensiero non solo ideologie che auspicano un’inversione di tendenza dello sviluppo o la decrescita felice, ma anche teorie che si pongono il tema della sostenibilità di un modello che vede l’aggiornamento tecnologico muoversi molto più rapidamente di quanto il lavoratore medio sia capace di apprendere nuove metodologie di lavoro.

In questo senso si auspica una crescita controllata della tecnologia per governare fenomeni macro-sociali capaci di sfuggire al controllo dei governi. Il mio pensiero è che difficilmente sia possibile rallentare il progresso tecnologico; e che non sia nemmeno auspicabile.

Ma, come anticipato, questo non è che solo il primo dei quesiti che il progresso pone. Enumerarli tutti è impossibile; proverò a fare qualche esempio. Con la mole di dati in possesso di un datore di lavoro, in un futuro nemmeno tanto lontano (in alcuni casi addirittura coincidente con il presente), quest’ultimo sarà in grado di conoscere prima del lavoratore stesso che si interfaccia con la macchina (sia essa un PC, un robot, un esoscheletro o un software), l‘insorgere di malattie o di situazioni di decrescente efficienza e gestire l’informazione acquista a suo favore. Potrebbe, con la consapevolezza che a breve potrebbe trovarsi di fronte ad un problema di salute o di ridotta efficienza (con costi annessi), gestire l’uscita anticipata del lavoratore senza nemmeno far leva su questa informazione (che resterebbe anzi segreta), selezionando solo personale sempre al massimo dell’efficienza.

In altri casi “la macchina” potrebbe gestire un incidente di un impianto, decidendo di sacrificare personale più anziano o meno qualificato professionalmente, in nome di una maggiore efficienza o della ricerca del minor danno. Un problema simile se lo sono posti, ad esempio, gli ingegneri che stanno sviluppando gli algoritmi delle vetture senza guidatore in caso di imprevisto: salvare il pedone più giovane? Quello più anziano? La donna o l’uomo? Oppure salvare a tutti i costi i passeggeri anche a scapito della vita di decine di pedoni? Tutte istruzioni che tecnicamente potrebbero esser impartite alla macchina, in grado di eseguire scelte di comportamenti senza alcuna remora, in base alle sole istruzioni ricevute.
La tecnologia può, quindi, essere utilizzata per fini riprovevoli.

Esistono, è vero, dei limiti legali: non a caso la legislazione sul GDPR regola la raccolta e l’utilizzo dei dati ma sappiamo come le norme possano solo seguire il progresso tecnologico piuttosto che viceversa. Anche sul lato probatorio la prova di utilizzi vietati non sarà agevole.

Questi temi diventeranno sempre più frequenti, in linea con la espansione dei confini del possibile, che la tecnologia causerà. Non a caso già nel 2015 l’Università di Harvard ha lanciato un nuovo corso denominato “Intelligent Systems: Design and EthicalChallenges” dedicato al tema e il successo del corso ha generato l’iniziativa Embedded Ethics che ha visto la collaborazione delle facoltà di Computer Sciences con quella di Filosofia. In tali corsi si studia anche l’impatto della diffusione di informazioni false o i fenomeni di machine learning che possono rafforzare, se non amplificare, comportamenti eticamente riprovevoli. Se, ad esempio, un computer dovesse registrare un gender pay gap policy, se non adeguatamente istruito, potrebbe rilevarlo come regola, farla propria, e riproporre algoritmi che la mantengono o lo ampliano… E sempre non a caso i due campi di studio di questa nuova disciplina sono la politica (in cui la manipolazione del consenso pone degli evidenti temi etici) e il mondo del lavoro per le ragioni che abbiamo cercato di illustrare (per maggiori informazioni consiglio il recentissimo Embeddedethics in computer science curriculum, Paul Kroff, The Harvard Gazette, 25 gennaio 2019).

Le considerazioni di cui sopra non sono però confinate nelle aule degli atenei ma sono già materia di business; importanti aziende di consulenza insieme a società informatiche hanno investito in questo campo. Ad esempio Avenade, Joint Venture tra Accenture e Microsoft, ha di recente pubblicato i risultati di un’indagine condotta qualche anno fa focalizzata sull’etica digitale praticata dalle aziende per concludere che in un futuro prossime le organizzazioni più evolute investiranno ingenti risorse per dirimere e anticipare i problemi etici: molte di esse avranno un Chief Ethical Officer preposto a presidiare in modo costante la tematica.

In questo quadro sempre più complesso un terzo elemento potrà avere un ruolo non secondario: l’empatia e l’intelligenza emotiva. Esse sono ancora patrimonio dell’uomo (sebbene vi siano in corso progetti volti a renderla “artificiale”) e potrebbero esser la chiave di lettura per mantenere la supremazia della persona sulle macchine; così come le stesse potranno decifrare per tempo l’insorgenza di problemi di problemi etici e di risolverli. Ma a questo aspetto dedicheremo un prossimo articolo.

avv. Michele Bignami, Equity Partner Nctm Studio Legale

 

Tratto da HR On Line