Rassegna Stampa
01/12/2020
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La reputazione nell’era dell’innovazione: il volume di The Skill Press con Giorgino, Massimei, Racanelli

“Reputazione. Come tutelare il grande capitale nell’era dell’innovazione?” è il titolo del secondo volume della collana “Covid” edita dalla casa editrice The Skill Press.

La collana prende le mosse da una serie di incontri organizzati da The Skill (studio di comunicazione specializzato in vicende mediatico giudiziarie, litigation pr, comunicazione di crisi, legale e reputation management) durante il primo lockdown. La reputazione, come ha evidenziato Andrea Camaiora, Ceo di The Skill, «è il tema cruciale del nostro tempo e ben si collega alla cosiddetta democratizzazione della conoscenza, per quel che le nuove tecnologie e l’innovazione hanno impresso a un mondo che è profondamente trasformato, anche solo rispetto a dieci, venti anni fa».

Giovanni Cioffi, Head of Brand-storytelling e Social networking di The Skill, aprendo il convegno da cui prende spunto il libro, aveva introdotto una serie di tematiche affini che ben si collegano con quella della reputazione, come «il tema della fiducia, il tema della credibilità, quindi della credibilità anche delle fonti e del fatto che talvolta noi attribuiamo credibilità a fonti che palesemente non la hanno. Sui social network tutto ciò avviene frequentissimamente. E poi il tema del personal branding, quindi nella sua fase di costruzione della brand identity e poi nella fase di tutela e mantenimento in qualche modo della brand reputation».

Tra i primi relatori, Francesco Giorgino, giornalista del TG1 e docente, ha introdotto l’argomento ricordando «che reputazione vuol dire sostanzialmente fiducia e credibilità. Il processo di costruzione e gestione della reputazione si regge su questi pilastri, sul pilastro cioè della fiducia che gli altri ci conferiscono e della credibilità che noi siamo riusciti a costruire inizialmente attraverso un accreditamento preventivo, poi attraverso un conferimento di fiducia che si fonda su un processo di consolidamento della credibilità». Giorgino ha poi continuato spiegando: «Se oggi possiamo (e dobbiamo) parlare dell’importanza della reputazione individuale, così come della reputazione delle istituzioni e delle imprese, è perché c’è spazio per micronarrazioni individuali, quindi per narrazioni con un portato molto più contenuto e limitato. Micronarrazioni che, tuttavia, ambiscono, grazie proprio al potenziale tecnologico della cosiddetta platform society come la chiama Van Dijck, ad assurgere al rango di paradigmi, cioè di punti di riferimento per tutta una serie di soggetti».

Altri contributors del volume della collana “Covid” di The Skill Gianluca Massimei, partner di Nctm Studio Legale e tra i massimi esperti in ambito media & reputation, ha analizzato come la reputazione si sia trasformata nel corso del tempo e «sia diventata fondamentale per le aziende. […] In questi vent’anni, con l’avvento di internet, la reputation management è completamente cambiata, è stata prima introdotta e adesso è completamente cambiata, perché internet rende la situazione molto più complessa a livello di gestione della comunicazione e rende necessarie delle scelte strategiche che non sono più solamente di natura legale, per quello che ci riguarda, ma che richiedono sempre di più un’interazione con le divisioni interne e consulenti esterni in ambito comunicazione. C’è bisogno di una strategia unica, unitaria e ben tarata rispetto alla brand reputation». Antonello Racanelli, procuratore aggiunto della Repubblica a Roma e già componente del Csm, ha sottolineato come rispetto al tema della reputazione «bisogna riflettere sui rapporti che ci possono essere tra questo elemento, nei tempi di innovazione tecnologica che stiamo vivendo, soprattutto, poi, in questo momento particolare, e la giustizia». Inoltre, con riferimento all’utilizzo dei social ha aggiunto: «Indubbiamente la facilità di accesso e l’anonimato rappresentano un grande mare magnum per tutti quelli che vogliono approfittare di questa situazione, perché chiaramente l’accertamento dell’identità dei soggetti che pongono in essere determinante affermazioni o determinati interventi sui social media diventa molto difficoltoso».

Anche Sergio Fontana, amministratore unico di Farmalabor S.r.l. e presidente di Confindustria Albanie e di Confindustria Bari – BAT, ha evidenziato come la reputazione nell’«industria ha necessità di comunicare e di comunicare meglio rispetto a quello che ha fatto nel passato, soprattutto in quelle zone dove c’è poca industria e di conseguenza poca cultura industriale». L’avvocato penalista Giuseppe Fornari, fondatore dello Studio legale Fornari e Associati, ha posto il focus sul concetto di responsabilità: «Io ho l’allergia all’idea di aumentare le ipotesi di reato o di aumentare le pene come soluzione – in ogni campo – rispetto alle situazioni o ai comportamenti in un certo senso irregolari, tanto più rispetto ai temi di cui stiamo parlando oggi. […] I reati dovrebbero essere infinitamente meno di quelli che in realtà sono. E invece, nel nostro Paese, assistiamo a una eccessiva penalizzazione di tutto, di qualunque nostro comportamento, che secondo me ha creato – o comunque contribuisce fortemente a creare – una assenza di etica della responsabilità. È un circuito che si autoalimenta: più pensiamo di risolvere le questioni criminalizzandole, cioè rendendole illeciti penali, meno questo Paese, le singole persone e soprattutto la classe dirigente, assumono il principio di responsabilità come principio cardine del proprio agire».

Susanna Zucchelli, amministratore delegato HERAtech S.r.l. e Diversity Manager per Gruppo Hera, analizzando la questione sotto un’altra luce, ha affermato che nonostante «per noi la buona reputazione rappresenta un capitale consolidato, grazie ai nostri tecnici e ingegneri, che detengono la competenza e le conoscenze necessarie per essere autorevoli sul campo. […] È però sempre più concreto il rischio di non essere ascoltati, perché spesso si privilegiano opinioni di persone non competenti. […] Ciò che ci troviamo a contrastare, ed è veramente qualcosa di molto arduo, è che molto spesso la competenza e la conoscenza soccombono a favore della notorietà o della maggiore visibilità: tu sei creduto non perché conosci, ma perché sei conosciuto. Ritengo che il concetto di reputazione sia ostacolato da questo limite di «conoscenza vs notorietà», cioè la condizione di rispetto ed autorevolezza basata sulle proprie competenze rischia di arrendersi davanti a chi non conosce ma sa di essere riconosciuto.»

Antonio Bana, partner dello Studio Bana, con riferimento specifico al momento storico determinato dalla pandemia di Covid-19 ha suggerito come dovremmo «sfruttare questo periodo per alzare il livello di conoscenza, per dare quella indispensabile fiducia operativa a tutti. […] Dobbiamo tutti quanti investire nel Brand Italia, a partire da un’analisi per la strategia di branding in modo da non trovarsi nei prossimi mesi a competere con armi inadatte ad un mercato che ha subito forti cambiamenti per poi poter ripartire più forti di prima. […] Da come sarà percepita la gestione della crisi si cercherà di capire con maggior precisione l’impatto di immagine e reputazione del Brand Italia sul PIL e sul business delle singole imprese».

Tra gli altri, partecipano al volume anche l’avvocato penalista Fabio Pinelli (segnalatosi per alcuni casi giudiziari di maggiore scalpore), Fabrizio de Feo (Head of Media relations di The Skill), Lorenzo Munegato (Capo Area Nord Est di The Skill), Roberta Polese (giornalista Ansa e litigation pr specialist di The Skill), gli avvocati Giorgio Altieri (Tonucci & Partners), Francesco Giuliani (Fantozzi & Associati), Cosimo Paciolla (Kuwait Italia).

 

Tratto da engage.it

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